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Lo sai che? Protestare contro l’azienda: quali rischi?

Lo sai che? Pubblicato il 14 maggio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 14 maggio 2018

Contestare l’operato dell’azienda non è causa di licenziamento se le frasi non sono offensive.

Hai avuto uno sfogo contro i tuoi superiori: hai inviato loro una email in cui hai messo insieme tutta una serie di contestazioni maturate nel corso degli ultimi mesi. Hai, ad esempio, contestato i criteri di ripartizione dei turni notturni, a tuo avviso volti ad agevolare alcuni colleghi ai danni di altri; hai ricordato che, nelle ultime settimane, ti sono state assegnate mansioni di grado inferiore rispetto a quelle che ti spettano per contratto e che, in altri casi, hai sostituito colleghi di grado superiore al tuo, con ciò evidenziato la contraddizione delle scelte aziendali. In più hai fatto notare una serie di altre mancanze nei tuoi confronti. Il tono era chiaramente polemico ed aspro, ma mai hai mancato di rispetto usando frasi sconvenienti o poco appropriate. Certo, nascondere la rabbia e l’amarezza era impossibile. Ed è proprio per questo che ora temi ripercussioni sotto il profilo disciplinare. Così ti chiedi quali rischi ci sono nel protestare contro l’azienda. A chiarire la questione è stata una sentenza della Cassazione pubblicata questa mattina [1]. Ecco cosa è stato detto in questa occasione.

Non perché il dipendente è tenuto al dovere di obbedienza e di fedeltà nei confronti del datore di lavoro deve subire limitazioni al diritto di critica che, invece, gli è riconosciuto dalla Costituzione. È quindi consentito manifestare le proprie rimostranze contro il datore di lavoro, sia per email che a voce, anche se ciò si consuma in un evidente e plateale sfogo, a patto che non si utilizzino termini offensivi o – peggio – minacciosi.

Nel caso di specie la Cassazione ha annullato il licenziamento inflitto a una dipendente per aver scritto al proprio capo elencandogli, dal primo all’ultimo, tutti i problemi e i soprusi subìti sul lavoro. Il clima di tensione in azienda può giustificare un tono seccato e amaro che non per questo deve essere considerato illecito.

Nello specifico, i Giudici hanno osservato che la lavoratrice «si era limitata – senza utilizzare termini offensivi o, comunque, inappropriati – a fare delle rimostranze relative alla propria posizione lavorativa», e aggiungono che «le modalità utilizzate erano coerenti con la situazione di tensione» vissuta dalla donna e frutto anche di un «precedente contenzioso con la società», contenzioso conclusosi con la condanna dell’azienda a «riassegnare alla lavoratrice le mansioni corrispondenti all’inquadramento» e a versarle «somme a titolo di maggiori retribuzioni» e «il risarcimento dei danni connessi alla dedotta dequalificazione».

Decisivo è il fatto che, secondo i Giudici, «l’invio dei messaggi di posta elettronica» non ha procurato «un pregiudizio al decoro o all’immagine dell’azienda».

La contrapposizione con un’altra sentenza, emessa dalla Cassazione qualche giorno fa [2], ci dà maggiormente l’idea di quale sia il giusto comportamento da tenere con i propri capi. Nel secondo caso analizzato dai giudici supremi è stato invece ritenuto legittimo il licenziamento di un dipendente che aveva etichettato i superiori come «banditi», un termine ritenuto sufficientemente offensivo, tale da integrare il reato di diffamazione. È chiaro che qui il diritto di critica trasborda nell’invettiva sulla persona e poco ha a che fare con i fatti concreti e, quindi, con il diritto di critica circa determinati comportamenti. Né è possibile, conclude la Corte, richiamare lo stato di provocazione del dipendente per essere stato istigato dal datore di lavoro per aver indetto un’assemblea sindacale volta a decidere la possibilità di eventuali licenziamenti.

note

[1] Cass. ord. n. 11645/18 del 14.05.2018.

