Diritto e Fisco | Articoli

Marciapiede sconnesso: chi paga?

14 Maggio 2018


Marciapiede sconnesso: chi paga?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 Maggio 2018



Caduta sulla strada: la disattenzione impedisce la richiesta di risarcimento del danno al Comune.

Sei caduto/a su un marciapiede sconnesso: mancavano due mattonelle e così, involontariamente, hai messo il piede in fallo procurandoti una serie di lesioni alle gambe, al gomito e alla spalla. Nulla di grave per fortuna, ma sei comunque finito/a al pronto soccorso. Al di là della paura e del rischio che hai corso di farti seriamente male, ora devi stare qualche giorno a riposo. Chi ti risarcirà per tutto questo? Pensarci due volte ti sembra fin troppo inutile e la risposta che subito ti dai è: il Comune. È l’ente locale infatti il soggetto responsabile per la manutenzione delle strade e su cui ricadono tutte le conseguenze per le cadute dei pedoni. Ma è davvero così? Se hai letto le ultime sentenze della Cassazione [1] dovresti sapere che ti stai sbagliando. Vediamo allora, proprio sulla base di questi precedenti della giurisprudenza, chi paga per il marciapiede sconnesso.

Ci sono due ragioni per desistere, o comunque per valutare con molta prudenza l’avvio di una causa per risarcimento del danno in caso di caduta sul marciapiede dissestato. La prima è l’iter giudiziario, la lunghezza e i costi del processo che bisogna sostenere, ma soprattutto l’incertezza del recupero del credito. Difatti, anche dopo un’eventuale sentenza di condanna nei confronti dell’amministrazione responsabile, non è detto che il Comune abbia i soldi per pagare; così spesso le richieste di indennizzo di chi riporta dei danni a causa della cattiva manutenzione delle strade giacciono negli scaffali. Si dovrebbe allora ricorrere a un ulteriore procedimento amministrativo – diverso dal pignoramento – volto a obbligare la PA ad adempiere; si chiama giudizio di ottemperanza ed è volto a ottenere l’esecuzione forzata della sentenza. Chiaramente, i costi legali si duplicano.

La seconda ragione per meditare con attenzione l’avvio di un processo contro il marciapiede sconnesso è la possibilità di perdere la causa, ipotesi tutt’altro che remota quando il pedone avrebbe dovuto rendersi conto delle precarie condizioni del tratto di strada su cui stava camminando. Ci sono diverse ipotesi in cui non è possibile chiedere il risarcimento, tutte riconducibili a un’unica motivazione (che è anche una massima di esperienza comune): chi è causa del suo mal pianga se stesso. Il che significa che non spetta il risarcimento quando:

  • si cammina velocemente o distratti (ad esempio con gli occhi puntati sul cellulare) senza prestare la dovuta attenzione alla strada;
  • la buca o la pericolosità del marciapiede è evidente, tanto da mettere in guardia una persona dotata di media diligenza. Si pensi al caso di chi si incammina su una strada dissestata o si trova dinanzi a una buca molto ampia o a una asperità visibile come l’assenza di mattonelle. In tal caso chi cade non ha diritto al risarcimento;
  • il tratto di strada è noto al danneggiato per averlo già percorso diverse volte: la conoscenza dell’insidia impedisce la possibilità di chiedere indennizzi per la caduta. Si pensi al caso di una persona che, tutti i giorni, percorre la medesima scalinata per recarsi al lavoro.

Questi sono solo tre dei più frequenti casi in cui la Cassazione e i tribunali hanno escluso il risarcimento per chi è vittima di una insidia stradale, come quella del marciapiede sconnesso.

Quindi, secondo la Cassazione, il comportamento incauto della vittima, che avrebbe dovuto rendersi conto delle precarie condizioni del tratto di marciapiede su cui stava camminando implicano l’impossibilità di muovere qualsiasi contestazione al Comune. 

La questione che ha dato origine alla sentenza in commento parte da una  disavventura capitata a una donna per via di un marciapiede comunale con «alcune disconnessioni della pavimentazione» e dalla mancanza di «due mattonelle». Consequenziale è stata la citazione in giudizio del Comune, col chiaro obiettivo di ottenere un adeguato risarcimento. A convincere i giudici dell’assenza di qualsiasi diritto al risarcimento del danno è stata, nel caso di specie, la valutazione del comportamento tenuto dalla vittima, che, secondo la Cassazione, avrebbe potuto rendersi conto facilmente del «pericolo» costituito dalle condizioni precarie del marciapiede. In sostanza, «la condotta incauta» della donna è sufficiente per escludere ogni responsabilità del Comune.

Con una precedente ordinanza però la Cassazione ha detto [2] che, qualora un passante si procuri delle lesioni a seguito di una caduta su una grata per l’aerazione di un edificio (su cui insiste uno sportellino sporgente pericoloso), posizionata su un marciapiede di proprietà privata, ma soggetto ad uso pubblico, a rispondere del danno è l’amministrazione comunale, non in quanto custode del bene, ma in quanto tenuta a determinate “regole di condotta”.

