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Editoriali Si può essere condannati anche per una fotocopia?

Editoriali Pubblicato il 6 maggio 2018

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> Editoriali Pubblicato il 6 maggio 2018

Fotocopie: valgono in un processo penale? Il giudice è tenuto a chiedere la certificazione di conformità all’originale?

Che valore legale hanno le fotocopie? Se lo chiedi a un avvocato civilista ti dirà che valgono quanto la carta straccia: basterebbe infatti contestarle nel corso del processo affinché esse perdano ogni efficacia di prova documentale. È vero che la Cassazione ha detto che la contestazione deve essere motivata e non può ridursi a una semplice e generica formula di stile, ma è nella malizia dei legali trovare ogni volta argomentazioni convincenti. Invece, quando si passa dal civile al penale le cose cambiano sostanzialmente. Immagina che un documento dimostri la tua colpevolezza: ad esempio un 730 falso o una dichiarazione rilasciata al Comune in cui dichiari un fatto non vero. Nel processo intentato contro di te, il Pm produce una semplice copia dell’atto. Tu in quel momento esulti: seppur è vero che lo stesso pubblico ufficiale potrebbe autenticare la copia con una semplice attestazione sottoscritta e timbrata, in assenza di questa il documento non ha valore. E invece non è così. Come infatti ha chiarito una sentenza [1] emessa dalla Cassazione qualche giorno fa, si può essere condannati anche per una fotocopia. Vediamo meglio le motivazioni e le conseguenze di questa decisione che potrebbe apparire particolare.

Secondo la Suprema Corte, qualora la copia documentale sia idonea ad assicurare l’accertamento dei fatti, la stessa «ha efficacia probatoria», senza che sia necessario fornire in giudizio alcuna certificazione di conformità all’originale.

La norma di riferimento che conferisce questo ampio potere al giudice è contenuta nel codice di procedura penale [2]. Lì si legge che: «Quando è richiesta una prova non disciplinata dalla legge, il giudice può assumerla se essa risulta idonea ad assicurare l’accertamento dei fatti e non pregiudica la libertà morale della persona. Il giudice provvede all’ammissione, sentite le parti sulle modalità di assunzione della prova». In buona sostanza, questo articolo di legge attribuisce al magistrato la possibilità di “fidarsi” anche di prove non ufficiali quando queste però risultino credibili e tali da giungere all’accertamento della verità. I tecnici del diritto le chiamano «prove atipiche» in quanto non elencate dalla legge, ma rimesse all’apprezzamento e alla decisione del giudice. Ad esempio, secondo la Cassazione [3], sono legittime e pienamente utilizzabili senza alcuna autorizzazione dell’autorità giudiziaria le videoriprese, eseguite da privati, mediante telecamera esterna installata sulla loro proprietà, che consentono di captare ciò che accade nell’ingresso, nel cortile e sui balconi del domicilio di terzi, i quali, rispetto alle azioni che ivi si compiono, non possono vantare alcuna pretesa al rispetto della riservatezza, trattandosi di luoghi, che, pur essendo di privata dimora, sono liberamente visibili dall’esterno, senza ricorrere a particolari accorgimenti.

Tanto per gli atti del processo quanto per i fatti che costituiscono reato – sottolinea la sentenza in commento – vige il principio di libertà della prova. In altri termini, fermo solo il vaglio di attendibilità del giudice, la dimostrazione può essere data in qualsiasi modo. Con riferimento alla produzione di fotocopie non c’è bisogno di dimostrare che l’originale sia andato distrutto o sia impossibile da recuperare per poter consentire alla copia stessa di entrare nel processo penale. La copia di un documento, «quando è idonea ad assicurare l’accertamento dei fatti, ha valore probatorio anche al di fuori del caso di impossibilità di recupero dell’originale», sottolinea la Cassazione. Di conseguenza si può essere condannati per una fotocopia. La Suprema Corte ribadisce come il giudice non sia tenuto né a motivare circa lo smarrimento o la distruzione degli originali – in quanto «tali evenienze non costituiscono il presupposto per l’acquisizione delle copie ai sensi del codice di procedura penale – né tantomeno in ordine alla corrispondenza delle copie all’originale, salvo che ci sia una specifica e convincente contestazione a riguardo. Se però l’imputato si limita ad affermare l’obbligo di produrre gli originali – senza chiarire il perché – allora non sta che “tirandosi la zappa sui piedi” in quanto non esiste una legge che lo dica. Nessuna norma processuale – concludono i giudici – richiede la certificazione ufficiale di conformità per l’efficacia probatoria delle copie fotostatiche.

note

[1] Cass. sent. n. 18229/2018 del 26.04.2018.

[2] Art. 189 cod. proc. pen.

[3] Cass. sent. n. 46786/2014.

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 21 marzo – 26 aprile 2018, n. 18229

Presidente Davigo – Relatore Pacilli

Ritenuto in fatto

Con sentenza del 7 luglio 2017 la Corte d’appello di Bologna, in parziale riforma della sentenza emessa l’11 ottobre 2016 dal Tribunale di Ravenna, ha dichiarato non doversi procedere nei confronti di F.G. , in atti generalizzato, in ordine a tutti i reati commessi fino al (omissis) perché estinti per prescrizione; ha rideterminato la pena e confermato nel resto la sentenza impugnata, con cui l’imputato è stato condannato per i reati di appropriazione indebita aggravata ai danni di P.E..

Avverso la sentenza d’appello il difensore dell’imputato ha proposto ricorso per cassazione, deducendo l’erronea applicazione degli artt. 234 e 189 c.p.p. e vizi di motivazione, per non avere la Corte territoriale motivato sulle esigenze per le quali non venivano prodotti gli originali dei documenti ma si acquisivano mere copie e soprattutto sulle ragioni per cui le copie acquisite corrispondessero agli originali.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile perché proposto per motivo manifestamente infondato.

Come ricordato anche dalla Corte d’appello, secondo la giurisprudenza di questa Corte (v. Sez. 2, n. 52017 del 21.11.2014, Rv. 261627), condivisa dal Collegio, nessuna norma processuale richiede la certificazione ufficiale di conformità per l’efficacia probatoria delle copie fotostatiche; al contrario, vige nel nostro sistema processuale il principio di libertà della prova sia per i fatti-reato sia per gli atti del processo, come può evincersi dall’art. 234 c.p.p. e dalla stessa direttiva n. 1 della legge delega per il nuovo codice di rito, che stabilisce la massima semplificazione processuale, con eliminazione di ogni atto non essenziale (Sez. 4, n. 18454 del 26/02/2008 Rv. 240159; Sez. 3, n. 1324 del 27/04/1994 Rv. 200375).

Da ciò discende che la copia di un documento, quando è idonea ad assicurare l’accertamento dei fatti, ha valore probatorio anche al di fuori del caso di impossibilità di recupero dell’originale (Sez. 2, n. 36721 del 21/02/2008, Rv. 242083).

Alla luce di quanto precede è evidente allora che non coglie nel segno la doglianza difensiva secondo cui il giudice di merito avrebbe dovuto motivare sulla distruzione o sullo smarrimento dei documenti in originale, perché tali evenienze non costituiscono il presupposto per l’acquisizione delle copie ai sensi dell’art. 189 c.p.p., diversamente da quanto stabilisce l’art. 234 c.p.p..

Né il giudice di merito avrebbe dovuto motivare sulla corrispondenza delle copie agli originali, atteso che il ricorrente non aveva eccepito alcunché in ordine alla discrepanza del contenuto delle copie rispetto agli originali, essendosi limitato ad affermare che vi sarebbe stata la possibilità di produrre gli originali e che difettavano asseverazioni, sia pure informali, sulla conformità agli originali delle copie prodotte.

Non si ravvisano, dunque i vizi, prospettati dal ricorrente, con conseguente inammissibilità del ricorso.

2. La declaratoria di inammissibilità del ricorso comporta, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché – valutati i profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità del ricorso (Corte cost., 13 giugno 2000 n. 186) – della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle Ammende a titolo di sanzione pecuniaria.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle ammende.

Sentenza con motivazione semplificata.


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