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Offese in dialetto: cosa rischio?

3 maggio 2018


Offese in dialetto: cosa rischio?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 maggio 2018



Le parolacce dette in dialetto sono meno gravi o più gravi di quelle in lingua italiana? Si rischia la diffamazione o l’ingiuria anche parlando in vernacolo?

C’è chi lo usa per far ridere e chi invece per insultare: il dialetto oggi ha una rilevanza sempre più marginale nel lessico comune. Tuttavia è innegabile la capacità espressiva e di sintesi di alcune parole in vernacolo, capacità che, a volte, neanche la lingua italiana ha. Nel bene e nel male. Questo significa che, se da un lato è più facile esprimersi in due parole con il dialetto, le eventuali offese risultano anche più forti e pungenti. Ma se un calabrese dice una parolaccia in dialetto a un milanese e questi non la capisce è ugualmente ingiuria? Una diffamazione fatta in un linguaggio “non ufficiale” come lo è la lingua italiana, a volte incomprensibile o comprensibile a pochi è ugualmente reato? Se ti sei mai chiesto «cosa rischio per le offese in dialetto?» la risposta la trovi scritta in alcune sentenze della Cassazione [1].

Premesso che l’ingiuria è ormai stata depenalizzata, per cui l’offesa è reato solo quando integra la diffamazione (ossia la frase viene detta in assenza della vittima e in presenza di almeno due persone), possiamo ricordare che la lingua non è altro che un mezzo di espressione usato affinché le persone possano tra loro comunicare. Ma si comunica anche con il linguaggio del corpo, tant’è che è stato ritenuto oltraggioso il gesto del dito medio alzato nei confronti di un vigile urbano o di un altro pubblico ufficiale. Questo ci porta a ritenere che non è tanto importante la parola in sé, ma il significato che alla parola o al movimento del corpo si dà.

In quest’ottica, è chiaro che il dialetto ha comunque una sua rilevanza comunicativa nella misura in cui viene compreso da chi ascolta. Come dire: se insulti un cinese in lingua italiana davanti ad altri cinesi non stai commettendo reato; ma se tra loro ci sono almeno due persone in grado di capire l’italiano allora stai commettendo diffamazione. Facile no? E allora travasiamo questo principio nell’ambito del vernacolo. La Cassazione ricorda che, ai fini dell’accertamento della diffamazione o dell’ingiuria, qualora le parole utilizzate vengano espresse in dialetto, il giudice è tenuto a tradurre tali parole e a giudicarle sulla base del significato che le stesse assumono nella lingua italiana [1].

Se un siciliano usa la parola, in dialetto tipico locale, “crastu” che in italiano significa “cornuto” o “testa dura” siamo davanti a una offesa che lede l’integrità morale della vittima. Il che significa che anche il dialetto ha una sua rilevanza.

Naturalmente le frasi in dialetto devono essere proferite con l’intenzione di offendere. Spesso invece, come anticipato in apertura, le espressioni locali vengono utilizzate più per suscitare ilarità che non per offendere. Se non c’è lo specifico intento di mortificare l’altro soggetto, attaccando la sua reputazione o l’onore, anche la parolaccia in vernacolo non può essere considerata vietata.

Sempre la Cassazione ricorda che in tema di tutela penale dell’onore, la valenza offensiva di una determinata espressione, rilevante ai fini della configurabilità del reato di diffamazione o dell’ingiuria (ad oggi non più reato), va valutata considerando sia il contenuto della frase pronunciata e il significato che le parole hanno nel linguaggio comune (prescindendo dalle intenzioni inespresse dell’offensore, come pure dalle sensazioni puramente soggettive che la frase può avere provocato nell’offeso), sia le concrete circostanze in cui la frase viene pronunciata. A tal riguardo, va tenuto peraltro conto che l’utilizzo di un linguaggio più disinvolto, più aggressivo, meno corretto di quello in uso in precedenza caratterizza oggigiorno anche il settore dei rapporti tra i cittadini, derivandone un mutamento della sensibilità e della coscienza sociale: siffatto modo di esprimersi e di rapportarsi all’altro, quindi, se è certamente censurabile sul piano del costume, è ormai accettato (se non sopportato) dalla maggioranza dei cittadini. In questa prospettiva, allora, l’unico limite che non va superato, in materia di ingiuria o di diffamazione, è ravvisabile nell’esigenza di evitare l’utilizzo di espressioni e argomenti che trascendano in attacchi diretti a colpire l’onore o il decoro altrui. Alla luce di ciò, secondo la Corte, dire «Mi hai rotto i co…» in dialetto è sicuramente un’espressione indubbiamente volgare, ma ciò non determina automaticamente la lesione dell’onore, perché la frase incriminata non si traduce in un oggettivo giudizio di disvalore sulle qualità personali della presunta vittima, ma aveva rappresentato, piuttosto, una manifestazione scomposta e non giustificabile ma solo sul piano dell’ordinaria educazione.

note

[1] Cass. sent. n. 2905/2013 del 17.10.2013.

