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Mutuo e acquisto casa prima del matrimonio: che succede?

12 maggio 2018


Mutuo e acquisto casa prima del matrimonio: che succede?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 maggio 2018



Quindici anni fa ho donato a mio figlio del denaro per l’acquisto di un immobile, versando l’importo su un conto corrente bancario intestato a lui ed alla sua compagna. Nel compromesso e nel rogito, quando non erano ancora sposati, è stato scritto che acquistavano rispettivamente per la quota di 1/2 ciascuno e complessivamente per l’intero, la piena ed esclusiva proprietà. Due anni dopo si sono sposati ed il mutuo, col mio aiuto, è stato estinto. Sul rogito non c’è alcuna dichiarazione esplicita circa la volontà della comunione o della separazione dei beni, né il notaio ebbe a fare menzione della opportunità/ necessità di indicarla. Ora i due intendono separarsi. La moglie ha contribuito all’acquisto solo per la metà del mutuo. La circostanza che l’acquisto sia avvenuto prima del matrimonio, può autorizzare a ritenere di essere in una situazione diversa da quella di acquisto in presenza di un matrimonio e, quindi, a ritenere che la proprietà dell’immobile debba essere considerata in proporzione, almeno, delle somme versate? Avrei titolo a procedere per la restituzione dell’importo?

Al quesito posto, in base agli elementi forniti, va data risposta negativa per le ragioni che si vanno qui di seguito ad illustrare.

Il lettore stesso qualifica il versamento effettuato sul conto cointestato agli attuali coniugi come una donazione nei riguardi di suo figlio.

Sul punto lo stesso non specifica (e quindi si ritiene di no) se tale donazione sia stata accompagnata da dichiarazioni di qualche genere che possano qualificarla come una donazione modale, ossia una donazione i cui effetti sono subordinati al verificarsi o al non verificarsi di un evento (es. “ti dono questo denaro affinché tu possa acquistare la casa in vista delle nozze e a condizione che il matrimonio duri, in mancanza la somma versata dovrà essere qualificata come semplice prestito”).

Dunque, l’importo versato sul conto cointestato al figlio e alla nuora è entrato a far parte del patrimonio del figlio e certamente il lettore non ha alcun titolo per chiederne la restituzione.

Anche eventuali presupposti per la revoca della donazione non possono ritenersi sussistenti nel caso di specie atteso che per legge la donazione può essere revocata solo in due ipotesi: sopravvenienza di figli (ipotesi non afferente al caso di specie) e ingratitudine. Situazione quest’ultima che la legge configura quando chi ha ricevuto i beni in donazione abbia ucciso o tentato di uccidere il donante o il suo coniuge o un suo discendente o ascendente; accusato falsamente (con calunnia accertata in sede penale) una delle suddette persone per reato punibile con l’ergastolo o con la reclusione per almeno tre anni; testimoniato contro le persone medesime imputate dei predetti reati, se la testimonianza è stata poi dichiarata falsa in giudizio penale; gravemente ingiuriato il donante; arrecato volontariamente un grave pregiudizio al patrimonio del donante; rifiutato indebitamente di versare gli alimenti dovuti al donante.

Tutte ipotesi queste che nulla hanno a che vedere con il caso (certo non voluto ma ipoteticamente prevedibile) del fallimento di un matrimonio.

Ma vi è di più: anche qualora le predette somme fossero state versate a titolo di prestito e non di donazione e di tale circostanza il lettore avesse prova (anche eventualmente per testimoni) sarebbero abbondantemente decorsi i termini di legge per poterne domandare la restituzione, dovendosi applicare al caso di specie il termine ordinario di prescrizione decennale.

Dunque, per i suddetti motivi, la risposta al quesito Avrei titolo a procedere per la restituzione dell’importo? è certamente negativa. Volendo poi andare oltre il quesito posto e considerare la posizione non del lettore ma di suo figlio occorre fare le seguenti ulteriori considerazioni.