[2] Cass. sent. n. 21133/18 dell’11.05.2018.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 30 gennaio – 14 maggio 2018, n. 16645

Presidente Bronzini – Relatore Pagetta

Rilevato

1. che la Corte d’appello di Roma ha confermato la decisione di primo grado che, in accoglimento della domanda proposta da Ma. Ga. La., aveva dichiarato la illegittimità del licenziamento intimato alla detta lavoratrice con lettera del 18.1.2010 da Telecom Italia s.p.a. e applicato la tutela di cui all’art. 18 Legge n. 20/05/1970 n. 300 ,nel testo all’epoca vigente ;

1.1. che il giudice di appello, premesso che nel caso di specie l’addebito concerneva, tra l’altro, il contenuto di alcuni messaggi di posta elettronica inviati dalla lavoratrice ai propri superiori, contenuto che si assumeva offensivo e denigratorio per la società datrice, evidenziato che con la propria impugnazione Telecom Italia s.p.a., nel dedurre la legittimità del licenziamento, aveva fatto riferimento solo al contenuto di detti messaggi senza, invece, insistere sulla recidiva e sulla mancata presentazione della La. alla convocazione da parte di un dirigente, in dichiarata adesione ai principi espressi dalla giurisprudenza di legittimità in tema di esercizio del diritto di critica (Cass. 22/10/1998 n. 10511), ha ritenuto che nel caso di specie la La. si era limitata – tra l’altro senza utilizzare termini offensivi o comunque inappropriati – a fare delle rimostranze relative alla propria posizione lavorativa e che le modalità utilizzate erano coerenti con la situazione di tensione individuale scaturente anche da precedente contenzioso con la società in esito al quale era stata emessa sentenza del Tribunale d Roma di accertamento del diritto della La. ad essere inquadrata a decorrere dal 1.5. 1995 nel 6. livello c.c.n.l. e, per l’effetto, Telecom Italia s.p.a. condannata a riassegnare alla lavoratrici mansioni corrispondenti all’inquadramento spettante oltre che al pagamento di somma a titolo di maggiori retribuzioni dovute oltre accessori e al risarcimento dei danni, patrimoniali e non , connessi alla dedotta dequalificazione;

1.2. che ha, inoltre, osservato che la società datrice di lavoro non aveva dedotto, quale conseguenza dell’invio dei messaggi di posta elettronica, la specifica esistenza di un pregiudizio al decoro o all’immagine dell’azienda; tanto meno aveva allegato in maniera puntuale la natura e l’entità del preteso inadempimento di controparte;

2. che per la cassazione della decisione ha proposto ricorso Telecom Italia s.p.a. sulla base di un unico articolato motivo al quale la parte intimata ha resistito con tempestivo controricorso ;

2.1. che il PG non ha depositato requisitoria scritta;

2.2. che Telecom Italia s.p.a. ha depositato memoria ai sensi dell’art. 380 bis cod. proc. civ.

Considerato

1. che con l’unico motivo di ricorso la ricorrente Telecom Italia s.p.a. deduce, ai sensi dell’art. 360 comma 1, nn. 3 e 4 , cod. proc. civ. violazione dell’art. 112 cod. proc. civ. e, ai sensi dell’art. 360 comma 1 n. 5 cod. proc. civ., omessa pronunzia su un punto decisivo della controversia oggetto di discussione tra le parti, violazione dell’art. 1363, comma 2 , cod. civ. della lettera di contestazione del 19 ottobre 2009 nonché violazione dell’art. 48 c.c.n.l. del 3.12.2005 ;

1.1. che, in particolare, censura l’affermazione della sentenza impugnata secondo la quale in appello la società aveva dedotto l’assoluta illegittimità del licenziamento facendo riferimento solo al contenuto dei predetti messaggi senza insistere sulla sussistenza della recidiva e sulla mancata presentazione ad una convocazione da parte di un dirigente ;

1.2. che assume, inoltre, che delle condotte prese in considerazioni sarebbero state omesse alcune di cui alla lettera di contestazione;

2. che il motivo con il quale si denunzia violazione dell’art. 112 cod. proc. civ., censurando la decisione per avere ritenuto che in appello la società non aveva insistito su alcune delle condotte contestate quali la recidiva e la mancata presentazione alla convocazione disposta da un superiore, è inammissibile in quanto non sorretto dalla completa esposizione del fatto processuale;