La “Regola di condotta” è non soltanto la norma giuridica, ma anche qualsiasi doverosa cautela concretamente esigibile dal danneggiante. Stabilire se quest’ultimo abbia o meno violato norme giuridiche o di comune prudenza è accertamento che va effettuato comparando la condotta concretamente tenuta dal responsabile con quella che un soggetto delle medesime qualità e condizioni avrebbe tenuto, nelle stesse circostanze di tempo e luogo. 

In tema di manutenzione delle strade, il Comune ha l’obbligo di:

  1. segnalare ai proprietari di essi le situazioni di pericolo suscettibili di recare pregiudizio agli utenti della strada;
  2. adottare i presidi necessari ad eliminare i fattori di rischio conosciuti o conoscibili con un attento e doveroso monitoraggio del territorio;
  3. e, in caso di mancata rimozione degli elementi di pericolo da parte dei proprietari della strada, quello di chiudere la strada al traffico.

note

[1] Cass. ord. n. 10938/2018 dell’8.05.2018.

[2] Cass. ord. n. 6141/2018.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 30 ottobre 2017 – 8 maggio 2018, n. 10938

Presidente Amendola – Relatore D’Arrigo

Ritenuto

Mi. De Mi. ha convenuto in giudizio il Comune di Anzio deducendo di essere caduta per terra mentre percorreva un tratto di marciapiede comunale a causa di alcune disconnessioni della pavimentazione e chiedendo il ristoro del danno subito.

Nel contradditorio delle parti, il Tribunale di Velletri, sezione distaccata di Anzio, ha rigettato la domanda, compensando le spese di lite. La De Mi. ha quindi adito la Corte d’appello di Roma che, con la sentenza indicata in epigrafe, ha rigettato l’impugnazione condannando l’appellante alle spese del grado.

Tale decisione è stata fatta oggetto di ricorso per cassazione da parte della De Michele per due motivi. Il Comune di Anzio ha resistito con controricorso.

Il consigliere relatore, ritenuta la sussistenza dei presupposti di cui all’art. 380-bis cod. proc. civ. (come modificato dal comma 1, lett. e), dell’art. 1-bis d.l. 31 agosto 2016, n. 168, conv. con modif. dalla I. 25 ottobre 2016, n. 197), ha formulato proposta di trattazione del ricorso in camera di consiglio non partecipata.

Entrambe le parti hanno depositato successive memorie difensive.

Considerato

In considerazione dei motivi dedotti e delle ragioni della decisione, la motivazione del presente provvedimento può essere redatta in forma semplificata

Con il motivo primo (violazione e falsa applicazione degli artt. 2051 e 2697 cod. civ.) la ricorrente sostiene che la Corte d’appello avrebbe erroneamente escluso la pericolosità intrinseca dell’avvallamento della pavimentazione (nella quale sembra fossero mancanti due mattonelle) e quindi i presupposti per l’applicazione della presunzione di responsabilità di cui all’art. 2051 cod. civ. La censura è manifestamente infondata in quanto non coglie la ratio dedicendi della sentenza impugnata, che non esclude affatto l’applicabilità al caso di specie dell’art. 2051 cod. civ., ma ritiene che la presunzione di responsabilità non opera quando la pericolosità della cosa in custodia è chiaramente individuabile con l’ordinaria diligenza.

Nel merito, la corte d’appello ha individuato nella disattenzione della De Mi. una causa efficiente prossima e sufficiente ad elidere il rapporto di causalità con l’avvallamento della pavimentazione del marciapiede. Tale decisione si sottrae a censure di legittimità. Questa Corte ha già chiarito che, ai sensi dell’art. 2051 cod. civ., allorché venga accertato, anche in relazione alla mancanza di intrinseca pericolosità della cosa oggetto di custodia, che la situazione di possibile pericolo, comunque ingeneratasi, sarebbe stata superabile mediante l’adozione di un comportamento ordinariamente cauto da parte dello stesso danneggiato, deve escludersi che il danno sia stato cagionato dalla cosa, ridotta al rango di mera occasione dell’evento, e ritenersi, per contro, integrato il caso fortuito (Sez. 3, Sentenza n. 12895 del 22/06/2016, Rv. 640508; fattispecie in cui è stata rigettata la domanda di risarcimento dei danni conseguenti ad una caduta, ritenuta causalmente attribuibile alla disattenzione dello stesso danneggiato).

Infatti, in tema di responsabilità ex art. 2051 cod. civ., il caso fortuito – inteso come fattore che, in base ai principi della regolarità o adeguatezza causale, esclude il nesso eziologico tra cosa e danno – è comprensivo della condotta incauta della vittima, che assume rilievo ai fini del concorso di responsabilità ai sensi dell’art. 1227, comma 1, c.c., e deve essere graduata sulla base di un accertamento in ordine alla sua effettiva incidenza causale sull’evento dannoso, che può anche essere esclusiva (Sez. 6-3, Ordinanza n. 30775 del 22/12/2017; fattispecie in cui è stato escluso che la vittima fosse caduta per un difetto di custodia del marciapiede comunale e fosse, invece, imputabile una sua disattenzione).

Il resto delle contestazioni svolte nell’ambito del primo motivo attengono alla ricostruzione della dinamica del sinistro in punto di fatto e sono inammissibili in questa sede

Con il secondo motivo, a prescindere dall’intestazione, in sostanza si contesta nel merito la valutazione delle risultanze istruttorie. Si tratta di una censura, volta a sollecitare una riformulazione del giudizio di fatto, inammissibile in sede di legittimità.

