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Come contestare un richiamo verbale

12 Maggio 2018


Come contestare un richiamo verbale

> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 Maggio 2018



Sono un impiegato. Lo scorso mese ho risposto ad una telefonata di un cliente con chiare intenzioni provocatorie ha provocato una discussione accesa che si è conclusa con ingiurie e minacce di ritorsioni nei miei confronti, poi puntualmente verificatesi. Il giorno stesso, infatti, questa persona ha inviato una lettera per email al presidente del consiglio di amministrazione e a due proprietari del consorzio per segnalare il mio comportamento, a suo dire, poco professionale e maleducato. Ho potuto leggere la lettera e si dice il falso ma in seguito alla vicenda ho subito un richiamo verbale dal presidente e da un consigliere. Non credo che le mie giustificazioni saranno sufficienti. Cosa posso fare per legge?

Il termine che, a parere dello scrivente, ha più leso la reputazione/onorabilità del lettore e che, secondo i canoni giurisprudenziali, più si avvicina alla concezione di offesa a cui rimanda il legislatore è di certo il termine “maleducato”. Potrebbero, quindi, ricorrere gli elementi per la configurazione del reato di diffamazione, disciplinato all’articolo 595 del codice penale che testualmente recita: “Chiunque comunicando con più persone offende l’altrui reputazione è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a 1.032 euro. Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a 2.065 euro”.

Così, nel caso specifico, essendo stato descritto come poco professionale, impreciso e “maleducato” nei confronti del Presidenza del C.d.A. e di altri due soggetti, terzi alla faccenda, il lettore è stato letteralmente diffamato. Questo reato è punibile a querela di parte: ciò significa che per far partire l’attività di indagine da parte della Procura deve essere presentato un atto di impulso (appunto la querela) entro tre mesi dalla scoperta della notizia diffamante. In questo modo, il lettore potrà tutelare la propria reputazione e, in caso di inizio della procedura disciplinare, potrà far presente al Presidente del C.d.A. come, consapevole della sua innocenza, ha già avviato un procedimento penale per difendersi da quelle accuse. In quel giudizio, costituendosi parte civile, potrà all’esito utilizzare la sentenza di condanna per ottenere un risarcimento dei danni dal giudice civile.

Si noti che, in un eventuale rinvio a giudizio del signore che ha inviato la lettera contro il lettore, questi si difenderà invocando l’esimente della subita provocazione di cui all’art. 599 del codice penale: “Non è punibile chi ha commesso alcuno dei fatti preveduti dall’articolo 595 nello stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui, e subito dopo di esso”. Questo non significa che il suddetto signore riuscirà sicuramente a farla franca ma che, se riuscisse a recuperare la telefonata intercorsa col lettore, e a dimostrare che alcune risposte di quest’ultimo siano state date con tono provocatorio, allora potrebbe uscirne con una sentenza di assoluzione.

Tuttavia, sembra che l’unico ad aver subito una chiamata provocatoria (e subdola) sia stato il lettore; pertanto, da questo punto di vista, quest’ultimo potrà far valere i suoi diritti, consapevole della sua onestà professionale. Tanto premesso, quello che si consiglia al lettore – prima di far partire la redazione di una querela – è di prendere un appuntamento con il Presidente del C.d.A. al fine di rappresentare le sue volontà di agire a sua difesa. In questo modo, potrebbe valutare la reazione di questi che, se interessato ad evitare un polverone nei confronti del signore della telefonata (con il quale si presuma che abbia interesse a rimanere in buoni rapporti), potrebbe far in modo di evitare un procedimento disciplinare, così da mettere a tacere tutta la questione.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla


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