2.1. che secondo la giurisprudenza di questa Corte, affinché possa utilmente dedursi in sede di legittimità un vizio di omessa pronunzia, ai sensi dell’art. 112 cod. proc. civ., è necessario, da un lato, che al giudice del merito siano state rivolte una domanda od un’eccezione autonomamente apprezzabili, ritualmente ed inequivocabilmente formulate, per le quali quella pronunzia si sia resa necessaria ed ineludibile, e, dall’altro, che tali istanze siano riportate puntualmente, nei loro esatti termini e non genericamente ovvero per riassunto del loro contenuto, nel ricorso per cassazione, con l’indicazione specifica, altresì, dell’atto difensivo e/o del verbale di udienza nei quali l’una o l’altra erano state proposte, onde consentire al giudice di verificarne, “in primis”, la ritualità e la tempestività ed, in secondo luogo, la decisività delle questioni prospettatevi. Ove, quindi, si deduca la violazione, nel giudizio di merito, del citato art. 112 cod. proc. civ., riconducibile alla prospettazione di un’ipotesi di “error in procedendo” per il quale la Corte di cassazione è giudice anche del “fatto processuale”, detto vizio, non essendo rilevabile d’ufficio, comporta pur sempre che il potere-dovere del giudice di legittimità di esaminare direttamente gli atti processuali sia condizionato, a pena di inammissibilità, all’adempimento da parte del ricorrente -per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione che non consente, tra l’altro, il rinvio “per relationem” agli atti della fase di merito – dell’onere di indicarli compiutamente, non essendo legittimato il suddetto giudice a procedere ad una loro autonoma ricerca, ma solo ad una verifica degli stessi ( Cass. 08/06/ 2016 n. 11738; Cass. 04/07/2014 n. 15367);

2.2. che parte ricorrente non ha articolato la censura in esame con modalità coerenti con tali prescrizioni in quanto si è limitata alla riproduzione di alcune frasi, peraltro estrapolate dal contesto di riferimento, inidonee a dare contezza della violazione ascritta alla Corte di merito;

2.3. che è destituito di fondamento l’ulteriore assunto di parte ricorrente secondo il quale la sentenza impugnata avrebbe preso in considerazione solo la prima mail con la quale la La. si lamentava delle mansioni ripetitive svolte ignorandone altre, in quanto la sentenza impugnata ha espressamente fatto riferimento all’insieme dei messaggi di posta elettronica di cui alla lettera di contestazione ( v. pagina 4 sentenza, in fine) ed al complesso degli stessi, pur soffermandosi su alcuni in particolare, ha riferito la propria valutazione di illegittimità del licenziamento;

2.4. che il motivo con il quale si deduce violazione dell’art. 48 del c.c.n.l non è corredato dalla indicazione di dati idonei al reperimento del contratto nelle fasi di merito, come, invece, prescritto al fine della ammissibilità della censura (Cass. Sez. Un. 03/11/2011 n. 22726); inoltre, parte ricorrente, in violazione dell’obbligo di cui all’art. 369 n. 4 cod. proc. civ.. non ha allegato la avvenuta produzione del testo integrale del contratto collettivo in oggetto, come richiesto a pena di improcedibilità dall’art. 369, comma 2 n. 4, cod. proc. civ. (Cass. 04/03/2015 n. 4350; Cass. Sez. Un. 07/11/2013 n. 25038);

2.5. che, pertanto, in base alle considerazioni che precedono il ricorso deve essere respinto;

3. che le spese del giudizio sono liquidate secondo il criterio della soccombenza;

4. che la circostanza che il ricorso sia stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013 impone di dar atto dell’applicabilità dell’art. 13, comma 1 quater, D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, nel testo introdotto dall’art. 1, comma 17, legge 24 dicembre 2012, n. 228.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese di lite che liquida in Euro 5.000,00 per compensi professionali, Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15% e accessori come per legge. Con distrazione in favore dell’Avv. Pier Luigi Panici, antistatario.

Ai sensi dell’art. 13, co. 1 quater, del D.P.R. n. 115 del 2002 dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.


Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 9 marzo – 11 maggio 2018, n. 21133

Presidente Pezzullo – Relatore Riccardi

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza emessa il 02/12/2016 il Tribunale di Cosenza ha confermato la sentenza del Giudice di Pace di San Marco Argentano, che aveva affermato la responsabilità penale di I.F. per il reato di cui all’art. 595 cod. pen., per avere, nel corso di un’assemblea sindacale presso la residenza sanitaria “(OMISSIS) “, comunicando con il direttore sanitario e con i dipendenti, offeso la reputazione di P.C. e Po.Ma.Ma. , profferendo l’espressione “Su Catanzaro ci sono gli imprenditori che sono dei banditi e Po. e P. fanno parte di questa categoria”.

2. Avverso tale sentenza ricorre per cassazione il difensore di I.F. , Avv. Francesco Diacovo, deducendo i seguenti motivi.

2.1. Vizio di motivazione in relazione al dolo della diffamazione: lamenta che il dolo sia stato desunto solo dal termine “banditi” adoperato, ma che non ricorre un intento diffamatorio, anche per la genericità dello stesso.

