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Dilapidare il patrimonio familiare o dei figli: quali tutele?

8 maggio 2018


Dilapidare il patrimonio familiare o dei figli: quali tutele?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 maggio 2018



Nei confronti di chi spende, vende o fa acquisti di rilevante importo, come ci si può difendere se ciò implica una diminuzione del patrimonio del coniuge o dei figli?

Spesso chi non sa amministrare i propri soldi, l’azienda o gli immobili non fa del male solo a sé stesso, ma anche a tutti quelli che vivono con lui. Quando si crea una famiglia, per quanto vi siano redditi separati, spesso il risultato di un patrimonio è costituito dai sacrifici di tutti. Ad esempio, non perché la moglie è casalinga non si può dire che non contribuisca ad “arricchire” la famiglia: lo fa, ad esempio, consentendo al marito di dedicarsi al lavoro, curandosi dei figli, evitando di assumere una domestica o qualcuno che si prenda cura della casa. Di fatto, però, capita non di rado che le scelte relative all’amministrazione del patrimonio vengano prese da un solo soggetto che, di solito, è il formale intestatario dei beni. Il marito, ad esempio, titolare della casa, potrebbe decidere di venderla senza dire nulla alla moglie o ai figli. O addirittura potrebbe disporre dei beni degli stessi figli, di cui ha l’amministrazione e l’usufrutto sino alla loro maggiore età. Come ci si tutela in questi casi? Quali tutele prevede la legge di fronte al dilapidare il patrimonio familiare o dei figli? La risposta è contenuta nel codice civile. Vediamo meglio quali soluzioni offre il nostro ordinamento.

Che succede se il marito dilapida il patrimonio familiare?

Purtroppo se i due coniugi sono in regime di separazione dei beni, la moglie non può intervenire sulle scelte del marito a meno che non ne faccia dichiarare dal tribunale la “prodigalità” (una patologia psichica che colpisce chi è particolarmente e patologicamente propenso alle spese oltre le proprie capacità, tanto da impoverirsi). Questa situazione implica la nomina di un amministratore di sostegno o un curatore che si prenda cura delle scelte più importanti dell’infermo (leggi Che fare contro chi spende tanto). Ma si tratta di ipotesi residuali, confinate appunto ai casi in cui venga accertata la patologia. La regola, invece, vuole che ciascuno faccia ciò che vuole coi propri soldi.

Diverso è il caso in cui i due coniugi siano in regime di comunione dei beni. In questo caso la legge prevede che gli atti di ordinaria amministrazione possano essere compiuti dai due coniugi separatamente, mentre quelli di straordinaria amministrazione richiedono il consenso di entrambi. 

Sono atti di ordinaria amministrazione (sebbene la legge non ne dia una definizione) quelli poco rilevanti sul piano economico, come l’acquisto di generi alimentari, libri, vestiti, ecc.

Sono invece atti di straordinaria amministrazione quelli che comportano una sostanziale alterazione nel patrimonio del minore come l’acquisto o la vendita di beni immobili.

Se, in regime di comunione legale dei beni, uno dei coniugi vende una cosa di notevole valore all’insaputa dell’altro, cosa può fare quest’ultimo? Il codice civile dispone che gli atti compiuti dal un coniuge senza il necessario consenso dell’altro:

  • sono annullabili se riguardano beni immobili, auto o moto. Perché però si possa chiedere l’annullamento è necessario agire entro un anno dall’atto stesso, altrimenti il vizio si sana e l’atto diventa definitivo;
  • sono validi se riguardano tutti gli altri beni mobili (ad esempio la donazione di una somma dal conto corrente o l’acquisto di un divano o un televisore). In questo caso, però, il coniuge che non ha prestato il consenso all’atto può agire dal giudice affinché condanni l’altro a ricostituire il patrimonio comune o a versargli la metà dell’importo speso.

Questa diversità di regolamentazione tra beni mobili e immobili ha una ragione molto semplice. La cessione di beni immobili e di mobili registrati (auto, moto, natanti) costituisce, per la loro rilevanza economica, un atto di straordinaria amministrazione e l’ordinamento pone alcune cautele a tutela dell’altro coniuge. Il terzo acquirente che non voglia rischiare di vedersi annullare l’atto di acquisto dovrà pertanto premurarsi, prima del rogito, di controllare nei pubblici registri immobiliari e in quelli dello stato civile se il venditore è sposato e qual è il regime patrimoniale prescelto. Queste verifiche di solito vengono delegate al notaio.

Invece, nel caso di vendita di beni mobili prevale l’esigenza di tutelare gli scambi e la certezza degli stessi, attribuendo comunque validità all’atto posta l’inesistenza di un registro pubblico.

Dunque, se uno dei due coniugi dilapida il patrimonio vendendo i beni mobili, l’altro non può chiedere indietro detti beni ma può agire contro di lui per far sì che questi riacquisti detti beni o gli versi la metà del valore sottratto alla comunione. Invece se dilapida beni immobili può revocare gli atti di cessione agendo però entro un anno dall’atto stesso.

Che succede se il genitore dilapida il patrimonio del figlio minore

Vediamo ora che succede se uno o entrambi i genitori dilapidano il patrimonio dei figli, patrimonio sul quale a questi spetta l’amministrazione e l’usufrutto legale (si pensi al caso di un bambino che diventi in parte erede del lascito testamentario di un nonno o di uno zio). Il problema si pone, chiaramente, solo per i minorenni atteso che i maggiorenni, avendo ormai acquistato la capacità di agire, sono gli unici legittimati a fare ciò che vogliono dei propri beni. Per capire come tutelare il figlio dagli atti di dilapidazione del proprio patrimonio compiuti dal padre e/o dalla madre dobbiamo fare un passo indietro.

La nostra legge riconosce a ogni individuo, nel momento stesso della sua nascita (e in alcuni casi anche già dal concepimento), la cosiddetta «capacità giuridica», ossia la capacità di diventare titolare di rapporti giuridici. Anche un minorenne può quindi acquistare diritti, compreso il diritto di proprietà (un’eredità, una donazione, ecc.). Tuttavia l’esercizio di tali diritti spetta solo dopo la maggiore età, momento in cui si acquista la cosiddetta «capacità d’agire» ossia la maturità di farlo a proprio vantaggio e non a proprio danno. Il codice civile, non potendo verificare caso per caso la sussistenza di tale maturità, traccia una linea di demarcazione presumendo che la capacità d’agire sia assente prima di 18 anni. Prima di questo momento il minore è soggetto alla potestà dei genitori o, in loro assenza, di un tutore. 

Saranno pertanto i genitori (o il tutore) a esercitare i diritti dell’incapace. Essi potranno amministrare i suoi beni, acquistarne altri in suo nome oppure venderne alcuni. Solo alcuni atti giuridici, tassativamente indicati dalla legge, possono essere compiuti anche prima del raggiungimento della maggiore età. Ad esempio, a 16 anni si può riconoscere come proprio un figlio nato da una relazione con una ragazza; in presenza di gravi motivi, con l’autorizzazione del tribunale dei minori, ci si può anche sposare. 

In ogni caso, al di fuori di tali poche eccezioni, il minore è sempre considerato incapace. I beni del minore sono amministrati dai genitori o dal tutore, cui spetta l’usufrutto legale. Ma cosa succede se i genitori dilapidano il patrimonio del minore? Il codice civile [1] stabilisce che i genitori (o il tutore) possono compiere liberamente, sul patrimonio del minore, solo gli atti di ordinaria amministrazione. Per compiere quelli di straordinaria amministrazione devono chiedere l’autorizzazione al giudice tutelare che ha il suo ufficio presso ogni tribunale. Questi la concederà solo qualora gli atti richiesti siano di evidente utilità per il figlio.

Se uno dei genitori dovesse compiere un atto di straordinaria amministrazione senza l’autorizzazione del giudice tutelare tale atto può essere successivamente annullato anche su istanza del minore stesso [2].

Questo significa che, in linea di principio, è impossibile che un genitore dilapidi i beni del figlio vista la necessità dell’intervento del giudice. Se però dovesse avvenire tali atti sarebbero annullabili e impugnabili davanti al giudice che ne potrà disporre la revoca. 

note

[1] Art. 320 cod. civ.

[2] Art. 322 cod. civ.


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