Diritto e Fisco | Editoriale

L’indennità di ferie non godute

13 maggio 2018


L’indennità di ferie non godute

> Diritto e Fisco Pubblicato il 13 maggio 2018



Il dipendente non può rinunciare a un periodo minimo di ferie all’anno. La parte residua però può essere invece oggetto di rinuncia in cambio del pagamento dell’indennità di ferie non godute.

Le ferie sono un diritto sacrosanto, inviolabile e non rinunciabile. Tanto è vero che la Costituzione le richiama tra i diritti fondamentali del lavoratore. Chi ha maturato le ferie non vi può rinunciare neanche dietro pagamento. Ecco perché è vietato dalla legge, ad esempio, saltare per un anno le ferie in cambio di uno stipendio più elevato. Chi matura le ferie, ne deve godere almeno per una parte minima. La residua parte può essere oggetto di “monetizzazione”, ossia di rinuncia dietro pagamento di una indennità. È questa la cosiddetta indennità di ferie non godute. In questo articolo cercheremo di capire come funziona e come viene tassata questa particolare forma di “risarcimento” per il lavoro extra del dipendente.

Quando spetta l’indennità per ferie non godute?

I contratti di lavoro collettivi e/o integrativi prevedono, per ogni dipendente, un certo numero di giorni di ferie per ogni anno lavorativo (o pro rata). Tali ferie costituiscono un diritto per il dipendente che matura gradualmente durante l’esercizio. L’articolo 36 della Costituzione stabilisce che le ferie sono un diritto irrinunciabile. Significa che, pur volendo, non si può lavorare tutto l’anno ed è nullo il contratto tra azienda e dipendente con cui questi rinuncia completamente alle sue ferie in cambio di un corrispettivo maggiorato. Proprio per evitare un eccessivo sfruttamento del lavoratore nell’arco di tutto l’anno, nel 2003 è stata introdotta una legge [1] secondo cui si può monetizzare solo la parte di ferie che eccede le 4 settimane all’anno. Questo significa che 4 settimane è anche il periodo di ferie minime che spetta al dipendente (sempre che le abbia maturate con il proprio lavoro nel corso dell’anno).

Dunque, si può rinunciare solo alla parte di ferie residua alle 4 settimane (se eventualmente prevista dal proprio contratto). Tale rinuncia comunque va remunerata con quella che viene detta «indennità per ferie non godute».

In particolare l’indennità può essere pagata dall’azienda per la mancata fruizione, da parte del lavoratore, dei giorni di ferie:

  • eccedenti il periodo minimo di 4 settimane all’anno, eventualmente riconosciuti dalla contrattazione collettiva applicata;
  • maturate e non fruite al momento della cessazione del rapporto: si pensi al caso del dipendente che, in corso d’anno, viene licenziato in tronco o per fallimento dell’azienda. Se, ad esempio, un dipendente viene licenziato a metà dell’anno, ha diritto a ottenere la liquidazione, sull’ultima busta paga, di due settimane in ferie non godute ma maturate;
  • nei casi di contratto di lavoro a termine inferiore all’anno, per i quali è possibile sostituire i giorni di ferie con la relativa indennità, che deve essere comunque erogata al termine del rapporto di lavoro e non mensilmente [2].

Sono illegittime le disposizioni dei contratti collettivi che escludono il diritto del lavoratore all’indennità sostitutiva per ferie non godute al momento della risoluzione del rapporto, salvo il caso del lavoratore che abbia disatteso la specifica offerta della fruizione del periodo di ferie da parte del datore di lavoro.

Dirigenti e indennità per ferie non godute

Secondo la Cassazione [3], in caso cessazione del rapporto di lavoro di un dirigente apicale, a questi non spetta l’indennità sostitutiva delle ferie se titolare del potere di attribuirsi il periodo di ferie senza alcuna ingerenza del datore di lavoro a meno che il mancato godimento sia dipeso da necessità aziendali assolutamente eccezionali ed obiettive, ostative alla fruizione delle stesse.

