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Spese prima della separazione: spetta il rimborso all’ex coniuge?

7 maggio 2018


Spese prima della separazione: spetta il rimborso all’ex coniuge?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 maggio 2018



Il coniuge che ha sostenuto, durante il matrimonio, la gran parte delle spese per il mantenimento dei figli, per la casa, per le tasse e anche per le bollette può chiedere la restituzione dei soldi al momento della separazione?

Tu e tuo marito vi state per separare. Sul tavolo ci sono un bel po’ di decisioni da prendere, divisioni da fare, scelte da assumere per il futuro. Ma, sul piatto della bilancia, tu hai messo anche tutto ciò che hai fatto durante il matrimonio: le spese che hai sostenuto per la casa, per il mantenimento dei figli, per pagare parte del mutuo, le bollette più pesanti e, talvolta, anche le tasse. Insomma, per far fronte alle esigenze della famiglia ti sei indebitata e questa situazione ora non ti sta più bene. Per cui, se lui ti vuole liquidare solo con il mantenimento, ha sbagliato di grosso: prima, se vuole che tu firmi un accordo, ti dovrà restituire almeno 10mila euro, pari a quante sono state le spese che hai sostenuto per casa, famiglia e figli in tutti questi anni. Lui non ne vuol sapere. Ritiene infatti che le spese fatte durante il matrimonio restano a carico di chi le ha sostenute e non c’è possibilità di restituzione. Chi dei due ha ragione? Spetta il rimborso all’ex coniuge per le spese prima della separazione? La soluzione è contenuta in una ordinanza della Cassazione pubblicata proprio questa mattina [1]. Ecco cosa hanno detto i giudici supremi su una questione che, anche se può sembrar banale, spesso occupa gran parte delle trattative tra marito e moglie nel momento in cui intendono separarsi.

«Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto; chi ha dato, ha dato ha dato», si potrebbe parafrasare così la nota canzone napoletana post-bellica. Solo che nelle intenzioni di Peppino Fiorelli, autore del brano, vi era un invito alla ricomposizione della popolazione. Nel caso della separazione, invece, è l’inizio della guerra (tra coniugi). Difatti, nel momento in cui ci si separa, arriva il momento di fare i conti con il futuro e, per alcuni, anche con il passato. Ma si possono rimettere in discussione le spese sostenute durante il matrimonio per casa e figli? La risposta è negativa.

Secondo la Cassazione, ciò che si spende durante l’unione coniugale non è altro che una obbligazione spontanea che si fa non certo in vista di una futura restituzione ma più che altro con l’intento della reciproca assistenza, che non è solo un dovere imposto dal codice civile ma anche una esigenza morale, affettiva e conseguente allo spirito stesso del matrimonio. Insomma, si tratta di una obbligazione naturale che non può più essere richiesta indietro, neanche al 50%.

È questo il senso dell’ ordinanza odierna della Cassazione: dopo il divorzio non sono contestabili le spese sostenute durante il matrimonio per casa e figli. Ciascuno dei coniugi ha contribuito al ménage familiare secondo le proprie possibilità. Con riguardo invece ai soldi spesi per le utenze domestiche, per l’istruzione dei figli e, più in generale, per la gestione ordinaria della famiglia nella fase precedente alla separazione, non spetta alcun diritto al rimborso in favore di chi le ha sostenute nei confronti dell’altro coniuge. Si tratta infatti di esborsi effettuati per i bisogni della famiglia e riconducibili alla logica della cosiddetta «solidarietà coniugale».

In pratica è il codice civile a stabilire che [2] entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in proporzione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia. Trattandosi dunque di un obbligo è impossibile chiedere il rimborso di quanto speso. Nel periodo di convivenza matrimoniale, entrambi i coniugi contribuiscono alle esigenze della famiglia, e anche dei figli, in misura che verosimilmente corrisponde alle possibilità di ciascuno. Per cui tutte le contestazioni che possono sollevarsi marito e moglie nel momento in cui intendono separarsi e le richieste economiche che l’uno può avanzare nei confronti dell’altro riguardano solo gli assetti patrimoniali successivi alla separazione e al divorzio, ma non è un’occasione per rimettere in discussione tutte le voci di spesa sostenute da ciascun coniuge, seppure per i figli, durante il rapporto matrimoniale.

Diverso è il discorso quando uno dei due coniugi fa ristrutturare la casa di proprietà dell’altro o la costruisce sul terreno intestato all’ex. In tali ipotesi il giudice può accordargli un rimborso delle spese sostenute.

note

[1] Cass. ord.. n. 10927/18 del 7.05.2018. [2] Art. 143 cod. civ.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 22 marzo – 7 maggio 2018, n. 10927

Presidente Genovese – Relatore Lamorgese

Fatti di causa

Con atto di citazione notificato il 30 settembre 2013, P.C. conveniva in giudizio, dinanzi al Giudice di Pace di Palermo, la moglie separata, D.F.A. , verso la quale chiedeva di rivalersi per la Tarsu del 2012 che egli aveva corrisposto integralmente, mentre tenuta a corrisponderla era la D.F. per l’intera quota dell’imposta relativa a periodo successivo all’assegnazione della casa coniugale di cui era comproprietaria.

