Diritto e Fisco | Articoli

Figlio disabile e pensione di reversibilità

12 maggio 2018


Figlio disabile e pensione di reversibilità

> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 maggio 2018



Un disabile inabile al lavoro (con pensione di invalidità civile ed accompagnamento) ha due genitori pensionati (pensione media di 1500euro netti mensili ciascuno). Alla perdita di un genitore, il genitore superstite con figlio inabile chiederà la reversibilità del coniuge deceduto equivalente alll’80% della pensione. Alla perdita di entrambi i genitori il disabile ha diritto al 70% dell’una + il 70% dell’altra? Se il disabile convive con entrambi i genitori, ma si è messo a carico del padre, ha comunque diritto alla reversibilità della madre se questa verrà a mancare prima o dopo il padre? Se il disabile affitta un appartamento di cui è proprietario, questa rendita può essere considerata rendita da attività lavorativa e quindi fare perdere il diritto alla reversibilità? Se il disabile svolge attività di volontariato ed è iscritto ad un Albo professionale per sole ragioni di studio, questa condizione può fargli perdere il diritto alla reversibilità?

La risposta agli specifici quesiti necessita di un primario e generale inquadramento dell’istituto della pensione di reversibilità (meglio definita “ai superstiti”) con specifico riguardo alle problematiche connesse ai quesiti stessi (entità dell’erogazione spettante, rilevanza dei redditi del beneficiario, rilevanza di attività lavorativa da questi svolta).

In particolare, alla morte di un pensionato Inps oppure di un assicurato Inps che ancora svolga attività lavorativa, ai familiari spetta la cosiddetta reversibilità, meglio definita come “pensione ai superstiti”.

Questa va distinta infatti in:

– pensione di reversibilità (se il deceduto già percepiva la pensione di vecchiaia o di anzianità, la pensione di invalidità o la pensione di inabilità);

– pensione indiretta, (se il deceduto, anche se non ancora pensionato, aveva diritto alla prestazione per effetto dei contributi versati).

Nel caso in esame, dunque, è corretto parlare di pensione di reversibilità atteso che l’erogazione pensionistica viene già percepita dai genitori dell’inabile.

Quanto ai soggetti superstiti aventi diritto alla pensione, questi sono: il coniuge, i figli, i genitori, i fratelli e le sorelle.

Orbene, con particolare riferimento ai figli, essa spetta a tutti i tipi di figli: legittimi, legittimati, adottivi, affiliati, naturali, legalmente riconosciuti o dichiarati giudizialmente, nati da precedente matrimonio dell’altro coniuge, purché, alla morte del genitore, siano:

– minori di 18 anni;

– studenti di scuola media superiore di età compresa tra i 18 e i 21 anni, che siano a carico del genitore e che non svolgano alcuna attività lavorativa;

– studenti universitari per tutta la durata del corso legale di laurea e comunque non oltre i 26 anni, che siano a carico del genitore e che non svolgano alcuna attività lavorativa (la pensione spetta anche ai figli studenti universitari -nei limiti del 26° anno di età- che hanno ultimato o interrotto il corso di studi e ottenuto l’iscrizione ad altro corso di laurea);

– inabili di qualunque età, a carico del genitore.

Per inabile si intende colui il quale, per via di infermità o difetto fisico o mentale, si trovi nell’assoluta impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa (ai sensi della L. n. 222 del 12/06/1984).

I figli maggiorenni e inabili al lavoro si considerano a carico dell’assicurato o del pensionato se questi, prima del decesso, provvedeva al loro sostentamento in modo continuativo.

In particolare, con il termine “sostentamento” si indica:

– sia il mantenimento: il concetto di “mantenimento abituale” è desunto dai comportamenti tenuti dal lavoratore o dal pensionato deceduto nei confronti del familiare superstite.

Nel caso di figlio inabile le verifiche sono diverse a seconda che questi sia convivente o non convivente. Nel primo caso si da per scontato che il sostentamento fosse assicurato dal lavoratore o pensionato deceduto. Nel caso di non convivenza, invece, occorre dimostrare anche il “mantenimento abituale” e in questo caso viene effettuata una comparazione dei redditi del lavoratore/pensionato e del superstite per verificare se il primo contribuiva effettivamente, in modo rilevante e continuativo, al mantenimento del figlio non convivente;

– sia la non autosufficienza economica dell’interessato. Espressione questa in cui vanno racchiuse le situazioni dei:

  • i figli maggiorenni aventi un reddito che non supera l’importo del trattamento minimo maggiorato del 30% (circa 600 € mensili);
  • i figli maggiorenni inabili che hanno un reddito non superiore al limite annuale per il diritto alla pensione di invalido civile totale (ossia circa 16mila euro annui);
  • i figli maggiorenni inabili, titolari dell’indennità di accompagnamento, che hanno un reddito non superiore a quello fissato annualmente per la concessione della pensione di invalido civile totale aumentato dell’importo dell’indennità di accompagnamento.

