Diritto e Fisco | Editoriale

Fallimento: come prevenirlo

12 maggio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 maggio 2018



L’attività dell’imprenditore è soggetta a rischio economico, le oscillazioni del mercato e la crisi possono comportare uno stato di insolvenza, come evitarlo?

Il fallimento è la principale risposta della legge al problema della crisi dell’impresa e dell’insolvenza commerciale e consiste in un meccanismo di attuazione della garanzia patrimoniale del debitore che non adempie ai propri obblighi. Si tratta di una procedura volta alla constatazione dello stato di insolvenza dell’imprenditore, all’accertamento dei crediti vantati nei suoi confronti e alla loro successiva liquidazione, tenendo conto delle cause legittime di prelazione. In altre parole, il fallimento serve a fare sì che i creditori ottengano il pagamento di quanto loro dovuto, calcolando le componenti attive dell’impresa. Molti si chiedono dunque, fallimento: come prevenirlo?

L’attività di imprenditore

Il codice civile [1] indica il fine cui è preordinata l’attività di imprenditore, ossia la produzione di beni e servizi e, nell’ambito di tale nozione, il codice ha distinto l’imprenditore agricolo [2]  e quello commerciale [3] e solo per quest’ultimo la disciplina prevede l’assoggettabilità al fallimento. Il codice stabilisce che sono attività agricole principali la coltivazione del fondo, la silvicoltura e l’allevamento di animali; a queste si aggiungono le attività agricole per connessione, quali ad esempio le attività relative alla manipolazione, conservazione, trasformazione e commercializzazione dei prodotti ottenuti dalla coltivazione. Pertanto, gli elementi caratterizzanti le attività agricole principali sono, da una parte, il collegamento diretto con il fondo, e dall’altra, la circostanza che l’attività consista essenzialmente  nella cura e nello sviluppo di un ciclo biologico. Fallimento: come prevenirlo?

Requisiti di fallibilità

Non fallisce mai l’impresa ma solo ed esclusivamente l’imprenditore, individuale o collettivo, che la esercita e svolge dunque un’attività economica organizzata e portata avanti in modo professionale. La legge fallimentare [4] evidenzia che non sono soggetti al fallimento gli imprenditori che dimostrano il possesso congiunto di  questi requisiti:

  1. aver avuto, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito della istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore ad euro trecentomila;
  2.  aver realizzato, in qualunque modo risulti, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore ad euro duecentomila;
  3. avere un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore ad euro cinquecentomila.

In altre parole, le società aventi ad oggetto un’attività commerciale che rientrano in questi requisiti, non sono assoggettabili alla disciplina fallimentare quindi non sono fallibili. La distinzione tra imprenditore piccolo e medio-grande fa riferimento al criterio della dimensione dell’impresa. L’onere della prova, circa l’ammontare dell’attivo patrimoniale, dei ricavi lordi e dell’esposizione debitoria, è posta a carico del debitore nel senso che è quest’ultimo a dovere provare di non essere fallibile. Fallimento: come prevenirlo?

Gli effetti del fallimento

La disciplina fallimentare è volta alla cristallizzazione del patrimonio del fallito, da destinare al soddisfacimento dei creditori. Il primo degli effetti del fallimento è lo spossessamento; infatti, in seguito alla sentenza dichiarativa di fallimento, il fallito perde l’amministrazione e la disponibilità dei suoi beni. La legge consente il blocco di tutti i beni presenti e futuri dell’imprenditore e, al tempo stesso, esclude i creditori successivi dal soddisfacimento sui beni futuri. Lo spossessamento ha una durata limitata, sino alla cessazione della procedura o rinuncia del curatore fallimentare, si realizza automaticamente per effetto della sentenza. Non sono oggetto di spossessamento, tutti i beni e i diritti del fallito di natura strettamente personale, volti al lavoro e al sostentamento di sé e della propria famiglia. Il fallimento determina degli effetti anche sul piano processuale in quanto comporta al fallito la perdita della legittimazione attiva e passiva, che riacquista in seguito alla chiusura della procedura. Il curatore fallimentare sta in giudizio al posto del fallito in tutto ciò che riguarda i procedimenti connessi a rapporti compresi nel fallimento, mentre il fallito rimane legittimato per le questioni personali, come ad esempio il giudizio di separazione, e nei procedimenti pendenti presso la Corte di Cassazione in quanto non soggetti ad interruzione. Infine, tra gli altri effetti patrimoniali del fallimento vi è anche l’inefficacia degli atti successivi alla dichiarazione, in maniera tale da mettere al sicuro il patrimonio da eventuali dismissioni.

Come prevenire il fallimento?

Per prevenire il fallimento ed evitare situazioni spiacevoli, l’imprenditore deve cercare sempre di adempiere puntualmente ai propri debiti. Nell’ordine dei vari pagamenti da fare deve preoccuparsi di dare precedenza a quelli garantiti da pegno o ipoteca. Nel momento in cui, a causa di crisi economica, investimenti sbagliati o mancanza di liquidità, lo stesso si trovi nell’impossibilità materiale di provvedere ai pagamenti dovuti, al fine di evitare un’istanza di fallimento depositata dai creditori, può giocare d’anticipo e contattarli in maniera da predisporre un piano di rientro o una dilazione di pagamento. Non rispondere ai solleciti di pagamento non costituisce una buona strategia in quanto spesso il fallimento viene richiesto proprio dopo lunghi silenzi e mancati riscontri alle comunicazioni. E’ preferibile dunque prendere di petto la situazione e cercare di individuare una soluzione comune che possa da un lato soddisfare, seppur in parte, i creditori che aspettano l’adempimento, e dall’altro l’imprenditore che evita dunque il fallimento.

note

[1] Art. 2082 c.c. [2] Art. 2135 c.c. [3] Art. 2195 c.c. [4] Art. 1 l.f..


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