In conclusione, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile e le spese del giudizio di legittimità vanno poste a carico del ricorrente, ai sensi dell’art. 385, comma primo, cod. proc. civ., nella misura indicata nel dispositivo.

Ricorrono altresì i presupposti per l’applicazione dell’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, inserito dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, sicché va disposto il versamento, da parte dell’impugnante soccombente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione da lui proposta, senza spazio per valutazioni discrezionali (Sez. 3, Sentenza n. 5955 del 14/03/2014, Rv. 630550).

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 e agli accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13 comma 1-quater del D.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1, comma 17 della I. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma I-bis, dello stesso art. 13.


CASSAZIONE ORDINANZA. n. 6141/2018.

                        REPUBBLICA ITALIANA

                    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

                  LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

                       SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI AMATO Sergio – Presidente

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere

Dott. IANNELLO Emilio – rel. Consigliere

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 28021/2015 R.G. proposto da:

(OMISSIS), rappresentata e difesa dall’Avv. (OMISSIS), con

domicilio eletto in (OMISSIS), presso lo studio dell’Avv.

(OMISSIS);

– ricorrente –

contro

(OMISSIS) S.r.l., rappresentata e difesa dall’Avv. (OMISSIS), con

domicilio eletto in (OMISSIS), presso lo studio legale associato

(OMISSIS);

– controricorrente –

e contro

Comune di Otranto;

– intimato –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Lecce, n. 609/15

depositata l’8 settembre 2015;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 18

gennaio 2018 dal Consigliere Dott. Emilio Iannello.

RILEVATO IN FATTO

1. (OMISSIS) ricorre, con quattro mezzi, nei confronti della

(OMISSIS) S.r.l. (che resiste con controricorso) e del Comune di

Otranto (che non svolge difese nella presente sede) avverso la

sentenza in epigrafe con cui la Corte d’appello di Lecce ne ha

rigettato l’appello, confermando la sentenza di primo grado che

aveva respinto la domanda di condanna delle controparti al

risarcimento dei danni sofferti in conseguenza delle lesioni

personali patite a causa d’una caduta, avvenuta mentre camminava

lungo la via (OMISSIS) sul marciapiede presente ai margini della

strada, a causa di una grata metallica ivi presente, che si apriva

improvvisamente all’atto del suo passaggio.

La Corte territoriale ha escluso la configurabilita’ sia di una

responsabilita’ ex articolo 2051 c.c., trattandosi di marciapiede

di proprieta’ privata, benche’ soggetto ad uso pubblico, sia la

responsabilita’ per colpa ex articolo 2043 c.c., non risultando

che fosse stato segnalato agli uffici comunali il carattere

insidioso, per i pedoni, dello sportellino esistente sulla grata

metallica collocata sul marciapiede di proprieta’ privata, ne’

potendo desumersi l’insidia da un mero esame visivo dello stato

dei luoghi.

Ha ritenuto inoltre adeguatamente provata la natura privata del

tratto di marciapiede in questione, in base agli elementi emersi

dalla relazione del tecnico comunale, geom. (OMISSIS) (in cui si

precisa che le griglie sulle quali l’attrice e’ caduta “sono state

autorizzate, unitamente al complesso residenziale, con concessione

edilizia n. 34 del 29/6/2000 rilasciata alla soc. (OMISSIS)

S.r.l.” e che “sono poste sulla parte di marciapiede ricadente sul

suolo della societa’ sopra citata e sul quale e’ stato realizzato

l’ampliamento del marciapiede medesimo”) e dalle indicazioni dallo

stesso tecnico offerte in sede di esame testimoniale, che tra

l’altro avevano evidenziato come la griglia fosse a servizio di

sottostante struttura (cabina elettrica interna al complesso

edilizio costruito da (OMISSIS) S.r.l.) egualmente non di

proprieta’ pubblica ma privata: tali indicazioni erano ritenute

attendibili in quanto specifiche e documentate, con riferimento ad

elaborati tecnici di cui il teste aveva con se’ copia conforme e

dei quali pertanto le parti avrebbero potuto direttamente prendere

visione.

Ha infine ritenuto correttamente esclusa dal primo giudice la

responsabilita’ di (OMISSIS) S.r.l. per essere stata adeguatamente

provata in giudizio – con il relativo atto pubblico di

compravendita del 15/2/2001, anche alla luce delle informazioni

offerte dal teste (OMISSIS) – l’eccepita alienazione a (OMISSIS)

S.p.A. del locale posto al piano interrato a cui servizio e’

collocata la griglia in questione.

La controricorrente ha depositato memoria ex articolo 380-bis

c.p.c., comma 1.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Con il primo motivo di ricorso (OMISSIS) denuncia violazione

e/o falsa applicazione dell’articolo 2051 c.c., Decreto

Legislativo 30 aprile 1992, n. 285, articoli 2 e 14 (nuovo codice

della strada), in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n.

3, per avere la Corte d’appello escluso la configurabilita’ della

responsabilita’ del custode a carico del Comune, in ragione della

ritenuta proprieta’ privata del tratto di marciapiede ove si e’

verificata la caduta, non tenendo nel debito conto il pur

riconosciuto uso pubblico dello stesso.

Sostiene che dal combinato disposto degli articoli 2 e 14 C.d.S.

si ricava l’esistenza, in capo all’amministrazione comunale, di un

potere/dovere di vigilanza sulle strade ad uso pubblico ricadenti

nel proprio territorio, quale che sia la proprieta’, al fine di

garantire la sicurezza e la fluidita’ della circolazione, con la

conseguente configurabilita’ della responsabilita’ ex articolo

2051 c.c..

2. Con il secondo motivo la ricorrente deduce violazione e/o falsa

applicazione dell’articolo 2043 c.c., articoli 2 e 14 C.d.S., in

relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la

Corte d’appello escluso altresi’ la configurabilita’, in concreto,

di una responsabilita’ per colpa ex articolo 2043 c.c., per non

esservi stata alcuna precedente segnalazione all’ente della

pericolosita’ della grata e non essendo tale insidiosita’

rilevabile con un mero esame visivo dello stato dei luoghi.

Lamenta che i giudici d’appello, limitando in tal modo la

responsabilita’ per illecito aquiliano del Comune alla violazione

colposa dell’”obbligo di accertarsi che la manutenzione dell’area

e dei relativi manufatti non sia trascurata dal proprietario”, non

ha colto l’esatta portata del citato articolo. Assume infatti che

l’obbligo a carico dell’ente pubblico non si esaurisce nel

suddetto accertamento, ma comprende la gestione, la pulizia e

soprattutto il controllo dell’efficienza dell’area privata

soggetta ad uso pubblico, per assicurare “la sicurezza e fluidita’

della circolazione”.

3. Con il terzo motivo la ricorrente denuncia violazione degli

articoli 101, 115, 116, 183 e 345 c.p.c. e articolo 87 disp. att.

c.p.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per

avere la Corte d’appello fondato la valutazione di attendibilita’

del teste geom. (OMISSIS) su documenti (gli elaborati tecnici

portati con se’ dal teste e cui lo stesso ha fatto riferimento nel

corso della sua deposizione) non prodotti in giudizio e per avere,

sulla base delle dichiarazioni e della relazione tecnica di

quest’ultimo, ritenuto dimostrata la proprieta’ privata del tratto

di marciapiede ove insiste la griglia che ha cagionato la caduta,

cosi’ superando la presunzione relativa ex lege di proprieta’

pubblica di tutti i marciapiedi attigui alla rete viaria interna

all’abitato.

Rileva che, non essendo stati tali elaborati, ne’ la concessione

edilizia menzionata dal teste, mai allegati in giudizio da alcuna

delle parti, la Corte di merito non avrebbe potuto tenerne alcun

conto e meno che mai avrebbe potuto utilizzarli per riscontrare le

dichiarazioni e l’attendibilita’ del teste.

4. Con il quarto motivo la ricorrente denuncia infine violazione

e/o falsa applicazione dell’articolo 1350 c.c., n. 1, articolo

2724 c.c., n. 3 e articolo 2725 c.c., in relazione all’articolo

360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la Corte d’appello ritenuto

provata la vendita della proprieta’ dell’area in cui si e’

verificato il sinistro, da (OMISSIS) S.r.l. ad (OMISSIS) S.p.A., a

mezzo delle dichiarazioni del teste geom. (OMISSIS), non facendo

l’atto pubblico di compravendita prodotto da (OMISSIS) S.r.l.

alcun accenno alla alienazione dell’area di marciapiede predetta

e/o delle grate posizionate sullo stesso.

5. Rilievo prioritario, sul piano logico giuridico, assume il

terzo motivo di ricorso rispetto al primo e al secondo, il cui

esame va pertanto ad essi anteposto.

Lo stesso deve ritenersi inammissibile e comunque infondato.

La censura non coglie infatti l’effettiva ratio decidendi esposta

nella sentenza impugnata, appuntandosi su passaggio argomentativo

che assume, nell’economia della motivazione, rilievo meramente

rafforzativo di un convincimento che trova comunque aliunde

autonomo e adeguato supporto logico.

La Corte di merito ha invero posto a fondamento della propria

decisione sul punto anzitutto gli elementi emergenti dalla

relazione del tecnico comunale, ritualmente acquisita al giudizio

quale allegato alla memoria di costituzione del Comune di Otranto,

e segnatamente il fatto, ivi attestato, che le griglie sulle quali

l’attrice e’ caduta “sono state autorizzate, unitamente al

complesso residenziale, con concessione edilizia n. (OMISSIS)

rilasciata alla soc. (OMISSIS) S.r.l.” e che “sono poste sulla

parte di marciapiede ricadente sul suolo della societa’ sopra

citata e sul quale e’ stato realizzato l’ampliamento del

marciapiede medesimo”.

Il successivo richiamo agli elementi pure forniti dallo stesso

tecnico comunale attraverso la sua deposizione testimoniale vale

solo a corroborare detto convincimento, trattandosi di

informazioni sugli sviluppi successivi della pratica urbanistica

riferita al progetto edilizio (sviluppi che confermano il dato

gia’ emergente dalla relazione tecnica circa la proprieta’ privata

dell’area) nonche’ di chiarimenti sull’affermazione ivi contenuta

secondo cui le griglie in questione sono poste “sulla parte di

marciapiede ricadente sul suolo della societa’ sopra citata e sul

quale e’ stato realizzato l’ampliamento del marciapiede medesimo”.

Di tali indicazioni la Corte di merito esprime come detto un

giudizio di piena attendibilita’ ritenendo, da un lato, che la

responsabilita’ per danno erariale cui lo stesso tecnico comunale

sarebbe esposto, secondo l’amministrazione appellata, in caso di

accertamento della proprieta’ pubblica dell’area, non e’ idonea a

sollevare dubbi al riguardo in quanto “meramente ipotetica ed

eventuale” e, dall’altro, che le indicazioni fornite dal teste

sono “specifiche e documentate”, “facendo riferimento agli

elaborati tecnici di cui (il teste, n.d.r.) aveva con se’ copia

conforme, cosi’ che le parti avrebbero potuto direttamente

prenderne visione”.

La critica mossa dal ricorrente si appunta esclusivamente su tale

ultimo rilievo il quale pero’: a) anzitutto non ha valore fondante

del convincimento espresso (i documenti richiamati non sono

utilizzati in sentenza quale fonte di prova diretta della

proprieta’ privata dell’area) ma vale solo a giustificare il

giudizio di attendibilita’ del teste, e cio’ peraltro in via solo

indiretta riposando tale giudizio essenzialmente sul rilievo della

precisione e specificita’ delle indicazioni dallo stesso fornite,

ancorche’ consentite proprio dal riferimento da parte del teste ai

documenti seco portati (sul cui legittimo utilizzo ai sensi

dell’articolo 253 c.p.c., comma 3, e articolo 231 c.p.c. non

risulta sollevata alcuna eccezione): cio’ che comunque esclude la

configurabilita’ del dedotto error in procedendo; b) pure in tale

limitata prospettiva, esso si riferisce comunque esclusivamente

alle indicazioni fornite verbalmente nel corso della deposizione

testimoniale, non anche alla relazione tecnica che costituisce

documento ritualmente acquisito, per il quale il giudizio di

attendibilita’ rimane fondato sul piu’ generale e insindacabile

rilievo della infondatezza dei dubbi prospettati

dall’amministrazione convenuta; c) a tutto concedere, anche

espungendo il riferimento a detti documenti, il giudizio di

attendibilita’ del teste rimarrebbe comunque giustificato – alla

stregua di una valutazione di fatto insindacabile in questa sede –

dal rilievo della insufficienza delle ragioni di sospetto

prospettate dalla controparte.

6. Venendo quindi all’esame del primo motivo se ne deve parimenti

rilevare l’infondatezza.

E’ jus receptum nella giurisprudenza di questa Corte

l’affermazione secondo cui la responsabilita’ per i danni

cagionati da cose in custodia, ex articolo 2051 c.c., e’ di natura

oggettiva, incentrata sulla relazione causale che lega la cosa

all’evento lesivo, senza che, ai fini della verificazione di tale

evento, trovi rilievo alcuno la condotta del custode e

l’osservanza o meno di un obbligo di vigilanza da parte di

quest’ultimo sicche’ incombe al danneggiato allegare, dandone la

prova, solo il rapporto causale tra la cosa e l’evento dannoso,

indipendentemente dalla pericolosita’ o meno o dalle

caratteristiche intrinseche della prima (tra le molte: Cass.

12/07/2006, n. 15779; Cass. 19/02/2008, n. 4279; Cass. 25/07/2008,

n.20427; Cass. 12/11/2009, n. 23939; Cass. 10/04/2010, n. 8005;

Cass. 11/03/2011, n. 5910; Cass. 19/05/2011, n. 11016; Cass.

08/02/2012, n. 1769; Cass. 17/06/2013, n. 15096; Cass. 25/02/2014,

n. 4446; Cass. 27/11/2014, n. 25214; Cass. 18/09/2015, n. 18317;

Cass. 20/10/2015, n. 21212; Cass. Sez. U 10/05/2016, n. 9449;

Cass. 27/03/2017, n. 7805;  Cass. 16/05/2017 n. 12027; Cass.

29/09/2017, n. 22839).

E’ stato in tal senso precisato che il rapporto di “custodia”

rilevante ex articolo 2051 c.c. non mutua i propri contenuti dalla

materia dei contratti (ad es. il contratto di deposito) e che,

dunque, non si identifica con la previsione di specifici obblighi

di controllo e vigilanza e prescinde da una condotta (o

prestazione) del custode con essi coerente ma postula piuttosto (e

soltanto) una potesta’ di fatto sulla cosa determinativa del

danno, ossia un effettivo potere fisico, che implichi il governo e

l’uso della cosa stessa.

E’ custode ex articolo 2051 c.c., dunque, chi “di fatto ne

controlla le modalita’ d’uso e di conservazione” (Cass. n. 4279

del 2008, Cass. n. 11016 del 2011, Cass. n. 1769 del 2012, cit.),

per cui la “speciale responsabilita’ ex articolo 2051 c.c. va

ricercata nella circostanza che il custode “ha il potere di

governo sulla cosa”” (Cass. Sez. U n. 9449 del 2016, cit.). Il

rapporto di “custodia “postula l’effettivo potere sulla cosa” e,

quindi, non solo la sua disponibilita’ giuridica ma, insieme ad

essa, la disponibilita’ materiale (Cass. n. 15096 del 2013, cit.),

alla stregua di un binomio che opera unitariamente come fattore

selettivo della figura del “custode”, rilevante ai sensi

dell’articolo 2051 c.c., ossia di colui che – come detto – ha “il

potere di governo” della cosa, “da intendersi come potere di

controllarla, di eliminare le situazioni di pericolo che siano

insorte e di escludere i terzi dal contatto” con essa (Cass. n.