L’assegno spettante ai familiari superstiti si determina applicando delle aliquote alla pensione già liquidata o che sarebbe spettata al lavoratore quando i superstiti siano:

– il solo coniuge (60% della pensione);

– due o più coniugi (il 60% della pensione che andrà ripartito dal tribunale);

– coniuge e un figlio (80% della pensione);

– coniuge e due o più figli (100% della pensione);

– un figlio (70% della pensione);

– due figli (80%);

– tre o più figli: 100%.

Nel caso in cui concorrano figli con genitori e con fratelli la somma delle quote non potrà comunque superare, nel totale, il 100% dell’importo della pensione percepita o che avrebbe percepito il parente deceduto.

Se poi il figlio già fruisce di pensione di reversibilità per la morte di un genitore, egli ha diritto, in caso di decesso dell’altro genitore, ad una seconda pensione.

Va specificato, tuttavia, che tanto più è elevato il reddito personale del superstite, tanto più la legge prevede una riduzione della prestazione erogata dall’Inps. La soglia massima fissata dall’Inps per il corrente anno e che consente di aver diritto alla prestazione senza riduzione ammonta a 19.573 euro.

Per redditi che superano tale limite sono previsti dei tagli alla prestazione. Più nello specifico:

– per redditi ricompresi tra 19.573 euro e 26.098 euro annui, il taglio della prestazione è del 25%:

– per redditi compresi tra 26.098 euro e 32.622 euro il taglio previsto è del 40%;

– per redditi che superano i 32.622 euro, il taglio è del 50%.

I redditi da considerare sono quelli assoggettabili ad Irpef, al netto dei: contributi previdenziali ed assistenziali (fatta esclusione del Tfr) comunque denominati e relative anticipazioni, del reddito della casa di abitazione e delle competenze arretrate che sono sottoposte a separata tassazione.

Va altresì considerata la percezione di eventuale assegno di invalidità Inps (ossia derivante dallo svolgimento di precedente attività lavorativa svolta dal soggetto invalido, se pur non avente una invalidità totale).

Non rientrano invece, ai fini di calcolo del reddito, l’importo della pensione di reversibilità o altre reversibilità; la casa di abitazione e relative pertinenze; le competenze arretrate soggette a tassazione separata; il Tfr; l’Assegno al nucleo famigliare (Anf); l’assegno sociale; le pensioni di guerra; le prestazioni assistenziali per invalidi civili, ciechi civili e sordomuti; la rendita Inail; i titoli di Stato.

L’erogazione dell’assegno può essere sospesa nei confronti del figlio studente o universitario che, dopo la concessione della pensione, inizia un’attività lavorativa, anche se la stessa ha carattere precario o saltuario.

Se, tuttavia, l’attività è prestata da un inabile, non si perde il diritto al trattamento, purché l’attività lavorativa abbia funzione terapeutica e d’inclusione sociale.

Come, infatti, ha meglio specificato la Circolare Inps n. 15/2009, al fine di avere e mantenere il diritto alla pensione di reversibilità l’attività lavorativa svolta deve:

– avere natura terapeutica. Tale concetto è da intendere ed accertare secondo una accezione ampia, considerando che, per taluni soggetti gravemente disabili, la nozione di “attività lavorativa” assume una diversa connotazione rispetto a quello di prestazione d’opera retribuita in grado di assicurare un’esistenza libera e dignitosa (ai sensi dell’art. 38 della Costituzione). Per costoro infatti il lavoro può favorire lo sviluppo di autonomie della persona quali quelle personali, motorie, relative allo sviluppo della comunicazione e delle competenze socio-adattative) come di solito stabilito nell’ambito dei programmi di riabilitazione;

– essere svolta presso laboratori protetti, ovvero cooperative sociali (ai sensi della L. 8 novembre 1991, n. 381), nonché presso datori di lavoro che abbiano stipulato le convenzioni di cui all’art. 11 della L n. 68 del 1999 (i quali assumono tali soggetti grazie a convenzioni di integrazione lavorativa, con contratti di formazione e lavoro, con contratti di apprendistato ovvero grazie alle agevolazioni previste per le assunzioni di disoccupati di lunga durata);

– avere una durata non superiore alle 25 ore settimanali.

La Cassazione inoltre (con sent. n° 12765/2004) ha affermato che la pensione ai superstiti spetta anche a chi sia stato riconosciuto invalido in percentuale inferiore al 100%, incapace di compiere qualsiasi negozio giuridico tanto da poter operare solo in strutture protette per non più di 15 ore settimanali senza diritto di ferie e gratifica natalizia, le cui residue capacità lavorative sono state ritenute talmente esigue da consentire il solo lo svolgimento di mansioni elementari programmate da terzi.

