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Chi rinuncia all’eredità ha diritto alla pensione di reversibilità?

11 maggio 2018


Chi rinuncia all’eredità ha diritto alla pensione di reversibilità?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 maggio 2018



Mio padre è morto nel giugno del 2006. Ho fatto la rinuncia all’eredità, ho chiuso il suo conto e notificato gli enti necessari (non ho più i documenti). Mi sono trasferita all’estero tenendo un conto in Italia per pagare un deposito-box. A marzo 2018 ho eliminato il box e chiuso il conto. La direttrice mi ha scritto chiedendomi cosa fare con la pensione Inps. Al telefono ha detto che a mio nome arriva una pensione di 190euro accredito trasferito dal conto di mio padre. Io non ho mai fatto richiesta all’Inps, non so neanche se sia una reversibilità vista la rinuncia all’eredità. Devo aspettare che mi contattino? Era forse una reversibilità che mi spettava? La direttrice dice che le somme continuano ad arrivare e saranno rimandate indietro dopo 60 giorni. Sono disoccupata per depressione cronica, se non mi spettava e mi chiedessero 12 anni di versamenti potrei solo ripagare con lunghe rateizzazioni. Che devo fare?

La pensione di reversibilità, innanzitutto, spetta anche se è stata fatta la rinuncia all’eredità.

La pensione di reversibilità costituisce infatti un diritto autonomo, che non va confuso col diritto a ereditare il patrimonio del defunto, o una sua quota: di conseguenza, il familiare che rinuncia all’eredità conserva comunque il diritto di percepire la pensione ai superstiti, se rientra tra gli aventi diritto.

La questione è stata chiarita, già da parecchio tempo, dalla Corte costituzionale con la sentenza n.286/1987: in particolare, secondo la Corte, la pensione ai superstiti (che può essere di reversibilità o indiretta) non fa parte dell’eredità, ma è una forma di tutela previdenziale, perché l’evento tutelato attraverso la pensione ai superstiti è la morte, cioè un fatto naturale che crea una situazione di bisogno per i familiari del defunto, i soggetti protetti.

La pensione di reversibilità è dunque un diritto “proprio” di determinati congiunti del defunto, che possono beneficiare della pensione anche se non sono eredi. Di conseguenza, se il familiare superstite rinuncia all’eredità, può percepire la reversibilità o la pensione indiretta senza rispondere dei debiti del pensionato deceduto.

I figli, però, non sempre hanno diritto alla pensione ai superstiti.

Hanno diritto alla reversibilità, difatti, solo i figli che possiedono i seguenti requisiti:

– hanno meno di 18 anni di età, sono studenti e non hanno più di 21 anni di età, se frequentano la scuola media superiore o professionale, oppure sono studenti e non hanno più di 26 anni di età se frequentano corsi universitari, nei limiti della durata del corso legale di studio, purché siano a carico del genitore al momento del decesso e non prestino attività lavorativa retribuita (salvo il possesso di un reddito non superiore al trattamento minimo incrementato del 30%);

– sono riconosciuti inabili a proficuo lavoro e viventi a carico del genitore al momento del decesso.

Nel caso di specie, dunque, se al momento del decesso di suo padre la lettrice era vivente a suo carico ed in possesso di riconoscimento d’inabilità a proficuo lavoro, il diritto alla pensione di reversibilità sussiste con certezza.

Potrebbe anche aver avuto il diritto alla reversibilità in passato, in qualità di studente con vivenza a carico del padre.

In base a quanto descritto dalla lettrice, però, è improbabile che si tratti di una pensione di reversibilità, se la stessa non ha fatto apposita domanda, e se il trattamento arriva a nome di suo padre, non suo (la pensione di reversibilità è invece accreditata al familiare superstite). È dunque probabile che gli enti competenti non abbiano notificato il decesso all’Inps; purtroppo, a questo proposito, non si può escludere che venga addebitata ai familiari superstiti la responsabilità della mancata informazione all’Inps. Il nuovo obbligo di trasmissione telematica della constatazione di decesso all’Inps, da parte del medico certificatore, dovrebbe, a rigor di logica, far cadere l’obbligo da parte del parente, o dei parenti, del defunto; tuttavia la legge (art.1, co.303, Legge 190/2014) non abroga esplicitamente questo adempimento, in quanto aggiunge e non sostituisce la previsione della legge del 1979, che imponeva invece la comunicazione ad opera della famiglia del defunto (Legge 663/1979). La possibilità di interpretare la nuova norma come abrogativa di quest’obbligo non emerge nemmeno dalla circolare Inps sull’argomento, la n.33/2015.

Attenzione, poi, perché se le somme ottenute a titolo di pensione del genitore morto sono superiori a 3.999,96 centesimi in totale si può essere denunciati per «indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato».

Al di sotto di questa soglia, il comportamento del familiare che non comunica all’Inps la morte del genitore non è reato ma solo un illecito amministrativo. Dunque, per piccoli importi non c’è alcuna conseguenza sotto il profilo penale; scatta però l’obbligo di pagare una sanzione che va da 5.164 euro a 25.822 euro. Tale sanzione non può comunque superare il triplo del beneficio conseguito.

In ogni caso, se il decesso è stato comunicato alla banca, l’istituto può rifiutare le mensilità di pensione, successivamente incassate, qualora l’Inps non ne avesse correttamente recepito il fatto.

Il reato di indebita erogazione per errore di persona scatta, comunque, in presenza di dolo da parte di chi percepisce la pensione (ad esempio del cointestatario del conto corrente comunicato al momento della domanda di pensione). Per potere accertare la mancanza di una condotta dolosa, le sedi territoriali dell’Inps verificano le modalità di accredito del trattamento (delega al ritiro allo sportello o accredito bancario automatico), nonché il numero di mensilità accreditate indebitamente dopo il decesso.

Nel caso specifico, purtroppo non si può fare a meno di rivolgersi all’Inps, innanzitutto per capire se si tratta di una prestazione di reversibilità (il che è improbabile, se non è stata fatta domanda a suo tempo, e comunque considerando che il trattamento è a nome del padre della lettrice), o di un differente trattamento spettante al padre.

Chiarita la questione, bisogna capire se la banca ha rimandato indietro tutti i ratei di questa pensione (nel qual caso, non ci sono problemi perché la lettrice non ha percepito nulla), oppure se questi sono stati incassati dalla stessa.

In quest’ultimo caso, non si può far altro che chiarire la situazione alla sede Inps competente (quella cioè che ha disposto i pagamenti dei ratei di pensione) per dimostrare l’assenza di dolo ed evitare che scatti la denuncia, e chiedere la rateazione delle somme da restituire nella misura maggiore possibile.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dalla dott.ssa Noemi Secci

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