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Le Guide Non pagare l’avvocato è reato

Le Guide Pubblicato il 9 maggio 2018

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L’assistito che trattiene gli onorari spettanti al proprio avvocato può essere querelato per appropriazione indebita?

Se l’avvocato riscuote dalla controparte le somme destinate al proprio cliente e poi non gliele versa commette reato. Ma ciò vale anche in senso opposto: il cliente che viene risarcito da un’assicurazione a seguito di un incidente stradale e nell’assegno vi è anche la somma dovuta al legale che lo ha assistito come compenso per l’attività espletata si macchia di appropriazione indebita. Lo ha chiarito la Cassazione con una recente sentenza [1]. Questo significa che non pagare l’avvocato è reato? La tesi avversaria sosteneva che si trattasse di un semplice inadempimento contrattuale ossia – tanto per usare un gergo comune – di un debito non pagato che è un illecito solo civile e non penale. Tuttavia questa tesi è stata rigettata dai giudici. Urgono quindi dei chiarimenti per comprendere se e quando il cliente che non paga l’avvocato può essere denunciato.

Chi non paga i debiti commette reato?

Tranquillizziamo subito tutti coloro che non hanno soldi a sufficienza per estinguere e saldare i propri debiti. Chi non paga i creditori non commette reato a meno che non abbia contratto l’obbligazione con la consapevolezza di non potervi adempiere e, ciò nonostante, abbia fatto di tutto per far credere il contrario all’altra parte. Immaginiamo ad esempio un dipendente che sta per essere licenziato (avendo ricevuto la lettera di preavviso di licenziamento) e lo stesso giorno chiede un finanziamento a una finanziaria, presentando le proprie buste paga; una volta ottenuti i soldi del prestito smette di versare le rate avendo nel frattempo perso il posto. Il creditore in questo caso lo può denunciare per insolvenza fraudolenta: sono infatti rilevanti gli artifici e i raggiri posti in essere ai danni del creditore per aver il debitore fatto credere di essere solvibile.

Fuori da questo caso particolare, chi non paga i debiti non può essere denunciato. Il creditore può solo agire in via civile per ottenere il recupero forzato dei propri soldi ed eventualmente il risarcimento del danno causato dal ritardo.

Chi trattiene i soldi altrui commette reato?

Diversa è l’ipotesi di chi riceve una somma di denaro, appartenente a terzi, con l’obbligo di trasferirla all’avente diritto e ciò nonostante non provvede alla restituzione dell’importo. In tal caso egli risponde del delitto di appropriazione indebita [2] anche se vanta un credito nei confronti del terzo.

Immaginiamo una persona che subisce un incidente stradale. Delega un avvocato a gestire il sinistro per fargli ottenere il risarcimento del danno. Come uso in questi casi, non gli anticipa alcun corrispettivo per la futura parcella, venendo questa liquidata dall’assicurazione all’atto della liquidazione del danno. Il professionista avvia la pratica e definisce la controversia con la compagnia ottenendo da questa un assegno al domicilio del proprio cliente (anche questa è una pratica ormai ricorrente). Nell’assegno è esplicitato che la somma si deve considerare omnia, ossia comprensiva tanto del risarcimento per l’infortunio riportato nel sinistro, tanto delle spese legali da versare al legale per la sua assistenza. Il danneggiato però trattiene l’intero importo per sé senza pagare il professionista. Ebbene, quest’ultimo non solo può agire in via civile per il recupero del proprio credito, ma può anche denunciare il cliente per appropriazione indebita.

Diversamente, precisa la Suprema Corte, l’appropriazione indebita non si sarebbe configurata qualora «l’intera somma inviata dalla compagnia assicuratrice fosse stata liquidata in favore del solo imputato».

Per aversi reato, quindi, deve essere esplicito che la somma delle spese legali deve essere versata all’avvocato. La generica indicazione della “refusione delle spese legali” (ossia la restituzione di quanto anticipato dal cliente o che si presume abbia già anticipato) non è sufficiente a far scattare il reato. Come già chiarito infatti dalla Cassazione in una precedente sentenza [2],  «non integra il delitto di appropriazione indebita la condotta della parte vincitrice di una causa civile che trattenga la somma liquidata in proprio favore dal giudice civile a titolo di refusione delle spese legali, rifiutando di consegnarla al proprio avvocato che la reclami come propria».

Responsabile l’avvocato che non restituisce i soldi al cliente

Abbiamo anticipato in apertura che il principio vale sia per il cliente che per l’avvocato. La stessa Corte Suprema ha infatti chiarito [3] che scatta il reato di appropriazione indebita tutte le volte in cui il legale trattiene per sé somme riscosse a nome e per conto del cliente, anche se egli sia, a sua volta, creditore di quest’ultimo per spese e competenze relative ad incarichi professionali espletati. L’unico caso in cui l’avvocato è legittimato a compensare la propria parcella con le somme ricevute per conto del proprio assistito è quando il proprio credito è già esigibile, certo e preciso nel suo ammontare.

note

[1] Cass. sent. n. 20117/18 del 8.05.2018.

[2] Art. 646 cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 25344/2011.

[4] Cass. sent. n. 5499/2013.

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 20 febbraio – 8 maggio 2018, n. 20117

Presidente Gallo – Relatore Di Paola

Ritenuto in fatto

1. La Corte d’ Appello di Caltanissetta, con sentenza in data 22/9/2016, confermava la condanna alla pena ritenuta di giustizia pronunciata nei confronti di L.G.E. dal Tribunale di Enna, in data 17/10/2013, in relazione al reato di cui all’art. 646 cod. pen..