[2] Cass. sent. n. 19223/2012.

Cassazione penale, sez. V, 17/10/2013, (ud. 17/10/2013, dep.22/01/2014),  n. 2905 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza in data 11 giugno 2012 il giudice di pace di Augusta ha assolto C.C. dalle imputazioni di ingiuria e minaccia ai danni di L.L. per insussistenza del fatto.

1.1. Ha ritenuto il giudicante che l’avere il C. rivolto al L. la parola “crastu” non rivestisse gli estremi dell’ingiuria, trattandosi di vocabolo che nel dialetto siciliano ha un significato corrispondente a quello di “furbo” o “furbastro”; quanto alla minaccia, ha giudicato insufficiente la prova del fatto ai sensi dell’art. 530 c.p.p., comma 2, per essere rimaste prive di riscontro testimoniale le dichiarazioni della persona offesa.

2. Ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Catania, affidandolo a due motivi.

2.1. Col primo motivo il P.G. ricorrente impugna l’assoluzione dall’imputazione ex art. 594 c.p., sostenendo che il termine “crastu” in dialetto siciliano, contrariamente a quanto affermato nella sentenza, ha il significato corrispondete a quello di “montone”: vale a dire di “cornuto” o “testa dura”.

2.2. Col secondo motivo impugna l’assoluzione dall’imputazione ex art. 612 c.p., richiamandosi alla giurisprudenza di legittimità che riconosce autonoma valenza probatoria alla deposizione della persona offesa, pur in mancanza di riscontri esterni, quando resista al vaglio di credibilità; osserva, poi, non essere vero che le testimonianze abbiano contraddetto la versione del L., emergendo invece elementi a conforto dalle deposizioni dei testi Co. e S. (il primo dei quali ha riferito di non avere un ricordo in proposito, mentre il secondo ha avuto notizia della minaccia dallo stesso L.).

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il primo motivo di ricorso è fondato e merita accoglimento.

1.1. Ed invero, fermo restando che l’accertamento in linea di fatto operato dal giudice di merito non è sindacabile in questa sede, neppure nella parte riguardante il significato da attribuirsi al termine dialettale “crastu”, va tuttavia rimarcato che, proprio secondo l’interpretazione posta dal giudicante a base del suo deliberato, l’uso di quel termine si è tradotto nella formulazione di un’offesa ai danni della persona cui era indirizzata.

1.2. Si legge, infatti, nella motivazione della sentenza che la parola “crastu” ha un significato “che lascia intendere una “mala parte” o “azione” compiuta da un soggetto inaspettatamente e cioè da un soggetto che davanti a certe circostanze dice una cosa e poi si comporta diversamente per sottrarsi a responsabilità”. L’attribuire a una persona siffatto comportamento si traduce in una negazione della sua integrità morale, la cui valenza offensiva riconduce il fatto nell’area di operatività dell’art. 594 c.p.: onde contraddittoria con tale premessa è la conclusione tratta dal giudice di pace con l’affermare l’assoluta inoffensività della parola rivolta dall’imputato a L.L..

2. Fondato è anche il secondo motivo di ricorso.

2.1. Il giudice di pace ha ritenuto insufficientemente provata la responsabilità del C. in ordine al delitto di minaccia, inducendosi perciò ad assolverlo ex art. 530 c.p.p., comma 2, sul presupposto che la ricostruzione del fatto fornita dalla persona offesa non avesse trovato riscontro in alcuna delle testimonianze assunte.

Ma così facendo il giudicante ha omesso di tener conto del principio, ripetutamente enunciato dalla giurisprudenza di questa Corte Suprema, secondo cui la deposizione della persona offesa dal reato, pur non essendo equiparabile a quella di un testimone estraneo, può tuttavia essere assunta anche da sola a fonte di prova, purchè superi il vaglio di credibilità oggettiva e soggettiva, senza che sia necessario il concorso di riscontri esterni (b. ex multis, sez. 3, n. 34110 del 27.04.2006, Valdo Iosi, rv.

234647; sez. 1, n. 46954 del 04.11.2004, Palmisani, rv. 230590; sez. 6, n. 33162 del 03.06.2004, Patella, rv. 229755). Alla stregua di tale principio il giudice di merito ben avrebbe potuto disattendere la versione del fatto offerta dal L., ma soltanto spiegando le ragioni della ritenuta inattendibilità delle sue dichiarazioni:

mentre non costituisce una ratio decidendi conforme a legge quella, adottata in concreto, con cui ci si limiti a constatare l’assenza di conferme da parte di testi estranei.

3. La sentenza impugnata deve essere, quindi, annullata in ogni sua parte.

Il giudice di rinvio, che si designa nello stesso giudice di pace di Augusta (ovviamente in persona di altro magistrato onorario), sottoporrà a rinnovato esame l’intera vicenda tenendo conto dei principi testè concordati.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio per nuovo esame al giudice di pace di Augusta.

Così deciso in Roma, il 17 ottobre 2013.

Depositato in Cancelleria il 22 gennaio 2014


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