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Lo sai che? Come segnalare un abuso su Facebook e bloccare un profilo

Lo sai che? Pubblicato il 16 maggio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 16 maggio 2018

Possibile il sequestro della pagina Facebook da parte del magistrato: il social network non è un giornale e non gode delle garanzie costituzionali.

Una persona ha pubblicato, sul proprio profilo Facebook, alcune frasi e foto altamente offensive nei tuoi riguardi. Cosa fai? La tua speranza è che il contenuto venga cancellato al più presto, ma perché ciò avvenga devi ottenere la collaborazione del colpevole (cosa tutt’altro che facile) oppure rivolgersi al tribunale. Il tribunale può – ed è qui la grande novità affermata da una sentenza della Cassazione pubblicata ieri [1] – oscurare la pagina del colpevole. Possibile? Sì: il sequestro preventivo è infatti vietato solo per i giornali e tali non sono di certo i social. Ma procediamo con ordine e vediamo come segnalare un abuso su Facebook e bloccare un profilo.

Cancellazione dei profili Fake

Avviene spesso che malintenzionati si approprino delle foto e delle generalità di altre persone per creare profili falsi (fake). Di solito questi profili, se non generati allo scopo preciso di infangare la reputazione della vittima (è successo spesso ai danni dei professori dei licei o delle università), servono per diffondere pubblicità e guadagnare. Si prendono, infatti, le foto di giovani ed avvenenti ragazze e si inviano centinaia di richieste di amicizie. Chi le accetta vedrà poi, sulla propria timeline, post “sponsorizzati”. Proprio per evitare queste forme speculative – che fuoriescono dal business sposato da Facebook – l’azienda californiana ha fatto sapere di aver disattivato, nel primo trimestre dell’anno, circa 583 milioni di profili falsi e 837 milioni di contenuti spam.

Puoi segnalare un profilo falso, che sfrutta i tuoi dati, puoi inviare una mail ad abuse@facebook.com oppure puoi seguire questa procedura. Accendi al profilo che desideri segnalare. In basso a destra, nell’immagine di copertina, clicca sul quadratino con tre puntini all’interno e seleziona “Segnala”. Segui le istruzioni visualizzate sullo schermo.

Cancellare foto e post offensivi

Vediamo ora come difendersi in caso di diffamazione su Facebook. Anche in questo caso la prima cosa è inviare subito una segnalazione a Facebook stesso. Ci sono tanti modi per farlo a seconda che l’abuso sia costituito da un post, da un profilo (ad esempio che sfrutta il tuo nome o la tua immagine), da un commento sul tuo diario, da messaggi in chat privata, ecc. Puoi inviare una mail ad abuse@facebook.com oppure effettuare la segnalazione dalla piattaforma. In questo secondo caso, devi usare il link visualizzato accanto ai singoli contenuti. Ecco come fare. Clicca sulla freccetta che punta verso il basso posta a destra del post; poi clicca su “Segnala” post o “Segnala foto”; infine seleziona l’opzione che descrive meglio il problema e segui le istruzioni visualizzate sullo schermo. Ma se Facebook non dovesse darti riscontro, perché secondo lui non ci sono offese (tieni conto che spesso la normativa americana è diversa da quella italiana e il social network non è così rigoroso nelle restrizioni), non ti resta che andare dal giudice. O meglio, dovrai prima sporgere una querela.

A questo punto ti consiglio di leggere la nostra guida Diffamazione su Facebook: come difendersi e con quali prove.

La querela contro i post offensivi

Per sporgere querela contro un post offensivo e diffamatorio devi recarti alla polizia postale. Lì puoi presentare una stampa del contenuto offensivo. Il poliziotto procederà a redigere la querela per conto tuo. Non hai necessità di farti accompagnare da un avvocato. Prima agisci, meglio è.