2. Propone ricorso per cassazione l’imputato, deducendo con il primo motivo di ricorso la violazione di legge, ai sensi dell’art. 606, lett. b) cod. proc. pen., in relazione al disposto dell’art. 646 cod. pen., per aver la Corte erroneamente ritenuto sussistente il requisito oggettivo del delitto contestato, mentre dagli atti risultava il dubbio sulla natura delle somme versate dalla compagnia assicuratrice e ricevute dall’imputato, se cioè dovessero esser imputate al risarcimento del danno spettante all’imputato, ovvero al pagamento dell’onorario del difensore che lo aveva assistito; il ricorrente riteneva che la vicenda integrasse esclusivamente un mero inadempimento contrattuale, difettando altresì la prova del dolo specifico richiesto dalla norma incriminatrice.

Con il secondo motivo di ricorso si denunzia il vizio di assenza di motivazione, per aver la Corte ripercorso la motivazione della sentenza di primo grado senza fornire risposta adeguata alle censure formulate attraverso l’atto di appello.

Considerato in diritto

1. Entrambi i motivi di ricorso, che possono essere esaminati congiuntamente attesa la connessione logica delle argomentazioni svolte, sono infondati.

2.1. Il ricorrente prospetta con il primo motivo di ricorso la valenza puramente civilistica dell’inadempimento dell’imputato, rispetto all’obbligo di versamento in favore del professionista delle somme dovute per il suo onorario, così fornendo una diversa qualificazione giuridica alla condotta contestata, in ragione della natura delle somme ricevute dalla compagnia assicuratrice. Si tratta di censura che non si confronta con la motivazione della decisione impugnata che ha precisato, in sintesi ma adeguatamente, la sicura indicazione emergente dagli atti processuali circa la natura della somma ricevuta dall’imputato, somma che era stata imputata, dalla compagnia assicuratrice, al credito per la prestazione professionale del legale che aveva assistito l’imputato. La circostanza, del resto, era stata già precisata nella motivazione della sentenza di primo grado, ove si chiariva che nella somma ricevuta complessivamente dal L. era ricompreso, per espressa dizione della compagnia assicuratrice che aveva inviato la somma a mezzo titolo di credito, l’importo di Euro 500 che corrispondevano alle competenze professionali del difensore, con l’incarico di versarle allo stesso.

2.2. A fronte di tali dati fattuali, è corretta in diritto la decisione della corte d’appello, che ha fatto applicazione del principio in forza del quale il soggetto che abbia ricevuto una somma in denaro, appartenente a terzi, con l’obbligo di trasferirla all’avente diritto, ove non provveda alla restituzione della somma risponde del delitto di appropriazione indebita, quand’anche possa vantare ragioni di credito nei confronti del terzo (circostanza che nella specie, peraltro, non ricorreva, né poteva dirsi che il difensore nel richiedere la somma versata dall’assicuratore intendesse soddisfare un credito vantato direttamente nei confronti del L. , trattandosi di autonomo rapporto obbligatorio tra il professionista e l’assicuratore); così è stato affermato che “si configura il reato di appropriazione indebita nella condotta dell’esercente la professione forense, che trattenga somme riscosse a nome e per conto del cliente, anche se egli sia, a sua volta, creditore di quest’ultimo per spese e competenze relative ad incarichi professionali espletati, a meno che non si dimostri non solo l’esistenza del credito, ma anche la sua esigibilità ed il suo preciso ammontare” (Sez. 2, n. 5499 del 9/10/2013, dep. 2014, Carnevale Baraglia, Rv. 258220; per una fattispecie in. cui è stato ravvisato il delitto di appropriazione indebita nella condotta del promissario venditore che, in esecuzione di un contratto preliminare di compravendita immobiliare, si era impossessato dell’importo corrisposto a titolo di “deposito cauzionale infruttifero”, e non come acconto sul prezzo o come caparra confirmatoria, sul presupposto che il contratto preliminare prevedeva che l’importo versato all’alienante sarebbe stato imputato a titolo di corrispettivo della vendita solo in sede di rogito per cui, fino a quel momento, il denaro non era entrato nel patrimonio dell’accipiens, v. Sez. 2, n. 54945 del 16/11/2017, Ranuzzi, Rv. 271528).

2.3. Ad opposta conclusione si sarebbe dovuti giungere ove dagli atti del processo fosse positivamente risultato che l’intera somma inviata dalla compagnia assicuratrice fosse stata liquidata a favore del solo imputato (v. ad esempio, Sez. 2, n. 25344 del 25/05/2011, Giannone, Rv. 250767: “non integra il delitto di appropriazione indebita la condotta della parte vincitrice di una causa civile che trattenga la somma liquidata in proprio favore dal giudice civile a titolo di refusione delle spese legali, rifiutando di consegnarla al proprio avvocato che la reclami come propria”).

3. Il secondo motivo di ricorso, strettamente collegato al primo, è anch’esso infondato; il ricorrente si duole di un assunto vizio della motivazione, che sembrerebbe integrato dalle ragioni a giustificazione del rigetto dell’impugnazione. Al contrario, la Corte ha specificato sia, come detto, le ragioni che imponevano la qualificazione delle somme indebitamente trattenute dall’imputato come compenso dovuto al proprio legale, sia i motivi che rendevano chiara la consapevole e volontaria condotta appropriativa, alla luce del perdurante mancato versamento dei compensi spettanti al difensore della persona offesa, pur dopo l’avvenuto integrale versamento delle somme attese dall’imputato.

4. Sulla base delle considerazioni fin qui svolte, il ricorso deve essere rigettato con conseguente condanna del ricorrente, ai sensi dell’art.616 c.p.p., al pagamento delle spese del presente grado di giudizio.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


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