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Pensione anticipata: si può ottenere in caso di grave depressione?


Pensione anticipata: si può ottenere in caso di grave depressione?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 maggio 2018



Da almeno 30 anni soffro di depressione maggiore/bipolare/border-line. Ho sempre lavorato a parte qualche anno dove la depressione richiedeva vari ricoveri in ospedale e terapia varia. Da quasi 10 anni ho un lavoro part time. Nell’ultimo anno la depressione è peggiorata drasticamente e ora sono da un paio di mesi in malattia con un eventuale ricovero di nuovo. Ho sempre “avuto grandi problemi sociali, e comunicativi sul lavoro”, ma me la sono sempre “cavata”, ma ora la situazione è importante. Sono in possesso di un certificato di invalidità (55%). Mi è stato comunicato che forse si può recepire una “pensione anticipata” per l’inabilita di lavorare per questo stato. Non so esattamente come sono messa riguardo i contributi. Comunque so di avere almeno 13 anni di contributi anche all’estero. Ho 56 anni. Questa pensione può essere anche revocata se c’è un miglioramento . Cosa devo fare?

La possibilità di ottenere una pensione anticipata non discende direttamente dallo stato di depressione, ma dalla percentuale d’invalidità riconosciuta a seguito della depressione stessa. Per pensionarsi, poi, non è sufficiente la sola percentuale minima d’invalidità, ma bisogna possedere anche un requisito contributivo minimo, e, per quanto riguarda la pensione di vecchiaia anticipata per invalidità, anche un determinato requisito di età.

Occorre osservare, andando con ordine, in quali casi e come si può ottenere la pensione anticipata per depressione.

Innanzitutto, bisogna evidenziare che, nei casi più gravi, dalla depressione può derivare la riduzione della capacità lavorativa. In particolare, per quanto concerne le casistiche più diffuse, relativamente alle patologie depressive, le tabelle relative alle percentuali d’invalidità riconoscibile, riportate nelle linee guida dell’Inps, indicano i seguenti importi:

– sindrome depressiva endoreattiva lieve: 10% ;

– sindrome depressiva endoreattiva media: 25% ;

– sindrome depressiva endoreattiva grave: dal 31% al 40%;

– sindrome depressiva endogena lieve: 30% ;

– sindrome depressiva endogena media: dal 41% al 50%;

– sindrome depressiva endogena grave: dal 71% all’80%;

– nevrosi fobico ossessiva e/o ipocondriaca di media entità: dal 21% al 30%;

– nevrosi fobico ossessiva lieve: 15% ;

– nevrosi fobico ossessiva grave: dal 41% al 50% ;

– nevrosi ansiosa: 15%;

– psicosi ossessiva: dal 71% all’80%.

Se la depressione della lettrice si è ultimamente aggravata e la stessa riporta una o più patologie tra quelle elencate, può essere dunque opportuno inviare all’Inps una domanda di aggravamento dell’invalidità (tramite servizi online, contact center o patronato; la verifica dell’aggravamento è effettuata da un’apposita commissione medica), per arrivare al riconoscimento di una percentuale d’invalidità almeno pari al 67%.

L’assegno d’invalidità ordinario, difatti, è riconosciuto per la riduzione della capacità lavorativa a meno di un terzo (quindi per invalidità superiori al 67%), in presenza dei requisiti contributivi (5 anni di contribuzione, di cui almeno 3 anni di contributi versati nell’ultimo quinquennio; non valgono, a tal fine, i contributi derivanti dal lavoro svolto in Paesi esteri non legati all’Italia da convenzioni in materia di sicurezza sociale); l’assegno ordinario d’invalidità si calcola, al pari della pensione, sulla base dei contributi accreditati (quindi col sistema retributivo, misto o contributivo, a seconda della collocazione temporale dei contributi, e del possesso, o meno, di 18 anni di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995). Non sono previste maggiorazioni nel calcolo della pensione, e sono previste delle riduzioni nel caso in cui il reddito personale superi determinate soglie.

In assenza dei requisiti contributivi (5 anni, di cui 3 versati nell’ultimo quinquennio), può essere riconosciuta la pensione d’invalidità civile (assegno di assistenza mensile per invalidi civili parziali), ma solo qualora si possieda un’invalidità almeno pari al 74% ed un reddito non superiore a 4853,29 euro (per l’anno 2018); l’assegno ammonta, per il 2018, a 282,54 euro, per 13 mensilità. Si tratta di un reddito esente da Irpef, incompatibile con lo svolgimento di un’attività lavorativa, contrariamente all’assegno d’invalidità ordinario.

Nel caso in cui sia riconosciuta un’invalidità pensionabile almeno pari all’80%, la lettrice avrà la possibilità di fruire della pensione di vecchiaia anticipata, cioè con un’età pensionabile inferiore a quella prevista per la pensione di vecchiaia ordinaria: nel dettaglio, sino al 31 dicembre 2018 la differente età pensionabile è pari a 55 anni e 7 mesi per le donne e d a 60 anni e 7 mesi per gli uomini, con una finestra di attesa (dal momento di maturazione dell’ultimo requisito utile alla pensione alla liquidazione del trattamento) pari a 12 mesi.