Il colpevole potrebbe venire a sapere delle tue intenzioni bellicose e cancellare il contenuto. In tal caso, potresti aver raggiunto il risultato e disinteressarti del conseguente procedimento penale, oppure potresti voler proseguire l’azione per ottenere il risarcimento del danno; ma ti mancheranno le prove dell’illecito. Prove a cui puoi supplire non certo con la stampa della schermata, che di per sé è una riproduzione meccanica facilmente falsificabile e quindi lascia il tempo che trova. Alcuni fanno autenticare la stampa da un notaio, così raggiungendo il grado di “prova certa”. Altri invece riprendono il video con il cellulare e fanno in modo che dal filmato appaia la data del giorno in questione (magari visualizzando il giornale della mattina). Altri ancora chiamano degli amici come testimoni del fattaccio.

Il processo penale per bloccare il profilo Facebook

I processi, si sa, durano un’eternità e nel frattempo il danno prodotto da un post o una foto offensiva possono essere deleteri. Ecco perché il giudice ha il potere di bloccare il profilo Facebook. È questa la grossa novità chiarita dalla Cassazione l’altro giorno. Se anche è vero che la Costituzione vieta il sequestro della stampa, non si può paragonare un profilo Facebook con un giornale, neanche quello online: su social network e blog ognuno può esprimere il proprio pensiero, suscitando le reazioni dei frequentatori del mondo virtuale. Pertanto, meglio fare attenzione ai propri sfoghi online. Si rischia non solo di finire sotto processo, ma anche di vedere ‘cancellata’ la propria presenza sul web. In particolare il giudice può emettere un provvedimento ordinare a Facebook l’oscuramento dei profili sul social network da cui è partita la diffamazione, rendendoli cioè inaccessibili sia ai titolari che a tutti gli altri utenti.

Per la Cassazione non si può mettere in dubbio «la legittimità del sequestro preventivo di una pagina telematica» in quanto «l’equiparazione dei dati informatici alle cose in senso giuridico consente di inibire la disponibilità delle informazioni in rete e di impedire la protrazione delle conseguenze dannose del reato».  

Impossibile, poi, paragonare le forme di comunicazione telematica con la stampa vera e propria. In sostanza, «anche i blog e i social network sono espressione del diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero», ma, spiegano i magistrati, «non possono godere delle garanzie costituzionali in tema di sequestro della stampa (anche nella forma on line), poiché rientrano nei generici siti internet che non sono soggetti agli obblighi ed alle garanzie previste dalla normativa sulla stampa». Infatti, conclude la Cassazione, «è evidente che un quotidiano o un periodico telematico, strutturato come un vero e proprio giornale tradizionale, con una sua organizzazione redazionale e un direttore responsabile non può certo paragonarsi a uno qualunque dei siti web innanzi citati, in cui chiunque può inserire dei contenuti, ma assume una sua peculiare connotazione, funzionalmente coincidente con quella del giornale tradizionale, sicché appare incongruo, sul piano della ragionevolezza, ritenere che non soggiaccia alla stessa disciplina prevista per quest’ultimo». 

note

[1] Cass. sent. n. 21521/2018 del 15.05.2018.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 13 dicembre 2017 – 15 maggio 2018, n. 21521

Presidente Lapalorcia – Relatore De Gregorio

Ritenuto in fatto

Con l’ordinanza impugnata il Tribunale del riesame di Grosseto ha confermato il provvedimento di sequestro preventivo tramite oscuramento delle pagine Facebook attribuite agli indagati/ricorrenti per il delitto di cui all’art 595 cp, per aver ripetutamente offeso la reputazione di più persone.

1. Avverso la decisione ha proposto ricorso con unico atto la difesa, che, col primo motivo, ha lamentato la violazione dell’art 321 cpp e la mancanza di motivazione. Ha sostenuto il ricorrente che il sequestro preventivo sarebbe emanabile solo in caso di previsione della sua potenziale conferma all’esito del giudizio di merito mentre nel caso in esame non sarebbe mai possibile la confisca, derivandone l’illegittimità del provvedimento.

1.1 Col secondo motivo ha dedotto la violazione degli artt. 3 e21 Costituzione, in quanto li sequestro configurerebbe una vera e propria lesione del diritto di libera manifestazione del pensiero, come lo stesso Tribunale aveva riconosciuto, aggiungendo, però, che le pagine web non godono della stessa tutela della testata giornalistica on line ed il diverso trattamento in relazione alla possibilità di provvedimenti di sequestro integrerebbe una violazione dei principio di uguaglianza.

