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Assenza per malattia: per quanto tempo si conserva il posto?

12 maggio 2018


Assenza per malattia: per quanto tempo si conserva il posto?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 maggio 2018



Sono dipendente pubblico e sono in malattia da febbraio del 2017 per via di una grave patologia. Come posso azzerare il comporto? Se dovessi rientrare e poi non riuscire a lavorare la malattia, se fosse sempre la stessa, ripartirebbe sempre per 18 mesi?

L’art. 21, comma 1, del CCNL del 6.7.1995 prevede che, in caso di assenza dovuta ad infortunio (non sul lavoro) o a g (non professionale, o riconosciuta dipendente da causa di servizio), il dipendente ha diritto alla conservazione del posto fino alla guarigione clinica e, comunque, non oltre un periodo pari a 18 mesi.

In particolare, per le assenze connesse a malattia “ordinaria”, in materia di trattamento economico, trovano applicazione le regole contenute nell’art. 21, comma 7, del CCNL del 6.7.1995, che prevedono un sistema di progressiva riduzione della retribuzione del dipendente man mano che aumenta il numero delle assenze per malattia, nell’ambito del periodo massimo di conservazione del posto a tal fine previsto (come abbiamo detto pari a 18 mesi); nella Tabella A allegata al CCNL del 13.5.1996 sono contenuti alcuni esempi pratici per l’applicazione dell’art. 21 del CCNL del 6.7.1995, con riferimento sia al calcolo del periodo di comporto sia alla determinazione del trattamento economico da applicare al dipendente, man mano che cresce il numero dei giorni di assenza per malattia.

Nello specifico, il dipendente non in prova, assente per malattia, ha diritto alla conservazione del posto (comporto) per un periodo complessivo di 18 mesi. Ai fini della maturazione del periodo di comporto, si sommano tutte le assenze per malattia intervenute nei tre anni precedenti l’ultimo episodio morboso in corso. Di conseguenza, interrompere la malattia e riassentarsi non azzera il comporto.

Per stabilire se e quando risulta superato il cosiddetto “periodo di comporto”, in pratica, è necessario:

– sommare le assenze intervenute nei tre anni precedenti la nuova malattia;

– sommare a tali assenze quelle dell’ultimo episodio di malattia.

In parole semplici, per verificare se i 18 mesi sono stati superati bisogna “andare a ritroso” di 36 mesi rispetto alla data di inizio dell’ultima malattia, poi sommare le giornate di assenza relative all’ultima malattia.

Un esempio pratico aiuta a capire meglio: un dipendente è assente dal 1° gennaio 2018 sino al 30 aprile 2018. È dunque assente per malattia per un totale di 4 mesi. La data di inizio dell’ultima malattia è il 1° gennaio 2018, quindi per controllare il superamento del periodo di comporto bisogna verificare le assenze per malattia del 2017, del 2016 e del 2015.

Nel caso in cui, in questo triennio di riferimento, siano superati i 14 mesi di assenza, risulterà superato il periodo di comporto, pari a 18 mesi totali: difatti, i 18 mesi di assenza devono essere verificati sommando le assenze per malattia verificatesi nel triennio precedente la data di inizio dell’ultima malattia, con le assenze relative all’ultima malattia (quindi, nel caso preso ad esempio, togliendo i 4 mesi dell’ultima malattia dai 18 mesi restano 14 mesi, da verificare nei 36 mesi che precedono la data di inizio dell’ultima assenza per patologia).

Superati i 18 mesi di comporto, ad ogni modo, al lavoratore può essere concesso, dietro apposita domanda, di assentarsi per un massimo di ulteriori 18 mesi, in situazioni particolarmente gravi, previo accertamento, da parte della commissione medica competente, delle condizioni di salute.

La visita da parte della commissione medica è finalizzata a stabilire la sussistenza di eventuali cause di assoluta e permanente inidoneità fisica a svolgere qualsiasi proficuo lavoro (in caso positivo, prima della risoluzione del rapporto di lavoro per inidoneità si ha comunque diritto ad essere adibiti a mansioni differenti).

Bisogna comunque tener presente che, in caso di patologie gravi che richiedono terapie salvavita, o terapie assimilabili come l’emodialisi, la chemioterapia, il trattamento riabilitativo per soggetti affetti da AIDS, sono esclusi dal computo dei giorni di assenza per malattia:

– i giorni di ricovero ospedaliero;

– i giorni di day hospital;

– i giorni di assenza dovuti alle terapie appena menzionate.

Le terapie ed i ricoveri, perché le giornate possano essere escluse dal periodo di comporto, devono essere certificati dalla competente Asl o struttura convenzionata.

In conclusione, con riguardo al caso di specie, interrompere l’assenza per malattia servirebbe a poco, se si dovessero verificare a breve le condizioni di salute che impediscono al lettore di lavorare, a prescindere dal fatto che si tratti della stessa malattia o di una patologia diversa.

L’unica possibilità di non perdere il posto sarebbe dunque rappresentata dalla domanda di aspettativa di ulteriori 18 mesi, che però non sarebbe retribuita e sottoporrebbe il lettore al “rischio” di accertamento dell’inidoneità lavorativa.

Articolo tratto dalla consulenza resa dalla dott.ssa Noemi Secci

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