15779 del 2006, cit.).

E’ dunque in tale prospettiva che e’ da intendere l’affermazione,

sovente ribadita dai precedenti sopra richiamati, per cui custode

non e’ da considerarsi “necessariamente il proprietario o chi si

trova con essa (la cosa) in relazione diretta” (tra le altre,

Cass. n. 4279 del 2008, cit.). Il rapporto di custodia che puo’

presumersi nella titolarita’ dominicale della cosa puo’, infatti,

venire meno in ragione della escludente relazione materiale da

parte di altro soggetto che, con la cosa medesima, abbia del pari

un rapporto giuridicamente qualificato.

E’ il caso dei danni cagionati a terzi dall’immobile locato, per

cui viene individuato nel conduttore il custode responsabile ex

articolo 2051 c.c. del pregiudizio derivato dalle parti

dell’immobile acquisite nella sua disponibilita’ giuridica con il

contratto di locazione, mentre (salvo ipotesi di concorso di

responsabilita’: cfr. Cass. 09/06/2016, n. 11815) il

proprietario/locatore rimane custode e responsabile ex articolo

2051 c.c. del danno cagionato dalle strutture murarie

dell’immobile medesimo e dagli impianti in esse conglobati (tra le

altre, Cass. 03/08/2005, n. 16231; Cass. 09/06/2010, n. 13881;

Cass. 27/07/2011, n. 16422).

Per converso la pure ricorrente affermazione secondo cui non e’

sufficiente la mera relazione diretta e materiale con la cosa ai

fini dell’insorgenza del rapporto di custodia (quale criterio di

imputazione) ai fini della responsabilita’ ai sensi dell’articolo

2051 c.c., e’ certamente vera se intesa nel senso che il “potere

di governo” della cosa e’ qualcosa di piu’ ma non anche nel senso

che se ne puo’ prescindere. Alla stregua degli indici sintomatici

sopra evidenziati (Cass. n. 15779 del 2006, cit.), non e’ dato

infatti riconoscere un rapporto di custodia ex articolo 2051 c.c.

in capo a chi della cosa abbia la mera detenzione per ospitalita’

o di servizio, operando, in quest’ultimo caso, nell’ambito di piu’

ampi poteri organizzativi e direzionali spettanti ad altri (cosi’

gia’ Cass. 21/11/1978, n. 5418), ovvero in capo a chi della cosa

sia mero utilizzatore (sporadico o temporaneo), ove la concessa

facolta’ di utilizzazione della cosa non venga ad elidere, “per

specifico accordo delle parti, o per la natura del rapporto,

ovvero per la situazione fattuale determinatasi”, il “potere di

ingerenza, gestione ed intervento sulla cosa” stessa che il

concedente abbia conservato (Cass. n. 15096 del 2013, cit.).

Va dunque ribadito che, ai fini del rapporto di custodia rilevante

ai sensi dell’articolo 2051 c.c. – quale elemento essenziale della

fattispecie, oggettiva, di responsabilita’ extracontrattuale ivi

disciplinata – e’ necessario, ma non sufficiente, che sussista

un’astratta competenza giuridica sulla res, giacche’ a siffatta

relazione giuridica, che e’ titolo di attribuzione di un potere di

governo su di essa, deve corrispondere una disponibilita’

materiale o di fatto della cosa medesima, tale da rendere attuale

e diretto l’anzidetto potere.

Ed e’ proprio siffatta complessiva situazione (che, in quanto

tale, radica di per se’ il carattere oggettivo del titolo di

responsabilita’, senza che abbia rilievo alcuno il comportamento,

diligente o meno, del custode) che giustifica il criterio di

imputazione della responsabilita’ stessa, in quanto essa implica,

ex ante, il dovere, giuridico, di impedire che la cosa stessa non

arrechi danni a terzi (cosi’ Cass. n. 22839 del 2017, cit.).

Cosi’ definito il rapporto di custodia rilevante ai sensi

dell’articolo 2051 c.c. e’ evidente, dunque, che non basta a

riconoscerlo in capo all’ente comunale rispetto alle strade

private aperte al pubblico transito, il fatto che anche queste

siano soggette, a norma delle suindicate norme del codice della

strada, ai poteri/doveri di vigilanza finalizzati a garantire che

la circolazione dei veicoli e dei pedoni avvenga, anche su di

esse, in condizioni di sicurezza.

Tali poteri non escludono infatti che il “potere di governo” sulla

“cosa” sia giuridicamente e materialmente esercitato in via

immediata e diretta dal privato proprietario della strada, mentre

l’attivita’ a tal fine svolta dal Comune e’ di carattere

regolativo, ancorche’ puntuale, e poi di controllo sull’operato

del privato, siccome volta a mantenere intatta la sicurezza e

l’efficienza della strada rispetto al pubblico transito al quale

essa e’ assoggettata, sia pure di fatto.

