Diritto e Fisco | Editoriale

Quando scadono le tasse?


Quando scadono le tasse?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 maggio 2018



I termini di prescrizione dell’Irpef, Iva, Irap, Tasi, Tari, Imu, multe e sanzioni, Inps e Inail. La scadenza non muta neanche dopo la notifica della cartella di pagamento.

Se c’è un capitolo sempre aperto quando si parla di fisco è quello relativo alla prescrizione: i termini entro cui le tasse scadono dividono spesso i giudici. Il che può apparire un controsenso: il concetto stesso di «termine» presuppone una data certa perché fino a un giorno prima lo Stato può legittimamente pretendere il pagamento delle proprie spettanze e, in caso contrario, procedere al pignoramento dei beni del contribuente, ma già il giorno dopo ogni sua richiesta è fuorilegge. Chi cerca su internet “quando scadono le tasse” noterà che esistono diverse interpretazioni sostenute da molteplici sentenze, anche se una tesi “maggioritaria” può essere comunque tracciata. Forse, nel momento in cui ci si chiede quando scadono le tasse ci si riferisce alle imposte maggiormente evase, Irpef, Iva e bollo auto su tutte. E proprio con riferimento alla prescrizione Irpef è intervenuta una sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia [1] a scardinare quello che appariva un principio ormai consolidato: quello della prescrizione decennale. Ma procediamo con ordine.

Cosa significa quando si dice «prescrizione delle tasse»?

Per legge, chi è creditore di una somma di denaro la deve esigere entro un certo termine massimo. Deve cioè agire (con un pignoramento) o sollecitare il pagamento. Se non lo fa, perde il diritto a ottenere i propri soldi. Ogni richiesta avanzata “fuori termine massimo” è illegittima e consente al destinatario di contestarla.

Ecco, con queste poche parole si può riassumere il concetto di prescrizione che vale anche per le tasse. Le tasse vanno in prescrizione – ossia, per usare un gergo comune, “scadono” – dopo un certo periodo di tempo prefissato dalla legge (che a breve indicheremo). 

Affinché però si compi la prescrizione è necessario che, durante tale arco di tempo, il creditore (nel caso delle tasse, si tratta del fisco o dell’Agente della riscossione) non invii solleciti. Difatti ogni lettera di diffida – a condizione che spedita con raccomandata o con Posta elettronica certificata – interrompe il termine di prescrizione e lo fa decorrere nuovamente da capo (il che, in teoria, di fronte a un creditore solerte e puntuale, la prescrizione potrebbe non verificarsi mai).

Se hai ricevuto una richiesta di pagamento (un accertamento fiscale, un sollecito o una cartella di pagamento) “oltre la data di scadenza”, per quanto illegittima, non puoi però limitarti a ignorarla: devi contestarla. Devi cioè rivolgerti al giudice affinché la annulli. Diversamente, il debito si considera “accettato” e non può più essere impugnato in un momento successivo. Questo significa che il contribuente ha l’obbligo di attivarsi – pagando purtroppo i costi del giudizio – se vuol liberarsi del creditore.

Quando scade l’Irpef?

L’unica risposta certa alla domanda «quando scadono le tasse» è che non tutte le tasse hanno gli stessi termini di prescrizione. Per ogni singola tassa o sanzione sono stati previsti termini diversi. Per cui, se vuoi sapere quando cadono in prescrizione le tasse e le imposte devi conoscerli tutti. Noi, per fortuna, te li indicheremo qui di seguito, in modo da evitarti questa lunga e difficile ricerca.

Iniziamo proprio dalla tassa più comune e che tutti devono pagare: l’Irpef ossia l’imposta sul reddito delle persone fisiche. Secondo la tesi tradizionale l’Irpef si prescrive in 10 anni. Tuttavia vi sono recenti sentenze che sostengono una tesi contraria: l’Irpef si prescrive in 5 anni. Questo perché esiste una norma del codice civile [1] secondo cui tutti i debiti che si pagano almeno una volta all’anno (così come appunto le imposte sui redditi che vengono liquidate insieme alla periodica dichiarazione dei redditi) cadono in prescrizione in cinque anni.

Questa tesi è stata di recente affermata dalla Commissione Tributaria Regionale della Lombardia [2], ossia il tribunale di secondo grado che decide tutte le controversie in materia di imposte. 