2.2. Vizio di motivazione in relazione all’omesso riconoscimento dell’esimente della provocazione: lamenta che la sentenza ha escluso l’esimente, ritenendo non essere emersi elementi a fondamento, senza considerare che la provocazione sarebbe individuabile nell’annuncio, da parte dei datori di lavori, del licenziamento di alcuni lavoratori; la sentenza non avrebbe considerato che il termine è stato appunto adoperato nel corso dell’assemblea sindacale indetta proprio per discutere le azioni da porre in essere, ed in un contesto territoriale e sociale afflitto da una gravissima crisi economica.

2.3. Vizio di motivazione: la sentenza avrebbe travisato le argomentazioni proposte con riferimento all’esimente della provocazione, sostenendo che riconoscerla equivarrebbe ad affermare che ogni volta che i lavoratori invocano ed esercitano i diritti sindacali ci sarebbe a monte una provocazione del datore di lavoro; la provocazione, tuttavia, non consisterebbe nella convocazione dell’assemblea sindacale, ma “nel fatto che la posizione datoriale aveva intenzione di licenziare alcune figure di lavoratori”.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile.

1.1. Il primo motivo è manifestamente infondato.

In tema di diffamazione, ai fini della sussistenza dell’elemento soggettivo del delitto di diffamazione, non si richiede che sussista l’”animus iniurandi vel diffamandi”, essendo sufficiente il dolo generico, che può anche assumere la forma del dolo eventuale, in quanto è sufficiente che l’agente, consapevolmente, faccia uso di parole ed espressioni socialmente interpretabili come offensive, ossia adoperate in base al significato che esse vengono oggettivamente ad assumere, senza un diretto riferimento alle intenzioni dell’agente (Sez. 5, n. 4364 del 12/12/2012, dep. 2013, Arcadi, Rv. 254390; Sez. 5, n. 8419 del 16/10/2013, dep. 2014, Verratti, Rv. 258943).

Tanto premesso, la sentenza impugnata ha correttamente applicato il principio di diritto richiamato, evidenziando la necessità della sola consapevolezza di adoperare espressioni offensive e l’irrilevanza delle intenzioni dell’agente, e, al fine di escludere qualsiasi profilo di inconsapevolezza, sottolineando il significato univocamente offensivo del termine adoperato (“banditi”).

1.2. Il secondo ed il terzo motivo, concernenti il mancato riconoscimento dell’esimente della provocazione, sono manifestamente infondati.

La sentenza impugnata, infatti, ha escluso la sussistenza dell’esimente della provocazione, sostenendo che l’intento del datore di lavoro di procedere al licenziamento di alcuni dipendenti della clinica, che aveva determinato l’indizione dell’assemblea sindacale nel corso della quale l’imputato aveva adoperato le espressioni diffamatorie accertate, non potesse integrare un “fatto ingiusto”, ed aggiungendo, altresì, che non risultava neppure che gli imprenditori P. e Po. fossero i datori di lavoro destinatari delle rivendicazioni sindacali all’ordine del giorno dell’assemblea.

Al riguardo, la giurisprudenza di questa Corte ha costantemente ribadito che il comportamento provocatorio, di cui alla causa di non punibilità prevista dall’”art. 599, comma 2, cod. pen., anche quando non integra gli estremi di un illecito codificato, deve essere contrario alla civile convivenza secondo una valutazione oggettiva e non in ragione della percezione negativa che del medesimo abbia avuto l’agente (Sez. 5, n. 25421 del 18/03/2014, Marrelli, Rv. 259882), e sussiste non solo quando il fatto ingiusto altrui integra gli estremi dell’illecito civile o penale, ma anche quando esso sia lesivo di regole comunemente accettate nella civile convivenza (Sez. 5, n. 9907 del 16/12/2011, dep. 2012, Conti, Rv. 252948); non costituisce “fatto ingiusto” l’esercizio di un diritto (Sez. 5, n. 42933 del 29/09/2011, Gallina, Rv. 251535).

Tanto premesso, l’intenzione del datore di lavoro di procedere al licenziamento di uno o più lavoratori, lungi dall’integrare un illecito civile o penale, o un fatto contrario alla civile convivenza, rappresenta l’esercizio (peraltro allo stadio della mera ideazione) di un diritto, che, dunque, non può essere in alcun modo suscettibile di integrare un “fatto ingiusto altrui” idoneo a determinare lo stato d’ira che fonda l’esimente della provocazione.

2. Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue la condanna al pagamento delle spese processuali e la corresponsione di una somma di denaro in favore della cassa delle ammende, somma che si ritiene equo determinare in Euro 2.000,00.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.


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