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Lo sai che? Conto corrente in comunione tra marito e moglie

Lo sai che? Pubblicato il 10 maggio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 10 maggio 2018

Comunione legale dei coniugi e conto corrente: la divisione dei soldi depositati in banca o alle poste, la contestazione del conto corrente e gli acquisti fatti coi soldi depositati.

Poiché oggi, non appena ci si sposa, si entra automaticamente nel regime di comunione legale (salvo diversa ed espressa volontà), il conto corrente aperto dopo le nozze dal marito o dalla moglie diventa automaticamente comune, ossia di proprietà di ciascuno dei due in pari quote (al 50%). Non conta il fatto che sul conto vi finiscano i redditi di lavoro di uno solo dei coniugi. Né conta che, nei rapporti con la banca, l’intestatario formale del rapporto sia solo il marito o la moglie; al di là infatti della legittimazione a effettuare operazioni allo sportello (che spetta solo a chi ha sottoscritto il contratto), nei rapporti personali tra i coniugi la giacenza si considera di entrambi. In termini pratici, tanto per fare un esempio, ciò significa che la moglie non può andare in banca e prelevare la metà delle somme (salvo che il conto sia cointestato o le sia stata rilasciata una “delega alla firma”), ma che, in caso di separazione e/o divorzio, avrà comunque diritto a ottenere la sua parte delle somme eventualmente residue in quello stesso momento. Ma procediamo con ordine e vediamo come funziona il conto corrente in comunione tra marito e moglie.

Conto corrente per coniugi in comunione dei beni

Il codice civile [1] stabilisce che rientrano nella comunione gli acquisti compiuti dai due coniugi, insieme o separatamente, durante il matrimonio; vi rientrano anche i proventi dell’attività (lavorativa) separata di ciascuno dei due coniugi se, allo scioglimento della comunione, non sono stati consumati. Da ciò si desume che, in caso di coppia sposata in comunione dei beni, le somme sul conto corrente intestato solo al marito appartengono alla comunione medesima e, quindi, sono di spettanza anche (pro quota) della moglie. Lo stesso principio, chiaramente, vale anche nel caso inverso ossia per il conto intestato solo alla moglie nei confronti del marito. In verità, si tratta solo di un diritto virtuale, che non può essere esercitato quando ancora la coppia è unita e sposata. Difatti la moglie che dovesse chiedere al marito di consegnarle la metà dei soldi che il primo ha versato in banca, per poterla spendere per esigenze proprie, si vedrebbe legittimamente opporre un secco rifiuto. Nonostante la presenza della comunione, l’intestatario del conto non è tenuto a dividere la giacenza. In altre parole, i diritti del coniuge sulla metà delle somme depositate in banca dall’altro coniuge non possono essere fatti valere finché la coppia è ancora unita, ma solo in caso di separazione, momento nel quale si procede alla divisione di tutti i beni. E così come si dividono gli acquisti fatti durante il matrimonio, si dividono anche i soldi non ancora spesi, ivi compresi quelli depositati sul conto corrente. Ecco perché ironicamente si dice che, per non far avere nulla alla moglie, sarebbe opportuno spendere tutto prima della divisione e acquistare beni di uso personale (questi infatti non rientrano nella comunione e non vanno divisi con l’ex coniuge).

Acquisti fatti con i soldi sul conto in comunione legale

Peraltro se il conto corrente in comunione è alimentato solo con i redditi di lavoro di uno dei due coniugi, quest’ultimo è libero di spenderli come vuole, anche per scopi personali. Egli non deve rendere conto all’altro coniuge il quale pertanto non può accampare pretese su tali acquisti.

Come chiarito dalla giurisprudenza [2], per quanto riguarda il saldo attivo di un conto corrente bancario in regime di comunione dei beni ma intestato solo a uno dei coniugi e nel quale siano affluiti proventi dell’attività lavorativa svolta da questi, esso entra a far parte della comunione legale dei beni esclusivamente in caso di scioglimento della stessa (il che avviene con la separazione dei coniugi). Solo da tale momento vi è una effettiva (e non solo astratta) titolarità comune dei coniugi sul predetto saldo.

Conto corrente in comunione e morte di uno dei coniugi

Se muore uno dei due coniugi, la comunione si scioglie e, quindi, anche il conto corrente che era intestato formalmente al defunto. Questo significa che il coniuge superstite ottiene subito, in quanto contitolare (perché in comunione dei beni), la metà di tale conto, mentre l’altra metà dovrà dividerla con gli altri eredi [3].

Vendita di beni personali e accredito sul conto corrente in comunione

Immaginiamo che uno dei due coniugi sia titolare di una casa che ha acquistato prima di sposarsi o che gli sia stata donata o che abbia ricevuto in eredità. Sono tre casi in cui il bene non entra in comunione legale con l’altro coniuge. Che succede se decide di vendere tale immobile e di depositare i relativi soldi del prezzo sul conto corrente in comunione? La somma viene automaticamente “assorbita” nella comunione? Secondo la Cassazione [4] la risposta è negativa. Il corrispettivo della vendita, per quanto accantonato sul conto corrente in comunione, resta pur sempre diviso dal resto del deposito bancario e rimane nella titolarità del coniuge che ha venduto il bene personale. Così come detto bene non rientrava nella comunione, non vi rientra neanche il relativo prezzo derivato dalla vendita.