All’odierna udienza il PG, dr Li., ha concluso come in epigrafe.

Considerato in diritto

I ricorsi sono inammissibili.

1. Deve precisarsi “in fatto” che il provvedimento di sequestro di cui discute ha riguardato le pagine Facebook attraverso le quali i due ricorrenti avevano pubblicati messaggi o video o commenti dal contenuto reputato offensivo per le persone offese e che il Giudice per le indagini preliminari ne aveva ordinato il sequestro preventivo in relazione all’ipotizzato delitto di diffamazione, tramite l’oscuramento, prescrivendo al fornitore del servizio di renderle inaccessibili agli utenti.

1.1 Le doglianze esposte in ricorso si limitano a confutare genericamente – ma con un rapido cenno all’originale tesi per la quale il sequestro preventivo sarebbe adottabile solo nei caso in cui si possa prevedere la sua potenziale conferma a seguito del giudizio – il consolidato orientamento in proposito maturato dalla giurisprudenza di questa Corte. Da tempo, infatti è stata ritenuta la legittimità, nel rispetto del principio di proporzionalità, del sequestro preventivo di un sito web o di una pagina telematica, nei ricorrere dei presupposti del “fumus commissi delicti” e del “periculum in mora”, tramite l’imposizione al fornitore dei servizi internet, anche in via d’urgenza, dell’oscuramento di una risorsa elettronica o l’impedimento dell’accesso agli utenti ai sensi degli artt. 14, 15 e 16 del D.Lgs. 9 aprile 2003, n. 70, in quanto la equiparazione dei dati informatici aite cose in senso giuridico consente di inibire la disponibilità delle informazioni in rete e di impedire la protrazione delle conseguenze dannose del reato. Da ultimo Sez. U, Sentenza n. 31022 del 29/01/2015 Cc. (dep. 17/07/2015 ) Rv. 264089.

2. Per venire al secondo motivo di ricorso è evidente che le forme di comunicazione telematica come i blog, i social network come Facebook,le mailing list, le newsletters, sono espressione del diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero garantito dall’art 21 della Costituzione ma non possono godere delle garanzie costituzionali in tema di sequestro della stampa, anche nella forma on line, poiché rientrano nei generici siti internet che non sono soggetti agli obblighi ed alle garanzie previste dalla normativa sulla stampa. In essi, infatti, chiunque può esprimere il proprio pensiero su ogni argomento, suscitando opinioni e commenti da parte dei frequentatori del mondo virtuale.

2.1 E’ agevole rispondere alla perplessità circa la prospettata diseguaglianza di trattamento tra siti web e testate giornalistiche on-line presente nel ricorso, semplicemente osservando che le situazione disciplinate diversamente sono tra loro molto diverse. Infatti, e evidente che un quotidiano o un periodico telematico, strutturato come un vero e proprio giornale tradizionale, con una sua organizzazione redazionale e un direttore responsabile non può certo paragonarsi a uno qualunque dei siti web innanzi citati, in cui chiunque può inserire dei contenuti, ma assume una sua peculiare connotazione, funzionalmente coincidente con quella dei giornale tradizionale, sicché appare incongruo, sul piano della ragionevolezza, ritenere che non soggiaccia alla stessa disciplina prevista per quest’ultimo. Così in motivazione la sentenza SU citata, Fa. ed altri.

Aita luce delle considerazioni che precedono i ricorsi devono essere dichiarati inammissibili ed i ricorrenti condannati ciascuno al pagamento delle spese processuali ed al versamento di Euro 2000 in favore della cassa delle ammende.

Ai sensi dell’art 52 D.Lgs. 196/2003, va disposto l’oscuramento delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti in caso di diffusione dei presente provvedimento.

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna ciascun ricorrente al pagamento delle spese processuali ed ai versamento di Euro 2000 in favore della cassa delle ammende. Dispone l’oscuramento delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti in caso di diffusione del presente provvedimento.


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