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Legge 104: i permessi si estendono ai parenti?

19 maggio 2018


Legge 104: i permessi si estendono ai parenti?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 maggio 2018



Il diritto ai 3 giorni di permessi mensili può essere esteso allo zio (parente entro terzo grado) della persona (maggiorenne) con disabilità in situazione di gravità quando quest’ultima ha un solo genitore (l’altro è deceduto)? Leggendo l’interpello del Ministero del Tesoro n. 19 del 26 giugno 2014 e lo stesso sito dell’ INPS (“La possibilità di passare dal secondo al terzo grado di assistenza si verifica anche nel caso in cui uno solo dei soggetti menzionati -coniuge, parte dell’unione civile, convivente di fatto -art. 1, commi 36 e 37, legge 76/2016), genitore- si trovi nelle descritte situazioni -assenza, decesso, patologie invalidanti-) mi è parsa possibile detta estensione. Purtroppo l Inps ha respinto la richiesta ritenendo che il parente entro il tero grado non ne ha diritto poichè il disabile ha comunque un genitore. È corretto?

I permessi retribuiti Legge 104 possono essere estesi ai parenti entro il 3° grado se i genitori, o il coniuge (o la parte dell’unione civile), oppure il convivente del disabile (come precisato dalla Circolare Inps 38/2017, a seguito della recente estensione dei permessi retribuiti al convivente):

– hanno compiuto i 65 anni;

– oppure sono anch’essi affetti da patologie invalidanti a carattere permanente indicate da un apposito decreto interministeriale (nel dettaglio, sono elencate dall’Art. 2, Co. 1 Lett. d), del DI 21 luglio 2000 n. 278);

– oppure sono deceduti o mancanti per assenza naturale, giuridica (ad esempio, celibato o divorzio) o per situazioni di assenza continuative, giuridicamente assimilabili alle precedenti e certificate dall’autorità giudiziaria o dalla pubblica autorità (Circ. INPS 3 dicembre 2010 n. 155).

Questo, anche se le condizioni indicate si riferiscono ad uno solo dei soggetti interessati: una diversa interpretazione, cioè consentire l’estensione dei permessi retribuiti ai familiari di 3° grado solo quando tutti i familiari prioritariamente interessati (genitore, coniuge, parte dell’unione civile, parente o affine entro il 2° grado) si trovano nell’impossibilità di assistere il disabile, finirebbe per restringere fortemente la platea di coloro che possono prestare assistenza al disabile.

È quanto chiarito dalla Risposta del ministero del Lavoro all’Interpello n.19 del 26 giugno 2014.

Effettivamente, la Legge 183/2010, che offre la possibilità di fruire dei permessi Legge 104 anche ai parenti entro il 3° grado, non fornisce questa specifica, ma non sottolinea nemmeno che tutti i familiari più prossimi debbano trovarsi in condizioni di impedimento. La legge, difatti, prevede che: “« A condizione che la persona handicappata non sia ricoverata a tempo pieno, il lavoratore dipendente, pubblico o privato, che assiste persona con handicap in situazione di gravità, coniuge, parente o affine entro il secondo grado, ovvero entro il terzo grado qualora i genitori o il coniuge della persona con handicap in situazione di gravità abbiano compiuto i sessantacinque anni di età oppure siano anche essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti, ha diritto a fruire di tre giorni di permesso mensile retribuito coperto da contribuzione figurativa, anche in maniera continuativa.”

Per capire, nel caso specifico, se il diritto ai permessi Legge 104 per il familiare di 3° grado c’è, nonostante la presenza di un genitore, è dunque opportuno leggere attentamente ciò che è spiegato nella Risposta del ministero del Lavoro all’Interpello 19/2014.

“Si precisa che può fruire dei permessi in argomento il parente o affine entro il terzo grado, anche qualora le condizioni sopra descritte si riferiscano ad uno solo dei soggetti menzionati dalla norma.

Ciò in quanto, sotto un profilo ermeneutico, il Legislatore utilizza la disgiuntiva per indicare le condizioni che consentono l’estensione del diritto ai permessi al terzo grado di parentela o affinità (cfr. Dip. Funzione pubblica circ. n. 13/2010). Inoltre, una diversa interpretazione – cioè consentire l’estensione al terzo grado solo quando tutti i soggetti prioritariamente interessati (coniuge, parente o affine entro il secondo grado) si trovino nella impossibilità di assistere il disabile – finirebbe per restringere fortemente la platea dei soggetti interessati.

Alla luce delle osservazioni svolte, si ritiene pertanto che al fine di consentire la fruizione dei permessi ex art. 33, comma 3, L. n. 104/1992 ai parenti o affini entro il terzo grado debba essere dimostrata esclusivamente la circostanza che il coniuge e/o i genitori della persona con handicap grave si trovino in una delle specifiche condizioni stabilite dalla medesima norma, a nulla rilevando invece, in quanto non richiesto, il riscontro della presenza nell’ambito familiare di parenti o affini di primo e di secondo grado.”

In base a quanto esposto, il ministero del Lavoro spiega che sia necessario dimostrare la sussistenza delle condizioni che impediscono di assistere il disabile in capo a entrambi i genitori, non a uno soltanto.

È vero che questo si scontra, in parte, con quanto esposto precedentemente dal Ministero nello stesso testo, nel punto in cui spiega che i parenti di terzo grado possono fruire dei permessi anche “qualora le condizioni sopra descritte si riferiscano ad uno solo dei soggetti menzionati dalla norma”.

Tuttavia, nella risposta all’interpello il Ministero spiega con maggiore precisione ciò che non deve essere verificato, ossia “il riscontro della presenza nell’ambito familiare di parenti o affini di primo e di secondo grado”, mentre deve essere “dimostrata esclusivamente la circostanza che il coniuge e/o i genitori della persona con handicap grave si trovino in una delle specifiche condizioni stabilite dalla medesima norma.”

Dato che si parla dei genitori, non di un genitore, si desume dunque che il Ministero richieda la verifica delle condizioni di impedimento all’assistenza in capo a entrambi i genitori, e non uno soltanto.

Questo, purtroppo, spiega perché è stata respinta la domanda del lettore.

Articolo tratto dalla consulenza resa dalla dott.ssa Noemi Secci

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