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Editoriali Assolto Google in appello: dei video caricati su Youtube dagli utenti non sono responsabili i manager

Editoriali Pubblicato il 21 dicembre 2012

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> Editoriali Pubblicato il 21 dicembre 2012

Caso Vividown: in appello vince il principio della net neutrality.

“Giustizia è fatta” direbbe qualcuno: dopo l’ormai famigerata sentenza del Tribunale di Milano che aveva condannato i tre manager di Google per il video caricato su YouTube da alcuni ragazzi (video che mostrava le vessazioni, da parte di questi ultimi, ai danni di un minore disabile), ora la Corte di Appello meneghina ha capovolto il giudizio di primo grado.

L’assoluzione, giunta solo oggi pomeriggio al termine di una pesante requisitoria da parte del PG Laura Bertolé, è con formula piena: “perché il fatto non sussiste”.

La sentenza di primo grado, emessa dal giudice Moggi, aveva fatto il giro del mondo perché costituiva un primato (negativo) tutto italiano: un precedente che aveva minato lo stesso principio di neutralità della rete. Ma ad essere calpestato era stato anche il principio della responsabilità personale, su cui si basa tutto il nostro sistema penale.

La paradossale accusa nei confronti dei dirigenti di YouTube era stata quella di non aver rispettato le norme sulla privacy. Secondo Moggi, Google aveva omesso di dare rilievo, sull’homepage di Youtube, ad una adeguata informativa sulla riservatezza, senza avvertire gli utenti di prestare massima attenzione nel caricare video che possano ledere altrui diritti. Circostanza che appariva farsesca e formalista, oltreché ipocrita: perché, se davvero esistono persone capaci di malmenare un ragazzino down, riprendendo le scene con una telecamera, e poi di pubblicarle sul web, è difficile immaginare che queste stesse persone possano accorgersi di un box con una informativa sulla privacy; o che, anche accorgendosene, ne comprendano il significato morale e giuridico e poi vi ottemperino.

Ma la sentenza di Moggi era inoltre viziata perché non aveva tenuto conto dell’impossibilità tecnica, per chi pratica commercio elettronico, di controllare preventivamente tutto il traffico sul web: cosa che, a tutto voler concedere, se anche fosse possibile, trasformerebbe l’intermediario di servizi in un censore privato, con violazione tanto del principio della libertà di espressione quanto del potere concesso solo ai giudici di decidere in materia di compressione di diritti soggettivi.

La sentenza di assoluzione è una giusta conseguenza dei principi del nostro diritto penale e di quelli sanciti dalla Comunità europea. Ma soprattutto è, ancora una volta, la vittoria di internet.


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