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Debiti col fisco: le cartelle incomplete sono nulle


Debiti col fisco: le cartelle incomplete sono nulle

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 maggio 2018



La cartella di pagamento può essere impugnata se è priva dei criteri di calcolo degli interessi.

Hai ricevuto una cartella esattoriale per dei debiti col fisco. Non hai i soldi per pagarla ed è chiaro che, in una situazione del genere, l’unica ancora di salvezza è rivolgerti al tuo avvocato affinché, con la sua esperienza, possa verificare se ci sono dei vizi per impugnarla e annullarla. Se hai un minimo di esperienza in materia saprai però di certo che i motivi per contestare la cartella di pagamento sono davvero risicati e i giudici non li accolgono con la facilità di un tempo. Difatti, chi intende contestare il merito delle imposte deve muoversi prima, quando cioè riceve l’accertamento fiscale, il cosiddetto “atto prodromico”, quello che è un presupposto essenziale per la validità della cartella stessa. Una volta che i termini per il ricorso contro quest’ultimo sono spirati non resta che sperare in un vizio di forma della cartella. E tra questi ultimi, il motivo più utilizzato dai legali è il difetto di motivazione.  Tutti sanno infatti che, in caso di debiti col fisco, le cartelle incomplete sono nulle. Nell’ambito di questo filone, si è aperto di recente un altro fronte: quello relativo all’eccezione di «omessa indicazione del criterio di calcolo degli interessi». Più volte la giurisprudenza ha annullato le cartelle esattoriali perché prive degli elementi essenziali per consentire al contribuente una difesa completa. Il cittadino deve poter verificare l’attendibilità dei conteggi fatti dall’agente della riscossione e non affidarsi ai calcoli fatti da altri che potrebbero anche essere errati. Di tanto si è occupata la Cassazione stamattina [1]. La sentenza non fa che ribadire ciò che abbiamo appena detto in modo sintetico. Vediamo meglio di cosa si tratta.

Prima di proseguire la lettura e di scoprire come e quando le cartelle incomplete sono nulle, ti consiglio di leggere la nostra guida La cartella di pagamento senza motivazione è nulla. La motivazione è una parte essenziale di ogni atto amministrativo, ma non per questo tutte le cartelle devono essere puntualmente motivate. La spiegazione delle ragioni della pretesa impositiva può anche essere fatta “per relazione” ossia richiamando il precedente atto notificato al contribuente e da questi conosciuto. «Non farmi ribadire ogni volta le stesse cose» potrebbe dire il fisco parafrasando una tipica espressione delle mamme rivolta ai bambini piccoli.

L’errore più frequente che rende nulle le cartelle è proprio l’omessa indicazione dei criteri di calcolo degli interessi. Come è possibile che il debito è lievitato, nel tempo, così tanto? Questa è la domanda che si fa il contribuente alla lettura della cartella ed a cui la cartella deve rispondere in modo ben preciso, spiegando le annualità e le relative percentuali. Si potrebbe allora dire che la cartella è legittima se redatta in modo conforme al modello ministeriale e tanto basta a renderla corretta. Ma secondo la Cassazione ciò non è sufficiente: è comunque necessaria l’esplicitazione dei criteri di calcolo degli interessi. Non conta il fatto che questi siano rigidamente predeterminati per legge e quindi ricavabili tramite un semplice calcolo che si potrebbe fare anche online. Come più volte ribadito dalla Cassazione in passato [2], in tema di riscossione delle imposte sul reddito, la cartella di pagamento relativa a un debito tributario deve essere motivata e, quindi, completa di ogni elemento: in particolare, il contribuente deve essere messo in grado di verificare la correttezza del calcolo degli interessi. Il che corrisponde all’obbligo di trasparenza che la Costituzione impone alla Pubblica Amministrazione.

Ma cosa si intende, più in particolare, con «criterio di calcolo degli interessi»?  È semplice: non basta che, nel calcolo delle somme richieste al contribuente, sia riportato l’importo complessivo dovuto a titolo di capitale e di interessi, ma deve essere esplicitato anche il criterio di calcolo applicato dall’esattore, in base cioè a quali aliquote si è arrivati, anno dopo anno, al totale.

Cerchiamo di spiegarci meglio. Lo faremo con una cartella di pagamento il cui destinatario, per ovvie ragioni di privacy, abbiamo oscurato.

In questa cartella viene prima indicato:

  • l’importo dovuto a titolo di imposta,
  • l’ammontare complessivo degli interessi (maturati dall’anno di maturazione del debito sino all’iscrizione a ruolo della somma);
  • le spese di notifica.

Come evidente, da nessuna parte della cartella viene indicato il tasso di interesse applicato anno dopo anno, a partire dal 2010, anno in cui – nell’esempio in questione – l’importo era dovuto. La lacuna non viene sanata neanche nella successiva pagina della cartella dove vi è un ulteriore dettaglio.

Una cartella di questo tipo potrebbe essere contestata e il contribuente avrebbe buoni margini per vincere la causa (resta fermo il principio secondo cui ogni giudice può avere una interpretazione differente dagli altri colleghi e dalla stessa Cassazione).

Come difendersi se la cartella è incompleta? Bisogna proporre ricorso entro 60 giorni lamentando il fatto che, nel calcolo degli interessi, l’esattore non ha precisato in base a quali aliquote è arrivato, anno dopo anno, all’importo totale.

Quali vantaggi ha il ricorso? Secondo alcuni giudici, la cartella di pagamento è nulla. La sentenza della Cassazione qui in commento aderisce a questa soluzione. Altri invece, ritengono che non siano dovuti solo gli interessi. Il che significa, però, per i tributi più “vecchi”, un considerevole sconto.

La cartella di pagamento degli interessi maturati su un debito tributario deve essere motivata: il contribuente deve poter verificare la correttezza del calcolo degli interessi.

note

[1] Cass. sent. n. 10481/2018 del 3.05.2018.

[2] Cass. sent. n. 15554/2017 e n. 8651/2009. In particolare nella sentenza 5554/2017 i giudici di legittimità avevano ritenuto corretta l’interpretazione della Ctr secondo cui doveva essere annullata la cartella riportante solo la cifra globale degli interessi dovuti, senza indicare le modalità attraverso le quali si giungeva a tale importo, e non specificando neanche le singole aliquote prese a base delle varie annualità. È stato in quella circostanza ritenuto del tutto irrilevante il richiamo nell’atto impositivo all’articolo 20 del Dpr n. 602/73, secondo cui sulle imposte o sulle maggiori imposte dovute in base alla liquidazione ed al controllo formale della dichiarazione od all’accertamento d’ufficio si applicano, a partire dal giorno successivo a quello di scadenza del pagamento e fino alla data di consegna al concessionario dei ruoli nei quali tali imposte sono iscritte, gli interessi al tasso del 4 per cento annuo. Questo perché non è posta in discussione la spettanza degli interessi, ma proprio il modo con cui viene calcolato il totale riportato nella cartella.

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