In quanto tale essa pero’ non basta a configurare, in riferimento

alla strada medesima, un “rapporto di custodia” ai sensi e per gli

effetti della responsabilita’ civile di cui all’articolo 2051

c.c., non assumendo il Comune per tali strade quella peculiare

posizione connotata dal binomio della disponibilita’ giuridica e

materiale della res, che ne consente il governo nei termini

anzidetti.

La posizione dell’ente pubblico, come innanzi caratterizzata, e’

tale, semmai, da poter attivare una responsabilita’ aquiliana ai

sensi dell’articolo 2043 c.c., la’ dove si vengano a determinare

omissioni o carenze nel controllo e/o vigilanza sull’operato del

proprietario o colpevoli errori nell’assunzione delle decisioni in

materia di manutenzione, gestione della strada medesima (cfr.

ancora Cass. n. 22839 del 2017, cit.; v. anche Cass. 22/10/2014,

n. 22330).

7. Proprio in tale ultima corretta prospettiva si muove il secondo

motivo di ricorso, il quale merita accoglimento.

Come s’e’ appena detto e come questa Corte ha gia’ piu’ volte

affermato, l’amministrazione comunale e’ tenuta a garantire la

circolazione dei veicoli e dei pedoni in condizioni di sicurezza:

ed a tale obbligo l’ente proprietario della strada viene meno non

solo quando non provvede alla manutenzione di quest’ultima, ma

anche quando il danno sia derivato dal difetto di manutenzione di

aree limitrofe alla strada, atteso che e’ comunque obbligo

dell’ente verificare che lo stato dei luoghi consenta la

circolazione dei veicoli e dei pedoni in totale sicurezza (Cass.

11/11/2011, n. 23362, Rv. 620314; Cass. 07/02/2017, n. 3216).

Infatti il Comune il quale consenta alla collettivita’

l’utilizzazione, per pubblico transito, di un’area di proprieta’

privata, si assume l’obbligo di accertare che la manutenzione

dell’area e dei relativi manufatti non sia trascurata. Ne consegue

che l’inosservanza di tale dovere di sorveglianza, che costituisce

un obbligo primario della P.A., per il principio del neminem

laedere, integra gli estremi della colpa e determina la

responsabilita’ per il danno cagionato all’utente dell’area, non

rilevando che l’obbligo della manutenzione incomba sul

proprietario dell’area medesima (Cass. 04/01/2010, n. 7, Rv.

610958; Cass. n. 3216 del 2017, Rv. 642752).

Nel caso di specie la Corte d’appello richiama espressamente il

suesposto principio ma esclude che, in concreto, possa ascriversi

al Comune alcuna colpa per omessa sorveglianza, in mancanza di

alcuna segnalazione agli uffici comunali del carattere insidioso,

per i pedoni, dello sportellino esistente sulla grata metallica

collocata sul marciapiede di proprieta’ privata e considerato che

il carattere pericoloso del citato sportellino non poteva

desumersi da un “mero esame visivo dello stato dei luoghi”.

La ricorrente lamenta sul punto l’adozione di un erroneo parametro

di diligenza, rilevando che quella richiesta all’ente

nell’adempimento dell’obbligo di vigilanza e controllo su di esso

gravante non e’ la semplice diligenza del buon padre di famiglia,

bensi’ quella del soggetto professionale in grado di effettuare il

“controllo tecnico dell’efficienza delle strade e relative

pertinenze”, richiesto dall’articolo 14 C.d.S..

La doglianza e’ fondata.

La colpa civile, di cui all’articolo 2043 c.c., consiste nella

deviazione da una regola di condotta. “Regola di condotta” e’ non

soltanto la norma giuridica, ma anche qualsiasi doverosa cautela

concretamente esigibile dal danneggiante.

Stabilire se questi abbia o meno violato norme giuridiche o di

comune prudenza e’ accertamento che va compiuto alla stregua

dell’articolo 1176 c.c., comparando la condotta concretamente

tenuta dal preteso responsabile, con quella che un soggetto delle

medesime qualita’ e condizioni avrebbe tenuto, nelle stesse

circostanze di tempo e luogo.

Orbene, l’ente proprietario della strada aperta al pubblico

transito e’ obbligato, come detto, a garantire la sicurezza della

circolazione (articolo 14 C.d.S.) e ad adottare i provvedimenti

necessari ai fini della sicurezza del traffico sulle strade

(Decreto Legislativo 26 febbraio 1994, n. 143, articolo 2).

Da queste previsioni – se, come pure s’e’ ripetuto, non discende

certo, l’obbligo del Comune di provvedere esso stesso direttamente

alla manutenzione dei fondi privati – discende, pero’, l’obbligo

di: a) segnalare ai proprietari di essi le situazioni di pericolo

suscettibili di recare pregiudizio agli utenti della strada; b)

adottare i presidi necessari ad eliminare i fattori di rischio

conosciuti o conoscibili con un attento e doveroso monitoraggio

del territorio; c) come extrema ratio, permanendo l’eventuale

negligenza dei proprietari dei fondi finitimi nel rimuovere le

situazioni di pericolo, chiudere la strada al traffico (v. Cass.

n. 22330 del 2014 cit.; v. anche Cass. 11/11/2011, n. 23562, Rv.