Indennità di ferie non godute e contributi previdenziali

Secondo la Cassazione [4], l’indennità per ferie non godute non serve a risarcire il dipendente di un periodo di riposo non goduto, ma ha natura retributiva, è pari cioè a un normale stipendio. Questo implica che su tali somme l’azienda deve pagare i contributi previdenziali.

Indennità di ferie non godute: si pagano le tasse?

Cerchiamo di chiarire ora se il dipendente che percepisce l’indennità di ferie non godute deve pagare su tali somme le tasse, se cioè questi importi vanno indicati nella dichiarazione dei redditi e, quindi, scontano la ritenuta alla fonte (ritenuta che esegue direttamente il datore di lavoro). La risposta è affermativa. Secondo infatti l’orientamento ormai consolidato, l’indennità di ferie non godute ha natura retributiva e non risarcitoria. L’indennità è infatti nient’altro che un corrispettivo per le prestazioni lavorative effettuate nel periodo di tempo che avrebbe dovuto essere dedicato al riposo. Essendo perciò equiparata al reddito mensile, l’indennità per ferie non godute sconta le tasse: è cioè rilevante ai fini Irpef poiché è dovuta al lavoratore in quanto prestatore di attività definita nell’ambito del contratto di lavoro [5].

Entro quanto tempo chiedere l’indennità per ferie non godute?

La prescrizione del diritto a richiedere l’indennità sostitutiva per ferie non godute si prescrive dopo 5 anni (accedendo alla tesi secondo cui essa avrebbe natura retributiva). Pertanto ogni richiesta inoltrata oltre il quinquennio si considera “fuori termine”.

Che fare se il datore di lavoro non paga l’indennità per ferie non godute?

Se il datore di lavoro dovesse pretendere la prestazione lavorativa oltre le 4 settimane senza però corrispondere l’indennità sostitutiva di ferie il dipendente può ricorrere in tribunale per ottenerne il riconoscimento. Il lavoratore che agisce in giudizio chiedendo la corresponsione dell’indennità sostitutiva per ferie non godute deve provare l’avvenuta prestazione di attività lavorativa nei giorni ad esse destinati, ad esempio esibendo i cedolini paga relativi a quelle giornate.

A quanto ammonta l’indennità sostitutiva di ferie?

L’indennità sostitutiva è composta dagli stessi elementi che concorrono a formare la retribuzione feriale; inoltre deve essere esposta in busta paga con un’apposita voce.

note

[1] Art. 10 del DLgs. 66/2003.

[2] cfr. interpello Min. Lavoro 27.7.2005 n. 2041 e circ. Min. Lavoro 3.3.2005 n. 8.

[3] Cass. sent. n. 2000/2017.

[4] Cass. sent. n. 1057/2012.

[5] Cass. sent. n. 25399/2015 e n. 1232/2015. Si segnala, tuttavia, l’orientamento minoritario della C.T. Reg. Roma 6.2.2013 n. 89/4/13, che attribuisce natura risarcitoria all’indennità per ferie non godute, in quanto: «non può parlarsi di “reddito” se non in presenza di un effettivo vantaggio economico conseguito, mentre la suddetta indennità ha la funzione di reintegrare una diminuzione, in termini di salute, di qualità della vita, ecc., che si traduce in un danno anche potenziale patrimonialmente valutabile e risarcibile. Sono imponibili, ai sensi dell’art. 6 co. 2 del TUIR, le sole “indennità” conseguite a fronte di effettive perdite di reddito (lucro cessante), ma non anche quelle, come nella specie, che sono tese a riparare un danno, senza effettivo incremento reddituale. Si potrebbe distinguere la parte di “indennità” corrispondente alla retribuzione “ordinaria” dalla vera e propria maggiorazione per la mancata fruizione delle ferie; tuttavia, la suddetta norma è del tutto carente in tal senso, e non può che essere correttamente interpretata come sopra».


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