Quanto alla circostanza che il lettore precisa che Sul rogito non c’è alcuna dichiarazione esplicita circa la volontà della comunione o della separazione dei beni, né il notaio ebbe a fare menzione della opportunità/ necessità di indicarla, ciò è del tutto ovvio in quanto il notaio non poteva fare menzione nell’atto del regime patrimoniale della famiglia (di comunione o separazione) dal momento che la coppia non era ancora sposata e dunque tale regime non esisteva ancora.

Dunque, quel denaro è entrato nella disponibilità del figlio del lettore e della di lui prima compagna e poi consorte, per essere destinato all’acquisto di un immobile.

A riguardo, peraltro, va detto che in sede di rogito notarile il figlio del lettore ben avrebbe potuto, se fosse stata questa la sua volontà, chiedere al notaio di essere indicato quale unico cointestatario dell’immobile o che quantomeno fossero indicate nell’atto delle quote di proprietà differenti in modo da risultarne proprietario per una percentuale maggiore della metà, proprio in ragione del fatto che bene veniva acquistato con denaro proveniente sì dal conto corrente cointestato, ma donatogli dal padre.

Se infatti è vero che quando un conto è cointestato vige una presunzione di contitolarità fra i suoi cointestatari, dall’altro lato però, tale presunzione non è assoluta: chi infatti rivendica la titolarità delle somme può sempre provare (in caso di contestazione) il contrario, anche con semplici presunzioni.

Si pensi, alle circostanze (facilmente dimostrabili) che le somme depositate sul conto provengono da un conto intestato solo ad uno dei due cointestatari o che sono il prezzo della vendita di beni personali. Ordini di accreditamento (come quelli della pensione o dello stipendio) o anche gli assegni emessi a favore di uno solo dei cointestatari e successivamente versati sul conto cointestato sono elementi in grado di provare la titolarità esclusiva del denaro (caso questo molto simile a quello in esame).

La circostanza della cointestazione delle somme non implica, infatti, anche la volontà di donazione (indiretta) all’altro cointestatario delle somme depositate. Quando, infatti, la provvista è costituita solo da redditi di uno dei due cointestatari, la doppia firma viene di solito concessa solo per consentire all’altro di partecipare alla gestione del risparmio e di effettuare le operazioni allo sportello della banca, ma non anche con l’intenzione di donargli la metà del denaro (si pensi al genitore che cointesta un conto al figlio che studia fuori in modo da consentirgli una certa autonomia nella gestione del denaro).

Peraltro, qui non si tratta di una coppia che si sta separando e che sta dividendo i propri beni tra cui anche il denaro di un conto corrente. Bensì di una coppia di coniugi che, prima del matrimonio ha fatto la scelta di acquistare un immobile col denaro donato a uno solo pur potendo benissimo non farlo. Ciò a dimostrazione del fatto che la volontà del figlio del lettore è da subito stata quella di considerare quel denaro appartenente anche alla compagna, ora moglie. Ciò probabilmente anche volendo tenere conto dell’apporto fornito dalla donna alla gestione familiare col lavoro domestico. Per tutte le ragioni esposte si ritiene che nel caso di specie non vi siano i presupposti perché il lettore possa vantare alcun diritto verso le somme donate a suo figlio.

Va escluso, inoltre, la possibilità che la proprietà dell’immobile possa essere considerata in proporzione, almeno, delle somme versate.

L’unica cosa che si potrebbe sperare è che, dinanzi alla “minaccia” del figlio di farsi riconoscere in giudizio quanto di spettanza del lettore la moglie preferisca addivenire ad una separazione consensuale che tenga conto della realtà delle cose piuttosto che affrontare l’alea di una causa. Tuttavia, stante il valore del bene e considerati i diritti acquisiti su di esso (e che certamente il legale avrà modo di rappresentare al lettore) non è detto che ciò possa bastare.

Una cosa è certa: questa situazione ben avrebbe potuto essere evitata se il lettore avesse effettuato la donazione a suo figlio non prima di essersi fatto adeguatamente consigliare.

 

 Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Maria Elena Casarano


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