Diritto e Fisco | Articoli

NASPI: spetta dopo il contratto a tempo determinato?


NASPI: spetta dopo il contratto a tempo determinato?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 maggio 2018



Sono un lavoratore che circa dodici mesi fa ha lasciato l’azienda con una risoluzione consensuale (luglio 2017) ed ora sta lavorando con un contratto a tempo determinato in scadenza a luglio 2018. In caso di mancato rinnovo del contratto determinato avrei diritto alla NASPI?

Per il diritto all’indennità di disoccupazione Naspi sono sufficienti 13 settimane di contributi versate negli ultimi 4 anni, purché non abbiano già dato luogo a un periodo di disoccupazione indennizzata. Facciamo un esempio per capire meglio: se il lavoratore ha alle spalle 6 mesi di contributi, corrispondenti a 26 settimane, ma, di queste, 20 settimane sono relative a un rapporto di lavoro intervenuto precedentemente, che ha già dato luogo a una precedente indennità di disoccupazione, il lavoratore ha solo 6 settimane utili ai fini Naspi.

Per il diritto alla Naspi sono poi necessarie 30 giornate di effettivo lavoro nell’anno.

La Naspi si ottiene, comunque, solo se l’interessato è in stato di disoccupazione: deve, cioè, aver perso l’impiego involontariamente ed aver reso la Did, la dichiarazione d’immediata disponibilità (al lavoro ed agli interventi di politiche attive del lavoro: formazione, orientamento, riqualificazione…), all’Inps (online o tramite patronato), al centro per l’impiego o presso il portale Anpal.

Se il lettore, dunque, ha lasciato il precedente lavoro con una risoluzione consensuale, bisogna considerare che nelle principali ipotesi la risoluzione consensuale non è assimilata alla perdita involontaria dell’impiego (eccetto la risoluzione consensuale intervenuta nella procedura di conciliazione a seguito di licenziamento, o la risoluzione consensuale per rifiuto al trasferimento, se la nuova sede dista oltre 50 chilometri dalla residenza del lavoratore, oppure risulta mediamente raggiungibile in 80 minuti o oltre con i mezzi di trasporto pubblici).

Pertanto, con tutta probabilità il lettore non ha già fruito della Naspi, alla cessazione del precedente rapporto di lavoro (bisogna anche considerare che la Naspi è ridotta dell’80% in caso di nuovo rapporto di lavoro subordinato; se poi si superano gli 8mila euro di reddito su base annua, la Naspi si perde).

Considerando, in base a quanto descritto dal lettore, che il rapporto attuale avrà la durata complessiva di circa un anno, questi possiede comunque ben più che 13 settimane contribuite e 30 giornate di lavoro nell’anno, per cui avrebbe certamente diritto alla Naspi.

La cessazione del contratto di lavoro a termine si considera, a differenza della risoluzione consensuale, come perdita involontaria dell’impiego, quindi il lettore, una volta resa la Did, anche in sede di domanda Naspi, avrà diritto al riconoscimento dello stato di disoccupazione.

Bisogna però capire, nel caso in cui il contratto di lavoro del lettore non sia rinnovato, quale sarebbe l’ammontare dell’indennità di disoccupazione Naspi alla quale avrebbe diritto, e quale sarebbe la durata del periodo di disoccupazione indennizzata.

A questo proposito, bisogna tener presente che il calcolo dell’indennità di disoccupazione Naspi segue delle regole differenti rispetto alle precedenti indennità di disoccupazione Aspi, Mini Aspi, Ds e Ds a requisiti ridotti, sia per quanto riguarda l’ammontare che la durata. Queste regole sono state spiegate, nel dettaglio, da una lunga circolare dell’Inps [n. 94/2015]: occorre riassumerle brevemente.

Per quanto riguarda il calcolo della misura mensile della Naspi, l’ammontare dell’indennità si ottiene:

– sommando gli imponibili previdenziali (in busta paga, sotto la voce imponibile Inps) degli ultimi 4 anni, comprensivi degli elementi continuativi e non continuativi e delle mensilità aggiuntive;

– dividendo il risultato per le settimane di contribuzione, indipendentemente dalla verifica del minimale; nel calcolo sono considerate tutte le settimane, indipendentemente dal fatto che esse siano interamente o parzialmente retribuite;

– moltiplicando il tutto per 4,33.