La D.F. , costituitasi in giudizio, proponeva domanda riconvenzionale per far dichiarare il P. debitore delle somme da essa corrisposte per le utenze familiari relative all’abitazione coniugale, in relazione alle quali eccepiva la compensazione con il credito da lui azionato.

Il Giudice di Pace riteneva che le parti fossero tenute a pagare il debito tributario in via solidale per il periodo precedente alla separazione e che la D.F. fosse unica obbligata per il periodo successivo, in quanto assegnataria ed unica utilizzatrice dell’abitazione; tuttavia, dichiarava il credito Tarsu vantato dal P. compensato con il maggior credito vantato dalla D.F. a titolo restitutorio per le spese da lei sostenute per le utenze domestiche e lo condannava a pagare la differenza.

Il Tribunale di Palermo, con sentenza del 19 ottobre 2016, ha rideterminato in diminuzione l’importo dovuto dal P. (Euro 641,61) come differenza tra quanto dovuto alla D.F. per la metà delle spese relative alle utenze domestiche e quanto dovuto al P. a titolo restitutorio della Tarsu.

Avverso la predetta sentenza, il P. ha proposto ricorso per cassazione, resistito dalla D.F. con controricorso e memoria.

Motivi della decisione

Con un unico motivo ex art. 360 n. 3 c.p.c. il P. ha imputato al Tribunale di avere disposto la compensazione del suo credito restitutorio per le quote di Tarsu, da lui corrisposte nel periodo successivo all’assegnazione dell’abitazione coniugale, nel quale il debito gravava invece sul coniuge assegnatario, con un insussistente credito restitutorio della D.F. , in relazione alle somme da lei spese per le utenze domestiche dell’abitazione coniugale.

Il motivo è fondato per le ragioni che si illustreranno di seguito, dopo avere precisato che l’assegnazione della casa coniugale esonera l’assegnatario esclusivamente dal pagamento del canone, cui altrimenti sarebbe tenuto nei confronti del proprietario esclusivo (o, in parte qua, del comproprietario) dell’immobile assegnato, sicché la gratuità dell’assegnazione dell’abitazione ad uno dei coniugi si riferisce solo all’uso dell’abitazione medesima (per la quale, appunto, non deve versarsi corrispettivo), ma non si estende alle spese correlate a detto uso (ivi comprese quelle che riguardano l’utilizzazione e la manutenzione delle cose comuni poste a servizio anche dell’abitazione familiare), le quali sono, di regola, a carico del coniuge assegnatario (Cass. n. 18476/2005). In tal senso la sentenza impugnata è condivisibile.

Con riguardo invece alle spese per le utenze domestiche nella fase precedente alla separazione, non sussiste il diritto al rimborso delle spese sostenute da un coniuge nei confronti dell’altro coniuge, in quanto effettuate per i bisogni della famiglia e riconducibili alla logica della solidarietà coniugale, in adempimento dell’obbligo di contribuzione di cui all’art. 143 c.c. (Cass. n. 10942/2015, n. 18749/2004). Da questo principio di diritto la sentenza impugnata si è ingiustificatamente discostata, dovendosi ribadire che nel periodo di convivenza matrimoniale entrambi i coniugi contribuiscono alle esigenze della famiglia, ed anche dei figli, in una misura che verosimilmente corrisponde alle possibilità di ciascuno, coerentemente con quanto previsto dall’art. 316 bis, comma 1, c.c..

Le pronunce richiamate nella memoria D.F. , prevedendo che il coniuge che abbia integralmente adempiuto l’obbligo di mantenimento dei figli, pure per la quota facente carico all’altro coniuge, sia legittimato ad agire iure proprio nei confronti di quest’ultimo per il rimborso (Cass. n. 6819/2017, n. 27653/2011), non si riferisce al caso – come quello in esame – in cui le spese siano state sostenute da entrambi i coniugi per la famiglia e, quindi, anche per i figli, senza possibilità di distinguere tra quelle destinate all’una e agli altri. Il contenzioso postconiugale riguarda gli assetti patrimoniali successivi alla separazione e al divorzio, ma non è un’occasione per rimettere in discussione tutte le voci di spesa sostenute da ciascun coniuge, seppure per i figli, durante il rapporto matrimoniale.

La censura riguardante il governo delle spese di entrambi i gradi di merito è assorbita.

In accoglimento del ricorso, la sentenza impugnata è cassata con rinvio al Tribunale di Palermo, che dovrà fare applicazione dei predetti principi nella concreta fattispecie e provvedere sulle spese.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia al Tribunale di Palermo, in diversa composizione, anche per le spese.

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