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Lavoro familiare: quando è ammesso?

10 maggio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 maggio 2018



La Corte di Cassazione si è definitivamente espressa sull’annosa questione del rapporto di lavoro in ambito familiare. Quando è ammesso?

Sei un piccolo imprenditore e gestisci da solo la tua azienda. Hai pensato spesso di farti aiutare da un tuo familiare perché il lavoro è diventato ingestibile. Magari ti sarai anche chiesto se assumere un parente sia effettivamente lecito e se c’è il rischio che venga disconosciuto il rapporto di lavoro dagli ispettori del lavoro. Domanda senz’altro lecita vista la presa di posizione tutt’altro che giustificata dell’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale) in questi casi. Ma non ti preoccupare. Ti anticipo fin da subito che puoi tranquillamente assumere il tuo parente, purché siano rispettate alcune condizioni che dettaglieremo nelle prossime righe di questo articolo. La decisione, che consolida a questo punto l’orientamento giurisprudenziale, è arrivata dalla recente Corte di Cassazione [1] che mette la parola fine alle infondate richieste da parte dell’Inps che disconosce a priori il rapporto di lavoro tra familiari. Ma andiamo con ordine e vediamo quando è ammesso il lavoro familiare?

Lavoro familiare: perché l’Inps disconosce il rapporto di lavoro?

Nonostante le continue pronunce dei massimi giudici della Corte di Cassazione che vanno nella direzione di aiutare i piccoli imprenditori, realtà molto presente nel nostro tessuto economico, l’Inps non ne vuole sapere e considera il lavoro familiare illecito, in quanto strumento di dissimulazione per garantire una mera prestazione pensionistica. Le conseguenze dell’orientamento Inps sono disastrose: gli ispettori tendono costantemente a non riconoscere la genuinità del rapporto di lavoro tra familiari, nonostante non vi sia nessuna norma che vieti esplicitamente al datore di lavoro di assumere un proprio familiare. La motivazione di fondi sta nella presunzione dell’Inps che l’attività lavorativa sia resa in maniera gratuita basato sul vincolo di fiducia, presunzione certamente dubbia ma non per forza assoluta. Soprattutto se pensiamo che il nostro ordinamento prevede l’onerosità della prestazione e non la gratuità. L’interpretazione dell’Inps ha portato inevitabilmente a fiorenti contenziosi, in cui l’onere probatorio di dimostrare che il rapporto di lavoro tra familiari non esiste o è svolto a titolo gratuito ovvero che il datore di lavoro non esercita i suoi poteri nei confronti del dipendente-familiare, è a carico degli ispettori del lavoro.

Lavoro familiare: qual è l’orientamento della Corte di Cassazione?

Di diverso avviso è la Corte di Cassazione, ma anche il Ministero del lavoro e delle politiche sociali [2] e l’Ispettorato nazionale del lavoro, andando nuovamente contro le operazioni presuntive spesso contenute nei verbali ispettivi dell’Inps, che tendono a negare la sussistenza del rapporto di lavoro subordinato, privilegiando, non sempre con fondamento, la prevalenza del legame familiare.

Quando è ammesso il lavoro familiare?

Ma il lavoro familiare è sempre ammesso? Ebbene, la Corte di Cassazione ha spiegato che solamente in presenza di determinati indici che inquadrano il lavoratore all’interno dell’organizzazione aziendale è possibile riconoscere il rapporto di lavoro subordinato in ambito familiare. Quindi sì all’assunzioni di parenti purché si verifichino le seguenti condizioni:

  • onerosità della prestazione;
  • presenza costante presso il luogo di lavoro previsto dal contratto;
  • osservanza di un orario (nella fattispecie coincidente con l’apertura al pubblico dell’attività commerciale);
  • programmatico valersi da parte del titolare della prestazione lavorativa (del familiare);
  • corresponsione di un compenso a cadenze fisse.

In presenza di tali elementi il lavoro subordinato è valido a tutti gli effetti, a prescindere che l’unità assunta faccia parte dello stesso nucleo familiare.

Che cosa s’intende per rapporto di lavoro di natura morale?

Nel rapporto di lavoro in ambito familiare, capita spesso che la collaborazione resa dal parente possa essere effettuata in virtù di una obbligazione di natura morale, basata sulla c.d. affectio vel benevolentiae causa, ovvero sul legame solidaristico ed affettivo proprio del contesto familiare. In tali casi, può essere anche non prevista la corresponsione del compenso. Da qui sorge il dubbio dell’Inps, poiché il fatto che l’apporto lavorativo sia reso da un familiare contribuisce a determinare in molti casi la natura occasionale della prestazione lavorativa, in modo tale da escludere l’obbligo di iscrizione in capo al familiare

Cosa fare in caso di disconoscimento del lavoro familiare?

Ma se l’Inps mi disconosce a prescindere il rapporto di lavoro familiare, come posso difendermi dalla presunzione di gratuità? Naturalmente in questi casi il datore di lavoro deve dare effettiva prova della subordinazione fornendone prova in relazione alla qualità e quantità delle prestazioni svolte ed alla presenza di direttive, controlli ed indicazioni da parte del datore di lavoro [3].

Posso inserire nella mia ditta qualsiasi parente?

La legge riconduce in via generale nell’alveo dell’occasionalità le collaborazioni occasionali instaurate tra il titolare dell’azienda, oltre che con il coniuge, anche con i parenti e degli affini entro il terzo grado, salva la specifica disposizione applicabile nel settore agricoli che contempla i rapporti di parentela e affinità fino al quarto grado.


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