Diritto e Fisco | Editoriale

Le ragioni per cui si parla ancora l’avvocatese

14 maggio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 maggio 2018



Il “legalese” o – come alcuni lo chiamano – “l’avvocatese” è un linguaggio che mira a “conservare la specie” e la subalternità con il cliente, mantenendo ferma quella frattura che distingueva un tempo il professionista da chi invece non aveva studiato.

Perché, ancor oggi, nel mondo di Google, di Facebook e di WhatsApp si usa ancora il “legalese”? Rispetto a tutte le altre scienze, quella giuridica è rimasta “affezionata” maggiormente al proprio tecnicismo, spesso di derivazione latina. Le ragioni dell’utilizzo fedele dell’avvocatese sono state spiegate magistralmente da Gianrico Carofiglio in una intervista rilasciata al Sole24Ore, pubblicata nella versione cartacea in edicola questa mattina. 

Chi non ha letto almeno un libro di Gianrico Carofiglio, l’autore di best seller come «L’arte del dubbio», «La manomissione delle parole», «Testimone inconsapevole», «Il bordo vertiginoso delle cose», «Ad occhi chiusi». Per chi, in questo momento, ha un vuoto di memoria, si tratta dell’ex magistrato che, dopo aver lavorato come Sostituto procuratore alla DDA di Bari e consulente della Commissione Antimafia, ha deciso di dedicarsi alla carriera di scrittore. E gli è riuscito davvero bene: basta leggere uno solo dei suoi legal thriller o dei suoi saggi per restare affascinati dalla scrittura: uno stile asciutto, diretto, immediato.

L’intervista che Carofiglio dedica alle pagine del noto quotidiano economico sembra rappresentare “alla lettera” (è proprio il caso di dirlo) la filosofia del nostro giornale. Sono ormai sei anni che «La Legge per Tutti» ha intrapreso il cammino di divulgazione e “popolarizzazione” del linguaggio legale: lesa maestà per alcuni giuristi, una democratizzazione del sapere per altri. Di fatto, il nostro obiettivo – che va di pari passo con quello di Carofiglio – è di «eliminare il grande vizio delle lingue tecniche» di ricorrere a pseudo-tecnicismi del tutto inutili, che servono solo all’autocompiacimento e, probabilmente, alla “conservazione della specie”. È il trionfo della «oscurità non necessaria», come la chiama Carofiglio il quale avverte: «la chiarezza è in sé è uno strumento fortemente persuasivo, perché comunica l’idea di essere consapevoli di cosa si sta dicendo, l’idea di onestà, l’idea che non si sta imbrogliando». Perché parlare bene è innanzitutto pensare bene.

“L’avvocatese è narcisismo”

Gli pseudo-tecnicismi sono «parole che hanno un’apparenza tecnica, ma che invece aderiscono perfettamente a un sinonimo nella lingua comune». Facciamo un esempio. Se ti dico la parola «escussione» a cosa pensi? Qualcuno potrebbe non rispondere (salvo prima consultare Google). Eppure, il vocabolario italiano ha creato una perfetta alternativa a questo termine tecnico: «Interrogatorio». Dire «Interrogatorio» al posto di «escussione» è un affronto alla scienza per alcuni, ma è anche un modo di comunicare in un’epoca che non ammette ghettizzazioni culturali. 

Diciamoci la verità: per trovare un’alternativa al tecnicismo – il cui impiego è, per alcuni professionisti, anche un mezzo per facilitarsi la vita – bisogna anche conoscere bene e ricordare il vocabolario italiano. Cosa che non tutti sono più in grado di fare, “addormentati” dal linguaggio social o da sms. Così, se da un lato la terminologia del professionista è rimasta tecnica, quello comune si è via via semplificata, fino a dimenticare tutti gli infiniti lemmi che la lingua italiana conosce.

Quali sono le ragioni per cui l’avvocato preferisce restare ancorato allo slang giuridico? Le ragioni, secondo Carofiglio, sono essenzialmente tre. 

«La prima è legata a un codice identitario che si produce nel parlare e scrivere una lingua che è solo apparentemente l’italiano. La seconda è il narcisismo perché troppo spesso l’uso di parole pompose, poco comuni, mira a un’esibizione dell’ego». E quindi «se io uso parole che non capisce e non conosce quasi nessuno, e ovviamente che non indispensabili, sto sostanzialmente anche se inconsapevolmente mandando un messaggio al mondo: “Io sono meglio di voi”». 

E la terza «è connessa alle altre due in modo indissolubile, e risponde al nome di potere. Se io parlo in una lingua che capiscono soltanto gli addetti ai lavori uso le parole come strumento di esclusione e dunque di potere». 

Insomma, avvocatese e legalese mirano a mantenere forte quel rapporto di subalternità tra professionsta e cliente, quel rapporto però che proprio il professionista oggi sta cercando di dissacrare, nell’intento di trovare nuove fette di clientela tramite i social network e internet. E qui il paradosso: se decidi di sposare uno strumento (in questo caso il web) devi essere però pronto a utilizzare anche il relativo linguaggio e non a mantenere quello precedente: sarebbe altrimenti come togliere il motore a un’auto e legarla a dei cavalli per farla spingere da questi come una vecchia carrozza.

«La lingua del diritto – conclude Carofiglio – deve tornare a essere una lingua democratica, il più possibile comprensibile in un ordinamento in cui le sentenze vengono emesse in nome del popolo italiano e devono essere motivate». Del resto, ribadendo i principi del nostro giornale, se è vero che la legge non ammette ignoranza e che chi risponde delle violazioni è solo il cittadino e non il suo consulente, è giusto che la comprensione del testo giuridico sia diretta innanzitutto al suo effettivo destinatario – il cittadino appunto – e non il professionista. 

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2 Commenti

  1. Spett.le Redazione,
    sono un avvocato del Foro di Brescia che segue con estrema attenzione le Vostre news quotidiane, dalle quali estraggo parecchio materiale che ritengo interessante, poichè utilizzabile anche professionalmente al fine di iniziare lo studio di problematiche legali, con approccio concreto aggiornato e preciso.
    Posso in qualche modo condividere la critica al “legalese”, ma ritengo vi sia uno spazio per il mantenimento del linguaggio tecnico, necessario per esprimere differenze minime, ma essenziali.
    Quanto sopra sia nel settore legale sia in altri settori (ad es. medicina, ingegneria, ecc).
    E così, senza alcuna dotta intenzione, trovo infelice l’esempio da Voi scelto:
    in materia civile quando si chiede l’ammissione delle prove si chiede “prova per testi” ed “interrogatorio formale”, segno evidente che vi sia una differenza. L’interrogatorio è, infatti, rivolto alla parte in causa e non al teste, il quale ultimo viene “escusso” (e non interrogato) poichè persona a conoscenza dei fatti di causa. In sede civile la testimonianza pare essere cosa diversa dall’interrogatorio.
    In aggiunta ravviso anche un diverso valore terminologico tra processo civile e penale, nel quale ultimo forse potrà essere corretto parlare di interrogatorio del teste, magari anche per l’importanza delle questioni che non sono limitate ai rapporti civilistici, ma coinvolgono aspetti penali.
    Salvis juribus 🙂 .
    Cordiali saluti.

  2. Sono avvocato da 26 anni, un fan di Carofilgio scrittore e seguace delle sue teorie. A mio avviso le barriere linguistiche sono anacronistiche e controproducenti perche vanno sempre a discapito della chiarezza espositiva e dell’efficacia persuasuva. Condivido poi, come il collega che ha scritto prima, l’esigenza di mantenere comunque la necessaria precisione tecnica del linguaggio, nel limite dello stretto necessario.

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