In primo luogo, per il diritto alla diversa età pensionabile, l’accertamento dello stato di invalidità in misura non inferiore all’80 % deve essere effettuato dagli uffici sanitari dell’Inps: se il lavoratore, dunque, ha eventualmente già ottenuto il riconoscimento di una percentuale d’invalidità pari o superiore all’80% da parte di un altro ente, la certificazione rilasciata costituisce solo un elemento di valutazione per la formulazione del giudizio medico legale utile alla pensione di vecchiaia anticipata.

In parole semplici, solo la commissione medica dell’Inps può concedere la possibilità di pensionamento anticipato per invalidità, non essendo sufficiente il riconoscimento avuto da altri enti con percentuale non inferiore all’80%.

Questo perché, secondo l’Inps, l’invalidità per la pensione di vecchiaia anticipata deve essere valutata secondo le previsioni della nota Legge 222/1984, cioè la legge che disciplina la previdenza dei lavoratori inabili o invalidi: si parla, difatti, d’invalidità pensionabile, non di invalidità civile.

Oltre al requisito sanitario ed ai requisiti di età appena esposti, per ottenere la pensione di vecchiaia anticipata per invalidità è necessario possedere almeno 20 anni di contributi (15 se si è beneficiari di una delle tre deroghe Amato, D.lgs. 503/1992: possesso di 15 anni di contributi accreditati entro il 31 dicembre 1992, autorizzazione ai contributi volontari rilasciata dall’Inps entro il 24 dicembre 1992, possesso di 15 anni di lavoro dipendente, 25 anni di anzianità contributiva e 10 anni lavorati discontinuamente).

Inoltre, non sono ammessi al beneficio i lavoratori del settore pubblico ed i lavoratori autonomi.

Ulteriori ipotesi di pensionamento presuppongono il riconoscimento dell’invalidità in misura pari al 100%:

– pensione per invalidi civili totali: la misura è la stessa della pensione d’invalidità civile, cioè 282,54 euro mensili, ma con limiti di reddito più alti, pari a 16.664,36 euro annui; non è richiesto un requisito contributivo minimo;

– se si è dipendenti pubblici e si possiedono almeno 15 o 20 anni di contributi, possono poi essere riconosciute la pensione per inabilità alle mansioni o a proficuo lavoro; queste pensioni sono calcolate sulla base dei soli contributi accreditati e senza maggiorazioni, proprio come l’assegno ordinario d’invalidità; sono previste delle riduzioni nel caso in cui il reddito personale superi determinate soglie;

– se si possiedono almeno 5 anni di contributi, di cui 3 versati nell’ultimo quinquennio, ed è stata riconosciuta l’inabilità permanente ed assoluta a qualsiasi attività lavorativa, può essere poi ottenuta la pensione d’inabilità; la pensione è calcolata sulla base dei contributi accreditati, ma si applica una maggiorazione contributiva pari alla distanza che separa l’interessato dall’età di 60 anni, entro un tetto di 40 anni di contributi;

– infine, se a causa della depressione, oltre all’invalidità del 100%, è riconosciuto lo stato di non autosufficienza, si ha diritto all’assegno di accompagnamento, pari a 516,35 euro mensili, che non richiede un requisito contributivo minimo o il rispetto di determinate soglie di reddito.

Allo stato dei fatti, con il 55% di invalidità civile, non è possibile ottenere nessuna prestazione pensionistica o di assistenza. È dunque indispensabile, prima di inoltrare qualsiasi domanda di prestazione all’Inps, richiedere un aggravamento relativo alla percentuale d’invalidità riconosciuta.

L’iter da seguire per inoltrare la domanda di aggravamento è lo stesso previsto per la domanda d’invalidità:

– richiedere al proprio medico curante il certificato medico introduttivo, che invierà telematicamente all’Inps, in cui indicherà le infermità/patologie, il riconoscimento d’invalidità in misura maggiore a quella già accertata e l’eventuale riconoscimento di handicap o non autosufficienza;

– invio della domanda d’invalidità all’Inps tramite il portale web dell’istituto (se si dispone delle credenziali di accesso, pin dispositivo, spid di secondo livello o carta nazionale dei servizi), oppure tramite contact center dell’Inps (è necessario il pin dispositivo) o patronato, avendo cura di riportare nella domanda il protocollo del certificato medico telematico;

– verifica da parte della commissione medica dell’aggravamento dell’invalidità, ed eventualmente riconoscimento dell’handicap e della non autosufficienza;

– contro il verbale della commissione medica è possibile proporre ricorso, previa perizia.

Articolo tratto dalla consulenza resa dalla dott.ssa Noemi Secci

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