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Condotta antisindacale: cos’è e come difendersi

Pubblicato il 18 maggio 2018

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> Pubblicato il 18 maggio 2018

Quando il datore impedisce o limita l’esercizio dei diritti sindacali commette un illecito e può essere punito attraverso uno speciale procedimento davanti al Giudice

L’azienda mi ha licenziato perché ho scioperato; sono un rappresentante sindacale e l’azienda mi nega i permessi per partecipare alle assemblee; l’azienda impedisce al sindacato di organizzare riunioni per l’elezione dei propri rappresentanti aziendali, l’azienda mi discrimina perché sono iscritto al sindacato. Quelli appena elencati possono considerarsi esempi di condotta antisindacale, ossia del comportamento dell’azienda diretto ad impedire o limitare l’esercizio da parte dei propri dipendenti dei diritti e delle libertà sindacali. I diritti e le libertà sindacali sono previsti e tutelati dalla Costituzione [1] e dalla legge [2], da un lato per garantire alle Organizzazioni Sindacali di poter effettivamente rappresentare e difendere le esigenze dei lavoratori nei confronti del datore, dall’altro per consentire ai lavoratori poter far valere i propri diritti e i propri bisogni nei confronti dell’azienda. In altre parole, i diritti e le libertà sindacali consentono di contrastare lo squilibrio che altrimenti esisterebbe tra “potere”, o posizione del datore di lavoro e dei lavoratori. Rientrano tra questi, ad esempio, il diritto di sciopero, il diritto a partecipare alle elezioni ed essere eletto rappresentante sindacale aziendale e di svolgere tutte le conseguenti attività (partecipazione ad assemblee organizzate dalla categoria sindacale di appartenenza, partecipare a riunioni nazionali, svolgere attività di studio e di consulenza all’associazione sindacale di appartenenza), il diritto di iscriversi ad una associazione sindacale. Quando il datore impedisce l’esercizio di questi diritti, tiene una condotta antisindacale. Come difendersi allora?

In questo articolo vedremo quali sono i principali diritti o libertà, la cui violazione da parte dell’azienda può considerarsi condotta antisindacale e quale rimedio prevede il nostro Ordinamento.

I diritti e le libertà sindacali

Lo Statuto dei Lavoratori [3] prevede e tutela:

  • le libertà sindacali, attraverso una serie di norme che mirano a garantire ai lavoratori la possibilità di associarsi e far parte di associazione sindacali di categoria.
  • l’attività sindacale, incentivando l’attività del sindacato all’interno dei luoghi di lavoro, per permettere che la sua presenza si sviluppi maggiormente e per consentire che le rappresentanze sindacali riescano effettivamente a svolgere un’attività in tutela dei lavoratori.

Nel primo gruppo rientrano dunque il divieto di atti o patti discriminatori, che sancisce la nullità di qualsiasi patto diretto che subordini l’occupazione di un lavoratore alla condizione che aderisca o non aderisca ad un’associazione sindacale, ovvero cessi di farne parte [4] e il divieto di trattamenti economici collettivi discriminatori, che mira ad evitare che datore di lavoro attribuisca particolari trattamenti di favore ai lavoratori che tengono un determinato comportamento, condizionandoli, così, nell’esercizio della libertà sindacale [5].

Sono invece posti a garanzia dello svolgimento dell’attività sindacale il diritto a costituire rappresentanze sindacali aziendali (RSA), nonché i diritti e i poteri previsti in favore dei rappresentanti sindacali aziendali. In altre parole, il sindacato ha il diritto di eleggere dei propri rappresentanti all’interno dell’azienda, tra i lavoratori che ne sono alle dipendenze.

Tali lavoratori, proprio in quanto RSA, al fine di poter esercitare effettivamente il loro ruolo di rappresentanza delle esigenze dei lavoratori e di consulenza nei confronti del sindacato, hanno particolari diritti e godono di specifiche tutele. Tra i diritti, ricordiamo:

  • diritto di organizzare assemblee con gli altri lavoratori, fuori o dentro l’orario di lavoro
  • diritto di affiggere comunicazioni all’interno dell’azienda
  • diritto di beneficiare di permessi retribuiti o non retribuiti per la partecipazione ad assemblee o per l’”espletamento del loro mandato”, ossia per compiere tutte le attività che il loro ruolo comporta (ad esempio attività di consulenza all’organizzazione sindacale, di studio, partecipazione ad convegni o congressi)

I rappresentanti sindacali godono altresì di particolari tutele, proprio per poter svolgere senza condizionamenti la loro attività:

  • divieto di trasferimento dei dirigenti delle RSA senza il nulla osta delle associazioni sindacali di appartenenza
  • divieto di licenziamento dei dirigenti della RSA.

Il ricorso ai sensi dell’art. 28 dello Statuto dei lavoratori per la repressione della condotta antisindacale

Quando il datore limita o impedisce l’esercizio delle libertà e dei diritti sindacali, l’organizzazione sindacale di appartenenza può intervenire attivando uno speciale procedimento dinanzi al Giudice del lavoro, detto in gergo “ricorso ex art. 28” o “ricorso per condotta antisindacale”.

Questo strumento è previsto dallo Statuto dei lavoratori al fine di far cessare la condotta antisindacale da parte dell’azienda ed eliminarne gli effetti [6].

Non importa che il comportamento antisindacale del datore duri nel tempo o venga posto in essere più volte.

E’ sufficiente per poter utilizzare questo strumento anche un solo episodio che abbia limitato o impedito l’esercizio delle libertà o dei diritti sindacali, impedendo al lavoratore di agire liberamente e al sindacato di garantire in azienda il proprio ruolo [7].

Il procedimento in parola è molto veloce e snello: l’associazione sindacale interessata, a mezzo di un legale di fiducia, deposita in Tribunale un ricorso nel quale deve descrivere i fatti accaduti, le norme (i diritti sindacali) che ritiene siano state violate e chiedere che il Giudice condanni l’azienda a cessare immediatamente la condotta antisindacale e ad eliminarne le conseguenze.

Nel ricorso si può anche chiedere che una copia della sentenza che eventualmente lo accoglierà venga affissa in azienda per un certo periodo di tempo.

Entro pochi giorni successivi il deposito del ricorso, il Giudice fissa un’udienza nella quale, sentite le parti, emetterà un provvedimento (decreto) con il quale ordinerà all’azienda di cessare la condotta antisindacale e rimuoverne gli effetti.

Contro il provvedimento del Giudice è possibile proporre opposizione entro 15 giorni dalla comunicazione o dalla notificazione del decreto.

Con l’opposizione inizia un giudizio “ordinario” che segue il rito del lavoro, nel quale verranno assunte prove, ascoltati testimoni, dunque si attiverà un processo ben più lungo e articolato rispetto alla prima fase “sommaria”.

Oggetto di opposizione debbono essere i medesimi fatti oggetto del ricorso per condotta antisindacale e il procedimento si conclude con sentenza impugnabile dinanzi alla Corte d’Appello.

note

[1] Art. 39 Cost.

[2] Legge 20 maggio 1970 n. 300 (Statuto dei Lavoratori), Titolo II e III

[3] Articoli da 14 a 18 e da 19 a 27

[4] Art. 15, L. 300/1970

[5] Art. 16, L. 300/1970

[6] Art. 28, L. 300/1970

[7] Cassazione, sent. n. 2770 del 22-02-2003; Trib. Milano, sent. 08/04/2000; Cassazione, sent. n. 11741 del 6-06-2005


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