620514).

L’adempimento di un siffatto obbligo, considerata anche la

finalita’ cui esso e’ preposto (assicurare la sicurezza della

circolazione di veicoli e pedoni), richiede un comportamento piu’

attivo e attento di quello postulato dai giudici a quibus (secondo

cui, in buona sostanza, un intervento del Comune nei sensi

predetti avrebbe potuto considerarsi esigibile solo ove l’insidia

fosse stata segnalata da alcuno agli uffici comunali o fosse

percepibile ad un “mero esame visivo” dei luoghi) e con esso

l’adozione di una diligenza rapportata ai mezzi e alle

possibilita’ di monitoraggio dell’amministrazione comunale,

apparendo di contro evidente che la decisione di merito adotta a

parametro la stessa diligenza pretendibile dall’utente della

strada (con il conseguente paradosso, peraltro, che il presupposto

da essa richiesto per il sorgere della responsabilita’ dell’ente,

ossia la visibilita’ dell’insidia, la escluderebbe al contempo per

l’assorbente addebito di negligenza ascrivibile al danneggiato).

8. E’ infine inammissibile, e comunque infondato, il quarto

motivo. La Corte d’appello ha tratto il convincimento secondo cui

il tratto di marciapiede in questione sia compreso nell’immobile e

nell’area sovrastante alienati da (OMISSIS) S.r.l. ad (OMISSIS)

S.p.A. dall’esame dell’atto pubblico di compravendita e dei

relativi allegati (stralcio topografico comprensivo anche di uno

stralcio catastale, particolare del fabbricato in scala 1:500 e

pianta in scala 1:100); ha al riguardo rilevato che “da tali

elaborati grafici si desume chiaramente che l’immobile venduto,

sito al piano interrato, sporge per circa metri 1,50 dalla sagoma

del fabbricato sovrastante, occupando l’intera area sovrastante

tratteggiata come marciapiede lungo la via (OMISSIS)”.

A tali dati ha affiancato gli elementi di valutazione desumibili

dalle dichiarazioni del teste (OMISSIS) il quale ha dichiarato

che, secondo quanto dallo stesso visionato direttamente sui

luoghi, “la griglia sulla quale (l’attrice, n.d.r.) e’ caduta da’

accesso alla sottostante cabina elettrica a servizio del

condominio”.

Si desume da cio’ che il convincimento conseguentemente espresso

circa la titolarita’ dell’area in capo a (OMISSIS) S.p.A. trova in

realta’ fondamento su distinti elementi di prova, richiamati in

quanto convergenti, ma tuttavia autonomi e non interdipendenti,

donde l’inammissibilita’ della censura in quanto riferita ad uno

solo di essi (la prova testimoniale), la cui eliminazione dal

percorso argomentativo non priverebbe comunque la decisione sul

punto di adeguato supporto motivazionale.

La censura e’ comunque da considerarsi anche infondata, non

potendo considerarsi pertinentemente richiamati i limiti legali in

tema di prova dei contratti traslativi della proprieta’ di

immobili.

Questi infatti, per pacifico indirizzo, valgono solo nell’ipotesi

in cui il negozio sia invocato come fonte di diritti e

obbligazioni fra le parti contraenti o dai loro eredi o aventi

causa; non operano, invece, nel caso in cui il negozio sia dedotto

dal o nei confronti del terzo come semplice fatto storico

influente sulla decisione della causa (v. ex multis Cass.

23/12/2010, n. 26003; Cass. 26/09/2005, n. 18779; Cass.

10/04/2003, n. 5673).

Occorre peraltro rammentare che la prova testimoniale e’ comunque

ammessa ogniqualvolta si tratti di chiarire la volonta’ dei

contraenti con la portata oggettiva delle diverse clausole

contrattuali (Cass. 19/08/1996, n. 7635; Cass. 09/02/1987, n.

1337), che e’ proprio il rilievo che, alla stregua di quanto sopra

evidenziato, la Corte ha inteso attribuire sul punto alle

dichiarazioni del teste.

9. In accoglimento dunque del (solo) secondo motivo, la sentenza

impugnata va cassata, con rinvio al giudice a quo, in diversa

composizione, al quale va anche demandato il regolamento delle

spese del presente giudizio di legittimita’ nei rapporti tra la

ricorrente e il Comune di Otranto.

Il rigetto del quarto motivo determina invece la definizione della

distinta e autonoma controversia tra la ricorrente medesima e la

(OMISSIS) S.r.l., dovendosi per essa dunque provvedere al

regolamento delle spese sostenute per il presente giudizio, come

da dispositivo.

P.Q.M.

accoglie il secondo motivo di ricorso; rigetta i rimanenti; cassa

la sentenza in relazione al motivo accolto; rinvia alla Corte di

appello di Lecce in diversa composizione, cui demanda di

provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimita’.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali in

favore della controricorrente (OMISSIS) S.r.l., liquidate in Euro

3.000 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del

15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli

accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 18 gennaio 2018

Depositato in Cancelleria il 14 marzo 2018

avverso la sentenza della Corte d’appello di Lecce, n. 609/15

depositata l’8 settembre 2015.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI