Diritto e Fisco | Editoriale

Sospensione della cartella di pagamento

9 maggio 2018


Sospensione della cartella di pagamento

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 maggio 2018



La procedura di sospensione automatica della cartella esattoriale si avvia con una richiesta presentata anche online dal contribuente: da questo momento non sono possibili pignoramenti, fermi e ipoteche. Dopo 220 giorni senza risposta la cartella viene annullata.

Quando arriva una cartella di pagamento da parte di Agenzia Entrate Riscossione o di altro esattore locale il rischio che, entro breve tempo, possa scattare un pignoramento non è molto elevato. Sebbene, infatti, la legge dia al contribuente 60 giorni di tempo per versare il dovuto non sono rari i casi in cui, anche dopo diversi anni, l’agente della riscossione rimane inerme. Tanto è vero che molte cartelle vengono poi annullate per prescrizione del debito. I 60 giorni dalla consegna della cartella servono quindi, più che altro, a definire il termine oltre il quale la cartella stessa diventa definitiva e non può più essere impugnata. È anche vero, tuttavia, che ci possono essere uffici più efficienti e che, già dopo pochi mesi dalla consegna dell’atto, avviino la procedura di esecuzione forzata. Questa possibilità però può essere contrastata dal debitore chiedendo la sospensione della cartella di pagamento. Si tratta di una possibilità prevista dalla legge solo per vizi particolarmente evidenti (che a breve elencheremo). 

La richiesta di sospensione della cartella di pagamento si può presentare senza bisogno di un avvocato e con una semplice “autodichiarazione” trasmessa anche online tramite la compilazione di appositi moduli messi a disposizione dall’esattore. Con l’avvio di questo procedimento, si sospende la cosiddetta «efficacia esecutiva» della cartella ossia la possibilità che la stessa dia luogo a un pignoramento, almeno in attesa di un riesame. 

Detta così, sembra davvero facile ottenere la sospensione della cartella di pagamento. Ma procediamo con ordine e vediamo come e quando è possibile procedere.

Cos’è la sospensione della cartella di pagamento?

Avrai probabilmente sentito parlare di cartelle pazze. Questo termine è stato coniato qualche anno fa quando, per errori, sviste o altri errori macroscopici, l’allora Agente della Riscossione (Equitalia Spa) aveva preso a inviare ai contribuenti una serie di cartelle esattoriali per debiti che invece non dovevano essere pagati, un po’ perché prescritti, un po’ perché non erano stati correttamente notificati gli atti anteriori del procedimento, un po’ perché quantificati in misura superiore rispetto al dovuto. Questa situazione aveva creato un forte contenzioso, intasando i tribunali del contribuente (le cosiddette Commissioni Tributarie Provinciali). In verità, finivano per impugnare le cartelle esattoriali anche quelli che erano tenuti a pagarle, nel tentativo di sfuggire alla morsa fiscale. Questo ha fatto lievitare il contenzioso tributario fino a raggiungere il 50% del totale delle cause pendenti in Cassazione.

Così una legge del 2012 [1] ha previsto un meccanismo automatico di segnalazione e annullamento delle cartelle di pagamento illegittime (appunto le cosiddette «cartelle pazze»). Grazie a questo meccanismo, il contribuente ha la possibilità di presentare una richiesta di sospensione dell’efficacia esecutiva della cartella cui, in caso di mancata risposta entro 220 giorni, consegue in automatico l’annullamento (secondo il meccanismo del silenzio-assenso).

Ma cosa significa in particolare «richiesta di sospensione dell’efficacia esecutiva»? Per comprenderlo bisogna fare un passo indietro.

Come già saprà chi ha letto la nostra guida sulla cartella di pagamento, quest’atto – che viene notificato ai cittadini dall’agente della riscossione tutte le volte in cui questi non pagano le tasse – non è altro che un ultimo avvertimento: se entro 60 giorni non viene versato il dovuto, può scattare l’esecuzione forzata, senza bisogno quindi di una causa. Ecco, questa è l’efficacia esecutiva: il potere di un documento di giustificare un pignoramento. Peraltro, il pignoramento fatto dall’agente della riscossione è anche più celere di quello ordinario perché, in gran parte dei casi si procede senza bisogno di un’udienza davanti al giudice (salvo quando vengono pignorate pensioni). 

Invece, chiedendo la sospensione della cartella di pagamento, anche dopo i 60 giorni dalla notifica l’agente della riscossione non può più procedere all’esecuzione forzata. Ma, come vedremo a breve, questa possibilità è limitata solo a determinati vizi della cartella stessa. La mancata risposta alla dichiarazione presentata dal contribuente entro un determinato periodo di tempo ha l’effetto del silenzio-assenso, quindi il debito è annullato di diritto.

In pratica quella che viene detta sospensione della cartella di pagamento altro non è che una sospensione della «efficacia esecutiva» della cartella medesima, ossia del potere dell’esattore di avviare un pignoramento, iscrivere un fermo o un’ipoteca.

Per quali cartelle si applica la richiesta di sospensione?

La procedura di richiesta di sospensione che a breve andremo a illustrare riguarda tutti i tipi di cartelle di pagamento notificate dall’Agenzia Entrate Riscossione e dagli altri esattori locali. Riguarda in modo particolare le entrate aventi natura tributaria (ad esempio, per Irpef, Iva, imposta di registro, ecc.), i contributi previdenziali, il bollo auto, le imposte locali (Imu, Tasi, Tari, ecc.), le multe stradali. 

Se presento la richiesta di sospensione posso fare ricorso al giudice?

Naturalmente la richiesta di sospensione della cartella di pagamento non implica una rinuncia alla possibilità di difendersi davanti al giudice. Ma chiaramente è un sistema che, di fatto, è volto proprio ad evitare il contenzioso.  

Motivi della richiesta di sospensione della cartella di pagamento

La richiesta di sospensione della cartella di pagamento va presentata necessariamente entro 60 giorni dalla notifica della stessa e solo per determinati vizi. Gli agenti della riscossione sono tenuti a sospendere immediatamente ogni attività esecutiva (fase che dovrebbe riguardare le operazioni espropriative) e cautelare (fermi, ipoteche) sulla sola base della dichiarazione presentata dal debitore. Il contribuente deve dimostrare, con documenti alla mano, che il credito è stato interessato da:

  1. prescrizione o decadenza intervenute in data antecedente a quella in cui il ruolo è stato reso esecutivo (si tratta ad esempio del mancato rispetto dei termini di accertamento, non della cartella di pagamento);
  2. provvedimento di sgravio emesso dall’ente creditore;
  3. sospensione dichiarata da un’autorità amministrativa ossia dall’ente creditore (ad esempio, contro una richiesta di pagamento, è stata presentata domanda di sgravio all’Inps che ha sospeso l’atto);
  4. sospensione dichiarata da un giudice (succede quando si presenta ricorso e, nelle more del processo, il giudice sospende la richiesta di pagamento);
  5. sentenza che abbia annullato in tutto o in parte il credito in un processo in cui l’Agente della Riscossione non ha preso parte;
  6. pagamento effettuato in data antecedente alla formazione del ruolo.

Le cause di cui sopra devono essere antecedenti alla formazione del ruolo (data che si può evincere dalla lettura della cartella poiché indicata nell’estratto della stessa).

Il contribuente deve allegare alla dichiarazione la prova documentale di ciò che sostiene; quindi, ad esempio, copia dell’ordinanza di sospensiva della commissione tributaria o del modello F24/F23, per certificare l’avvenuto pagamento. 

Procedura di sospensione della riscossione

Chi riceve una cartella che presenta uno dei predetti vizi deve scaricare il modulo presente sul sito internet di Agenzia delle Entrate-Riscossione; lo puoi trovare anche cliccando su questo link.

Si tratta, come puoi facilmente vedere, di una dichiarazione compilata e sottoscritta dal contribuente destinatario della cartella di pagamento. Essa va poi inoltrata tramite spedizione a mezzo posta, consegna diretta, fax o posta elettronica pure non certificata, agli indirizzi ivi indicati, o con i servizi telematici di Agenzia delle Entrate-Riscossione.

Insieme all’istanza vanno inoltrate anche le prove documentali sulla veridicità dei fatti dichiarati dal contribuente (come ad es. il provvedimento di sospensione del debito). Ferma restando la responsabilità penale del caso, il debitore è punito con la sanzione dal 100% al 200% dell’ammontare delle somme dovute, con un minimo di 258 euro, se la documentazione prodotta è falsa.

Che succede dopo aver presentato la richiesta di sospensione della cartella?

Il primo e più importante effetto dell’invio della richiesta di sospensione della cartella di pagamento è che, già dallo stesso giorno, non potrai più subire alcun pignoramento, fermo o ipoteca se prima non ricevi risposta. Ciò vale anche quando vi siano motivi per avviare urgentemente la riscossione.

La procedura che innesca la richiesta di sospensione della cartella è specificata dalla legge stessa. Subito dopo la presentazione della dichiarazione:

  • entro il termine di dieci giorni, l’Agente della Riscossione la trasmette all’ente creditore unitamente alla documentazione allegata;
  • l’ente creditore, ossia colui che è titolare sostanziale del credito tributario (ad es. Agenzia Entrate, Inps, Comune, ecc.) è tenuto, con propria comunicazione inviata al debitore a mezzo raccomandata a/r o PEC, a confermare la correttezza della documentazione prodotta, provvedendo a trasmettere all’Agente della Riscossione il provvedimento di sgravio, o ad avvertire il debitore dell’inidoneità della documentazione a cagionare l’annullamento della pretesa, dandone immediata notizia all’Agente della Riscossione;
  • se la comunicazione di cui al punto precedente non viene inviata entro 220 giorni dalla data di presentazione della dichiarazione ad opera del contribuente, il credito è annullato di diritto. Si applica cioè la regola del silenzio-assenso.

L’Agente della riscossione deve vagliare il contenuto della dichiarazione e dei documenti allegati e limitandosi a controllare la compilazione del modello, la presenza della documentazione giustificativa del blocco e l’allegazione di copia dei documenti richiesti. Spetta invece all’ente impositore il vaglio sulla correttezza di quanto viene affermato dal contribuente.

Non è possibile ripresentare la domanda; se, comunque, il debitore la rinnova, non si ha alcun effetto automatico di sospensione della riscossione.

Termine per inviare la richiesta di sospensione della cartella

Come abbiamo già anticipato il contribuente deve inviare l’autodichiarazione entro sessanta giorni dalla notifica, da parte del concessionario della riscossione, della cartella di pagamento.

Tuttavia, ove si tratti di sgravio, sospensione del debito, non può avere rilievo l’elemento temporale, sicchè deve verificarsi il blocco immediato della riscossione nonostante la dichiarazione sia presentata oltre i 60 giorni.

Se la domanda non viene presentata entro 60 giorni dalla notifica della cartella, si può comunque agire dopo la notifica del primo atto cautelare successivo (sempre con riferimento al motivo riguardante la decadenza/prescrizione).

Qualora si verta in ipotesi di accertamenti esecutivi, il contribuente non riceve alcuna cartella di pagamento. Questo non toglie che tale procedura di sospensione sia ugualmente esperibile. I 60 giorni entro cui occorre inviare l’autodichiarazione decorrono però dal giorno in cui il contribuente riceve la raccomandata di Agenzia delle Entrate-Riscossione con cui viene notiziato dell’avvenuta presa in carico della riscossione delle somme indicategli dall’Agenzia Entrate.

L’effetto della richiesta e il ricorso al giudice

La presentazione della richiesta in questione ha solo l’effetto di sospendere la cartella di pagamento, ma non già di annullarla automaticamente (effetto che, come detto, avviene solo dopo 220 giorni). Ma cosa succederebbe se la risposta dovesse essere negativa? Se i termini per fare ricorso dovessero scadere (il che avviene dopo 60 giorni dalla notifica della cartella), il debitore non avrebbe più la possibilità di difendersi. Pertanto è ben possibile, mentre si attende la risposta all’istanza, depositare anche il ricorso al giudice. In altre parole il contribuente può, nello stesso tempo e in via prudenziale, presentare sia la richiesta di sospensione della cartella che l’impugnazione al tribunale. Se poi la richiesta di sospensione dovesse sortire l’annullamento della cartella, la causa si chiuderebbe automaticamente perché cesserebbe l’interesse ad agire (cosiddetta cessazione della materia del contendere). 

La sospensione giudiziale della cartella di pagamento

Oltre alla possibilità appena descritta di chiedere la sospensione dell’esecutività della cartella di pagamento direttamente all’Agente della riscossione, c’è sempre quella di chiederla al giudice nel momento di presentazione del ricorso. In pratica, il contribuente – dimostrando la fondatezza dell’impugnazione e il pericolo di un grave danno che, in caso di esecuzione forzata, ne potrebbe ricevere – può chiedere che il giudice, mentre si svolge il processo, sospende la cartella. In questo modo, fino a quando non arriva la sentenza, l’agente della riscossione non potrà eseguire pignoramenti, fermi e ipoteche (cosa che invece potrebbe fare se il giudice non dichiarasse la suddetta sospensione).

Due sono i presupposti per chiedere la sospensione dell’atto:

  1. la verosimiglianza della pretesa, ossia l’apparente fondatezza (il cosiddetto fumus boni iuris); in pratica, già da un’analisi sommaria dell’istanza la stessa deve apparire fondata;
  2. il danno grave e irreparabile che il contribuente subirebbe in caso di pignoramento (periculum in mora).

Per ciò che riguarda il primo requisito, esso di norma si ricava dai motivi di ricorso, mentre il secondo dipende dalla situazione economico-patrimoniale del contribuente, e a volte viene valutato in relazione ai concreti effetti dell’atto.

Occorre dimostrare, su base documentale, che la prosecuzione della riscossione, o, comunque, la mancata sospensione dell’atto causerebbe un danno, anche non imminente, che non potrebbe venire meno in seguito alla sentenza di accoglimento del ricorso. Ad esempio, si può provare:

  • di avere una consistente esposizione bancaria,
  • di essere impossibilitati ad onorare il debito se non subendo pignoramenti o dismettendo il patrimonio (fatto che comprometterebbe la prosecuzione dell’attività),
  • che l’entità della somma richiesta non può essere pagata visti i redditi posseduti dal contribuente,
  • che la riscossione potrebbe causare danni ingenti.

La domanda di sospensione al giudice può essere proposta unitamente al ricorso o mediante atto separato. Per effetto di tale istanza, il Presidente fissa con decreto la trattazione della istanza di sospensione per la prima camera di consiglio utile disponendo che ne sia data comunicazione alle parti almeno dieci giorni liberi prima”. Inoltre, “l’istanza di sospensione è decisa entro 180 giorni dalla data di presentazione della stessa”. Il giudice provvede mediante ordinanza non impugnabile, che viene comunicata subito in udienza.

Nell’ipotesi di ordinanza di accoglimento, “la trattazione della controversia deve essere fissata non oltre novanta giorni dalla pronuncia”. La sospensione può anche essere parziale. In casi di eccezionale urgenza, il Presidente, previa delibazione nel merito, può motivatamente disporre la provvisoria sospensione dell’esecuzione fino alla pronuncia del collegio. Tale provvedimento viene emanato unitamente al decreto di fissazione dell’udienza. Esso può essere parziale o condizionato alla prestazione di idonea garanzia. La sospensione dell’atto impugnato inibisce ogni forma di riscossione, in primo luogo le attività espropriative, non avendo rilievo l’eventuale presenza del ruolo straordinario.

note

[1] Art. 1 co. 537 – 543 della L. 228/2012.


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