Il trattamento spetta dal primo giorno successivo al decesso, indipendentemente dal momento di presentazione della domanda.

L’erogazione della pensione di reversibilità, termina:

– con la morte del beneficiario

– o dal momento in cui vengono meno le condizioni soggettive che hanno determinato il diritto come, per esempio, lo svolgimento da parte dell’inabile di attività lavorativa priva dei requisiti specificati dalla su citata Circolare Inps. Infatti, nel caso in cui l’inabile inizi a svolgere attività lavorativa senza i requisiti sopra specificati, e, conseguentemente risulti titolare di reddito, perde il diritto alla pensione di reversibilità.

La perdita del diritto alla pensione di reversibilità è definitiva e non è ripristinabile neanche nel caso in cui intervengano in seguito le dimissioni o il licenziamento.

Alla luce di quanto appena illustrato, si può quindi a dare risposta ai quesiti posti:

alla perdita di entrambi i genitori il disabile ha diritto al 70% dell’una + il 70% dell’altra?

Certamente avrà diritto a percepire entrambe le prestazioni se sia data prova che l’inabile era mantenuto (secondo la nozione sopra enunciata) anche dal genitore di cui non era fiscalmente a carico, ma non è da ritenere che nel caso di specie queste potranno essere erogate nella misura massima del 70% ciascuna, dovendosi considerare la rilevanza del cumulo dei redditi prima illustrata.

Si consiglia pertanto di richiedere, ove la specifica situazione dovesse verificarsi, un apposito calcolo delle prestazioni spettanti, sulla base degli effettivi redditi percepiti.

Se il disabile convive con entrambi i genitori, ma si è messo a carico del padre, ha comunque diritto alla reversibilità della madre se questa verrà a mancare prima o dopo il padre?

Certamente si. Nel caso di premorienza del padre, infatti, l’obbligo di provvedere al mantenimento del figlio non autosufficiente (che per legge grava su entrambi i genitori) si trasferirebbe sulla madre. Se poi comunque premorisse la madre, il diritto spetterebbe comunque in quanto –come poc’anzi accennato- l’espressione “figlio a carico” fa riferimento ad una nozione ben più elastica rispetto a quella strettamente fiscale (specie per i figli inabili), sicché basterà che il figlio dimostri la parziale contribuzione da parte della madre alle proprie necessità senza fare riferimento alla “vivenza a carico” del padre (abbiamo visto, infatti, che il criterio del mantenimento da parte del genitore/lavoratore è desunto anche dai comportamenti da questi tenuti nei riguardi del figlio).

Se il disabile affitta un appartamento di cui è proprietario, questa rendita può essere considerata rendita da attività lavorativa e quindi fare perdere il diritto alla reversibilità?

Il quesito è mal posto. Ad esso (per quello che è il suo tenore letterale) va data risposta negativa in quanto la rendita derivante da locazione o affitto di immobili non può farsi rientrare (neppure con una forzatura giuridica) tra quelle parificate o parificabili alla attività lavorativa; ciò non toglie, tuttavia, che detta rendita andrebbe certamente computata tra le “entrate” in grado di far superare al figlio, per il loro ammontare, la soglia di reddito richiesto dalla legge (di circa 16mila euro annui) per beneficiare della pensione di invalidità.

Dunque, è possibile che l’importo percepito dalla locazione dell’immobile faccia aumentare il reddito del figlio inabile al punto da farne conseguire la riduzione o la perdita del diritto alla pensione di reversibilità.

Se il disabile svolge attività di volontariato ed è iscritto ad un Albo professionale per sole ragioni di studio, questa condizione può fargli perdere il diritto alla reversibilità?

Certamente no, pur se si tratta di un caso peculiare e non espressamente contemplato dalla legge. Il volontariato, infatti, non costituisce un’attività lavorativa retribuita e anche ove lo fosse in minima parte (ad esempio comportasse un semplice rimborso spese) non potrebbe senz’altro farsi rientrare nella nozione di attività lavorativa (retribuita) contemplata dalla legge ai fini dell’esclusione del diritto dell’inabile alla pensione, ma semmai (volendo qui usare una forzatura interpretativa) in quella di “attività terapeutica”.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Maria Elena Casarano


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

1 Commento

  1. Salve in riferimento all’ articolo volevo sottoporre un caso molto particolare.Se ad esempio un vedovo con figlio maggiorenne inabile al 100% si risposa, alla sua morte le percentuali saranno sempre del 60% coniuge e 20% figlio inabile? Soprattutto se il nuovo coniuge decide di non mantenere il figlio inabile che vivra’ con i fratelli. In questo caso ritengo debba esserci una diversa percentuale a favore del figlio disabile orfano di entrambi i genitori

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI