Diritto e Fisco | Editoriale

Il coniuge che abbandona casa e ci ripensa può essere allontanato?


Il coniuge che abbandona casa e ci ripensa può essere allontanato?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 maggio 2018



Abbandono della casa coniugale, addebito del matrimonio e tutela del possesso per chi vive o ha vissuto dentro casa: come si conciliano queste tre esigenze?

Tua moglie o tuo marito si è allontanato di casa con l’intenzione di non farvi più ritorno. Ti ha espressamente detto, nel fare le valige, che la vostra unione è terminata e che non resta che separarvi. Ora però, dopo cinque mesi di totale assenza, si è pentito/a e vorrebbe tornare,  ma tu non hai alcuna intenzione di farlo/a rientrare nell’appartamento. Come ti devi comportare? Se il coniuge abbandona la casa e ci ripensa può essere allontanato? Ecco qualche spunto di riflessione sull’argomento e cosa stabilisce la legge.

Il matrimonio implica l’obbligo di convivenza. Non ci si può allontanare di casa se non con il consenso dell’altro coniuge (come quando insorgono delle esigenze di lavoro). L’abbandono del tetto coniugale non motivato da gravi ragioni che abbiano determinato l’intollerabilità della convivenza (ad esempio una violenza ai danni del coniuge o liti furibonde pericolose per la salute psicofisica propria o dei figli) è un illecito contrario ai doveri familiari. Esso può quindi comportare una richiesta di separazione con addebito. Potrebbe addirittura costituire un reato se l’altro coniuge – quello abbandonato – non ha i mezzi economici per vivere e mantenersi da solo.

L’abbandono della casa, quindi, è una valida ragione per ritenere chiusa l’unione e poter far accertare questa condizione dal giudice con una sentenza che, oltre a dichiarare la separazione, ne addebiti la responsabilità a chi si è allontanato senza motivo. L’addebito però non ha conseguenze sul piano patrimoniale se non l’impossibilità per il responsabile della fine del matrimonio di chiedere l’assegno di mantenimento.

Vediamo ora cosa si può fare se il coniuge si allontana da casa ma poi ci ripensa.

Una cosa è la separazione della coppia e l’eventuale addebito per l’abbandono del tetto coniugale, un’altra cosa è invece la proprietà e il possesso della casa che va regolata secondo altre norme.

All’esito della separazione, il giudice può assegnare la casa al coniuge con cui vivono i figli (di solito la madre). Ma se la coppia non ha avuto discendenza, la casa torna al suo legittimo proprietario. Se l’immobile era in comproprietà esso andrà diviso tra marito e moglie; nel caso in cui sia impossibile la materiale ripartizione in due distinte unità abitative, si dovrà optare o per la vendita e divisione del ricavato oppure per l’acquisto da parte di uno dei due con liquidazione della quota all’ex.

A meno che non vi siano valide ragioni per allontanare il coniuge da casa – situazioni di violenza grave – non si può sbattere fuori dalla porta il proprio coniuge durante la convivenza. Né si possono cambiare le chiavi della serratura. Anche se la coppia è in crisi e intende separarsi, la cessazione della convivenza può avvenire solo su autorizzazione del giudice (il quale la concede di solito dopo la prima udienza presidenziale, a seguito dell’inutile tentativo di conciliazione).

Prima dell’intervento del giudice, la coppia può firmare un accordo con cui i due rinunciano espressamente a vivere sotto lo stesso tetto e si esonerano l’un l’altro dall’obbligo di convivenza. Ma anche questo accordo deve concedere al coniuge che decide di andar via il tempo materiale per trovare un’alloggio differente. Lo “sfratto”, insomma, non può mai avvenire dalla sera alla mattina. È necessario preservare la situazione di “compossesso” che consente a chi ha abitato un immobile a lungo di trovare una sistemazione alternativa.

Questi principi appena elencati lasciano comprendere la soluzione al quesito iniziale, se cioè si può allontanare il coniuge che abbandona casa e ci ripensa.

Se la casa è di proprietà di colui che vi è rimasto dentro, questi non ha più l’obbligo di tutelare il possesso di chi se n’è andato di propria spontanea volontà, peraltro violando l’obbligo di convivenza che deriva dal matrimonio. Infatti è stato lui stesso a spogliarsi di tale possesso. Ne consegue che si può impedire al coniuge di far rientro a casa (che peraltro non è sua) visto che l’unione si può considerare di fatto già spezzata. Nel frattempo sarà però opportuno provvedere a presentare quanto prima un ricorso al giudice per la dichiarazione di separazione giudiziale.

Diversa è la soluzione in caso di comproprietà della casa, perché acquistata in regime di comunione legale dei beni, o di titolarità della casa del coniuge che se n’è andato. In tali due ipotesi bisogna comunque tutelare il suo diritto sull’immobile che non gli può essere negato solo perché questi ha deciso di porre fine al matrimonio, anche se con un comportamento colpevole. Risultato: a meno che la riammissione del coniuge all’interno dell’appartamento non sia di pregiudizio per la sicurezza psicofisica dell’altro o dei figli (devono però sussistere delle gravi ragioni), allora si è costretti a consentirgli di nuovo l’accesso all’immobile. L’ultima parola spetterà poi al giudice della separazione che potrà stabilire le regole sull’assegnazione della casa o sulla eventuale divisione.

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