Questa sentenza è molto importante anche per un’altra ragione: non si limita ad affermare la prescrizione quinquennale della richiesta di pagamento dell’Irpef avanzata dall’Agenzia delle Entrate ma anche quella portata avanti dopo la notifica della cartella esattoriale. Dunque, se dopo la consegna della cartella passano cinque anni senza che l’Agente della Riscossione abbia proposto un sollecito (cosiddetta «intimazione di pagamento») o un pignoramento, la cartella medesima non è più dovuta (fatto salvo sempre il previo ricorso al giudice). 

Questa è una conseguenza di una importante sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione del novembre 2016 [3] secondo cui, nel passaggio dall’accertamento fiscale alla cartella di pagamento, la prescrizione delle tasse non cambia: per cui, anche se il contribuente non impugna la cartella nei canonici 60 giorni dal ricevimento, e questa diventa definitiva, i termini di scadenza restano sempre i medesimi.

Facciamo un esempio. Se una persona riceve un accertamento fiscale per il mancato pagamento dell’Irpef dopo quattro anni dall’anno in cui è avvenuta l’evasione, la richiesta del fisco è legittima. Così come è legittima se, dopo l’accertamento, arriva una cartella nei successivi quattro anni. Tuttavia, se dopo cinque anni dalla notifica della cartella, il contribuente non riceve intimazioni di pagamento, fermi auto, ipoteche o pignoramenti, allora si compie la prescrizione ed è libero dal debito.

Sulla stessa linea della sentenza in commento si inseriscono anche i precedenti della Commissione Tributaria Provinciale di Treviso [4] secondo cui l’Irpef, Iva e Irap – in quanto imposte riscuotibili una volta ogni anno – si prescrivono in cinque anni e non dieci.

Come abbiamo anticipato in precedenza, però, la tesi maggioritaria resta sempre quella secondo cui l’Iva e l’Irpef si prescrivono in dieci anni [5].

Quando scade l’Iva?

Per l’Iva vale lo stesso discorso dell’Irpef: in assenza di norme esplicite, per alcuni giudici (la maggior parte) la prescrizione si compie in 10 anni (e lo stesso vale anche per la relativa cartella di pagamento) mentre ci sono precedenti isolati che sostengono una prescrizione quinquennale.

Quando scadono le altre tasse?

Abbiamo esordito dicendo che per ogni tassa sono previsti termini di prescrizione diversi. Eccoli.

Il bollo auto scade dopo tre anni. Il termine si inizia a calcolare però non da quando scade il pagamento ma dal 1° gennaio dell’anno successivo: il che significa che fino al 31 dicembre del terzo anno, le richieste di pagamento sono legittime. Ad esempio, il bollo del 2017 non va più pagato a partire dal 1° gennaio 2021.

L’Imu, la Tasi, la Tari e tutte le altre imposte locali si prescrivono in cinque anni.

Tutti i contributi previdenziali dovuti a Inps e Inail si prescrivono anche in cinque anni.

Si prescrive in 10 anni l’imposta di registro e l’abbonamento tv (cosiddetto «canone Rai»).

In cinque anni si prescrivono le multe stradali e tutte le altre sanzioni (anche quelle per tasse non pagate).

Gli stessi termini valgono per le relative cartelle esattoriali come diremo nel paragrafo successivo.

Quando scadono le cartelle di pagamento?

Come abbiamo spiegato nel paragrafo relativo all’Irpef, le cartelle di pagamento non hanno un loro termine di prescrizione, ma subiscono la medesima prescrizione prevista per la tassa in essa richieste. Quindi, se una cartella richiede il pagamento del bollo auto si prescrive in tre anni, se invece richiede il pagamento dell’Iva in dieci.

Come anticipato, le sezioni unite della Cassazione [3] hanno spiegato che è irrilevante, ai fini del calcolo della prescrizione, l’eventuale sopraggiunta definitività della cartella se non impugnata. Difatti questa, sia pur non più contestabile, subisce sempre il termine di prescrizione relativo all’imposta richiesta.

Se però il contribuente impugna la cartella e perde la causa, detta cartella viene “sostituita” dalla sentenza e allora subisce il termine di prescrizione tipico degli atti giudiziari che è di dieci anni. La scadenza quindi di raddoppia. Bisognerà quindi far bene attenzione a valutare l’opportunità di una contestazione non certa perché se si perde il giudizio si rimane soggetti al debito per più tempo.

note

[1] Art. 2953 cod. civ.

[2] Ctr Lombardia sent. n. 1883/16/2018.

[3] Cass. S.U. sent. n. 23397/2016.

[4] Ctp Trevisto, sent. n. 82/03/2018.

[5] Ctp Caltanissetta sent. n. 1007/01/2017. Cass. sent. n. 18110/2004.

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