Se l’importo che si ottiene è pari o inferiore a 1.208,15 euro, l’indennità sarà il 75% di questo importo; se è superiore si aggiunge anche il 25% della differenza tra l’imponibile e i 1.208,15 euro. La Naspi non può mai superare, comunque, 1.314,30 euro mensili.

L’indennità diminuisce del 3% al mese a decorrere dal primo giorno del quarto mese di fruizione.

Per i lavoratori che hanno un contratto di lavoro a tempo parziale il calcolo della Naspi è lo stesso appena esposto: va sempre considerata la retribuzione utile degli ultimi 4 anni (nei quali ci saranno periodi a retribuzione ridotta, essendovi un contratto part-time) e va sempre tenuto conto della percentuale del 75% dell’imponibile medio mensile.

In buona sostanza, se per un lavoratore part time risulta un imponibile medio mensile, con riferimento agli ultimi 4 anni, pari a mille euro, la Naspi sarà pari a 750 euro mensili, che spetteranno in base alla durata calcolata. Se in base alla durata calcolata vi sono frazioni di mese, l’importo mensile spettante va diviso per 30 e moltiplicato per il numero di giornate della frazione di mese: ad esempio, se spettano 45 giorni di Naspi, si avrà diritto a 750 euro per 30 giorni + 375 euro per gli ulteriori 15 giorni.

Per quanto riguarda il calcolo della durata della Naspi, il beneficiario riceve l’indennità per un numero di settimane pari alla metà di quelle coperte da contribuzione negli ultimi 4 anni.

In particolare, per quanto riguarda il calcolo delle settimane di contribuzione nei quattro anni precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione, ai fini del diritto sono valide tutte le settimane retribuite, purché per esse risulti, anno per anno, complessivamente erogata o dovuta una retribuzione non inferiore ai minimali settimanali.

Questa disposizione non si applica ai lavoratori domestici, agli operai agricoli e agli apprendisti.

Ai fini del diritto alla Naspi, contano anche le settimane di contributi dovute ma non versate dal datore di lavoro, in base al principio dell’automaticità delle prestazioni [art.2116 del codice civile].

Ai fini del perfezionamento del requisito richiesto di 13 settimane minime di contributi nei 4 anni, si considerano utili:

– i contributi previdenziali, comprensivi della quota disoccupazione (Ds, Aspi, Naspi), versati durante il rapporto di lavoro subordinato;

– i contributi figurativi accreditati per maternità obbligatoria se all’inizio dell’astensione risulta già versata o dovuta contribuzione;

– i periodi di congedo parentale indennizzati e intervenuti in costanza di rapporto di lavoro;

– i periodi di lavoro all’estero in Paesi comunitari o convenzionati con l’Italia;

– i periodi di astensione dal lavoro per malattia dei figli fino agli 8 anni di età, nel limite di cinque giorni lavorativi nell’anno solare.

Sono invece considerati neutri (cioè devono essere “saltati” e si devono cercare ulteriori periodi a ritroso ai fini del quadriennio di osservazione) i seguenti periodi:

– malattia e infortunio sul lavoro nel caso non vi sia integrazione della retribuzione da parte del datore di lavoro (ovviamente nel rispetto del minimale retributivo);

– cassa integrazione straordinaria e ordinaria con sospensione dell’attività a zero ore (Cig e Cigs a zero ore);

– assenze per permessi e congedi fruiti dal lavoratore che assiste un familiare con handicap in situazione di gravità (Legge 104).

Bisogna poi sottrarre le settimane che hanno dato luogo, negli ultimi quattro anni, ad una prestazione di disoccupazione (Naspi, Aspi, Mini Aspi, Dso, etc.). Secondo la normativa [D.lgs.22/2015], infatti, come già osservato ai fini del calcolo della durata della Naspi non è possibile utilizzare le settimane che abbiano già dato luogo ad una prestazione di disoccupazione, con la conseguenza che queste settimane vanno sottratte riducendo la durata massima potenziale del nuovo ammortizzatore.

La domanda Naspi deve essere inviata entro 68 giorni dalla perdita dell’impiego (quindi nel caso specifico dalla cessazione del contratto, se non rinnovato). Se il lettore possiede già le credenziali per l’accesso ai servizi web dell’Inps, sarà lo stesso istituto ad avvertirla di aver diritto alla prestazione, e a presentargli un modulo online precompilato per richiederla.

Articolo tratto dalla consulenza resa dalla dott.ssa Noemi Secci

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI