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Dispetti e umiliazioni al collega di lavoro: come difendersi?

4 maggio 2018


Dispetti e umiliazioni al collega di lavoro: come difendersi?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 maggio 2018



Dal mobbing allo stalking, dallo straining alla diffamazione e all’ingiuria: tutte le azioni civili e penali per difendere il dipendente dai colleghi di lavoro che lo mortificano e lo umiliano.

L’ambiente lavorativo può diventare molesto e intollerabile non solo quando a provocare il clima di tensione è il datore di lavoro o il superiore gerarchico. A volte ci si mettono anche i dipendenti “di pari grado” che, proseguendo la migliore tradizione “liceale”, prendono di mira un collega, decidono di deriderlo, umiliarlo e metterlo all’angolo. In questi casi bisognerebbe avere il coraggio di denunciare il fatto al proprio capo, ma il rischio di essere poi tacciati di “incompatibilità ambientale” e magari subire un trasferimento non è remoto. Così sono in molti a tenersi tutto dentro e a sopportare le angherie. Se anche tu sei testimone di dispetti e umiliazioni al collega di lavoro e, in tali circostanze, ti sei chiesto come difendersi, la risposta è contenuta in una recente sentenza della Cassazione [1].

Una cosa sono gli scherzi sporadici, un’altra le vessazioni e le umiliazioni sistematiche, volte a ridicolizzare il collega, a metterlo alla berlina e isolarlo. Una situazione questa che è di grande stress emotivo per la vittima. Ma come si fa a denunciare una persona che prende in giro un’altra? In verità le soluzioni ci sono, almeno quando il comportamento molesto è ripetuto nel tempo, le condotte sono continue e inquadrabili come la risultante di un disegno preordinato a mortificare la vittima. 

La causa per mobbing al collega di lavoro

In primo luogo – ricorda una sentenza della Cassazione dell’anno scorso [2] – si può agire contro il collega intentandogli una causa di mobbing. Come infatti abbiamo già spiegato nell’articolo Quando un collega ti offende che fare?, il mobbing non è solo quello del datore di lavoro o dei vertici aziendali (cosiddetto «mobbing verticale»), ma anche quello dei colleghi di pari livello (cosiddetto «mobbing orizzontale»). A tal fine è sufficiente dimostrare di essere stati vittime di dispetti continui e sistematici, volti a mortificare il dipendente, ad alienarlo e umiliarlo.

Quando manca l’elemento della continuità e i dispetti, sia pur ripetuti, sono occasionali, si potrebbe parlare di straining che è una forma di illecito simile al mobbing, tuttavia, caratterizzato da una minore continuità delle condotte illecite. Anche in questo caso, però, bisognerà intentare una causa ai responsabili. 

Scopo di entrambi i tipi di processo è di ottenere il risarcimento del danno. Secondo la giurisprudenza, inoltre, il dipendente che si accanisce sul collega può essere licenziato. Pertanto, una volta ottenuta la condanna, si potrà anche chiedere l’allontanamento del molestatore in un’altra unità operativa.

La denuncia per stalking al collega di lavoro

Nella sentenza che abbiamo citato in apertura, la Cassazione offre un ulteriore suggerimento per difendersi dai dispetti e dalle umiliazioni del collega di lavoro: quello della querela per stalking. Secondo i giudici supremi, infatti, questa scatta per le continue prese in giro e i dispetti al collega. E se, come nel caso esaminato, il collega ha anche un handicap viene contestata anche l’aggravante. 

Per poter denunciare lo stalking non è neanche necessario avere testimoni visto che le dichiarazioni della vittima sono di per sé assunte dal giudice come fonte di prova e a supporto di una sentenza di condanna. Naturalmente non si può parlare di stalking tutte le volte in cui si è dinanzi a scherzi sporadici, ma è necessario che vi siano vessazioni e umiliazioni continue, tali da creare disagio psicologico, stress, ansia e – in definitiva – un danno per la salute della vittima oppure da indurla a cambiare le proprie abitudini quotidiane. 

Lo stalking è un reato; pertanto il colpevole subirà un processo penale. Ciò però non impedisce alla vittima di agire anche per il risarcimento del danno. Fra l’altro, suggerisce la Corte, la condanna per il reato di stalking non è esclusa dal fatto che la vittima e il persecutore abbiano raggiunto bonariamente un accordo sul risarcimento.

La causa per le ingiurie al collega di lavoro

Qualora il molestatore dovesse limitarsi a proferire sporadicamente frasi offensive all’indirizzo del collega questi potrebbe intentargli una causa civile per ingiuria. Ricordiamo infatti che questo illecito, nel 2016, è stato depenalizzato. Con la conseguenza che tutto ciò che si può chiedere è il risarcimento del danno. È necessario però procurarsi i testimoni, cosa non sempre facile negli ambienti lavorativi. All’esito della causa, il giudice dovrà comunque condannare il colpevole a un’ulteriore multa che va da 200 euro a 12mila euro, somma che andrà versata nelle casse dell’erario.

La denuncia per diffamazione al collega di lavoro

Resta infine l’ipotesi del collega che parla male dell’altro collega, ma lo fa in sua assenza e davanti a due o più persone. In tal caso ci sono gli estremi della diffamazione che, a differenza dell’ingiuria, è rimasta reato. Quindi si può procedere, in questo caso, tramite querela ai carabinieri o alla polizia, oppure mediante deposito del relativo atto alla Procura della Repubblica. Anche in quest’ultima ipotesi, la vittima ha diritto a pretendere un congruo risarcimento del danno rapportato all’offesa subìta (il che dipende anche dall’occasione in cui è stata proferita la frase offensiva e dalle parole usate).

note

[1] Cass. sent. n. 18717/2018 del 2.05.2018.

[2] Cass. sent. n. 26682/17 del 10.11.2017.


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1 Commento

  1. Buongiorno io ho vissuto tutto quello che avete scritto sulla mia pelle interiore ho perso un lavoro ho vinto civile ma i miei danni non sono stati pagati un penale dove si dice che il mobing non esiste come reato un ente assicurativo che ai miei ricorsi non sono stati accettati per me non esiste legge esiste la legge per i distorti e i corrotti buongiorno

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