Conto corrente cointestato per coniugi in separazione dei beni

Il problema non si pone per le coppie in regime di separazione dei beni ove ciascuno resta proprietario dei propri beni, ivi comprese delle somme residue depositate in banca. Per cui, il conto corrente intestato al marito resta solo di questo e non va diviso in caso di separazione; lo stesso vale per la moglie.

L’unica eccezione riguarda l’ipotesi di conto corrente cointestato a entrambi i coniugi. In questo caso, infatti, la cointestazione fa scattare una donazione (cosiddetta donazione indiretta) della metà del deposito. Quindi, significa che la moglie è titolare del 50% dei soldi in banca. Peraltro, nei rapporti con la banca vige il principio di solidarietà (attiva e passiva); ciò significa che:

  • sia il marito che la moglie possono prelevare più della propria quota (quindi anche tutti i soldi) non potendo la banca frapporre ostacoli. Resta però l’obbligo, nei rapporti personali con l’altro coniuge, di restituirgli la sua parte;
  • se il conto è in rosso e la banca avanza un credito, può chiedere l’intero importo sia al marito che alla moglie. Il coniuge che paga integralmente il debito con la banca può rivalersi nei confronti dell’altro nei limiti della sua metà.

Abbiamo appena detto che la cointestazione del conto corrente fa presumere che vi sia stata l’intenzione di eseguire una donazione, ma è sempre ammesso dimostrare il contrario. Si può cioè provare che, dietro la cointestazione, vi era un intento simulatorio e che l’effettivo scopo perseguito dalle parti era un altro, come il voler  agevolare il coniuge nell’eseguire operazioni bancarie (prelievi e versamenti) anche per conto dell’altro. Si pensi, ad esempio, a una coppia sposata in regime di separazione dei beni: l’uomo cointesta il proprio conto corrente (su cui gli vengono accreditati gli stipendi) anche alla moglie per consentirle di prelevare dal bancomat e allo sportello tutte le volte in cui ne ha bisogno, al fine di provvedere alle spese necessarie al ménage domestico. Ebbene, in questo caso, per quanto formalmente il conto sia cointestato a entrambi i coniugi, il marito non è tenuto a versare la metà delle somme alla moglie, trattandosi solo di una simulazione [5].

La moglie può prelevare dal conto del marito?

Immaginiamo una coppia in comunione legale dei beni. Ciò che mio è anche tuo, ciò che è tuo è anche mio. Al 50% si intende. È questa la sostanza della comunione.

Anche il conto corrente su cui il marito riceve lo stipendio cade in comunione. Ciò vuol dire che è anche della moglie, per metà.

Ragionando così la moglie potrebbe dire al marito: «Dammi il bancomat che oggi faccio spese. Stai tranquillo: non prelevo più della mia metà». Un discorso del genere è legale? Stai a sentire qual è la risposta.

La comunione coinvolge tutti i beni acquistati dopo il matrimonio. Vengono esclusi solo i beni per uso personale, quelli acquistati prima delle nozze, quelli ricevuti in donazione e in eredità.

Il conto corrente ha un regime a sé. Anche se astrattamente entra nella comunione, la divisione delle somme depositate in banca può essere chiesta non quando la coppia è ancora sposata, ma quando si separa o quando uno dei due muore. In altre parole, il coniuge non titolare del conto può rivendicare il proprio 50% solo quando si scioglie la comunione. È allora che il conto viene diviso in due. Ma non prima.

Peraltro, come hanno chiarito più volte i giudici, il titolare del conto su cui viene accreditato il proprio stipendio, può spendere i soldi per come meglio vuole, anche per esigenze personali, senza che l’altro coniuge possa dirgli nulla o rivendicarne la metà della proprietà. Significa in pratica che se tu prelevi dal tuo conto corrente mille euro per comprarti un cellulare, lo puoi fare e tua moglie – o tuo marito – non te lo può contestare.

In sintesi, se ti stai per separare e non vuoi dividere i soldi sul tuo conto corrente, spendili subito!

note

[1] Art. 177 lett. a) cod. civ.

[2] Trib. Padova, sent. n. 1981/2011.

[3] Cass. sent. n. 10386/2009.

[4] Cas. sent. n. 1197/2006: «Il denaro ottenuto a titolo di prezzo per l’alienazione di un bene personale rimane nella esclusiva disponibilità del coniuge alienante anche quando esso venga dal medesimo coniuge depositato sul proprio conto corrente. Questa titolarità non muta in conseguenza della mera circostanza che il denaro sia stato accantonato sotto forma di deposito bancario, giacché il diritto di credito relativo al capitale non può considerarsi modificazione del capitale stesso, né è d’altro canto configurabile come un acquisto nel senso indicato dall’articolo 177 comma 1, lettera a) del Cc, cioè come un’operazione finalizzata a determinare un mutamento effettivo nell’assetto patrimoniale del depositante».

[5] Cass. sent. n. 1149/2004: «La mera titolarità formale di un conto corrente bancario non può, da sola, costituire circostanza decisiva in ordine alla proprietà e spettanza dei relativi fondi, occorrendo valutare in concreto, caso per caso, se sussista disgiunzione fra intestazione nominale del conto e reale appartenenza delle somme depositate (principio affermato dalla S.C. nel confermare la decisione di merito che, a seguito di separazione personale, facendo corretta applicazione dell’art. 2729 cod. civ. aveva ritenuto che le somme accreditate sul conto corrente di cui era titolare un coniuge spettassero all’altro, i proventi della cui attività avevano costituito l’unica fonte di guadagno della famiglia)».


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