Diritto e Fisco | Editoriale

Danno da emotrasfusione: a chi spetta l’indennizzo?


> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 giugno 2018



La Cassazione stabilisce chi ha diritto al risarcimento per trasfusioni sbagliate o infette: non gli eredi ma chi resta privo del sostentamento.

Pare assurdo pensare che l’uomo sia in grado di arrivare sulla Luna ma non riesca ad evitare scientificamente un errore tanto banale quanto tragico come quello di sbagliare una trasfusione di sangue o di materiale ematico. Somministrare del sangue infetto o di un gruppo sanguigno non compatibile può avere delle conseguenze letali ma, purtroppo, sviste come queste succedono ancora. La responsabilità, come stabilito dalla Corte d’Appello di Roma [1], è del Ministero della Salute, che ha il compito di controllare e di vigilare la pratica terapeutica della trasfusione di sangue e dell’uso degli emoderivati. Ma chi ha diritto a chiedere un risarcimento? Secondo la Cassazione [2] per un danno da emotrasfusione l’indennizzo spetta solo ai familiari a carico della vittima.

Di cause vinte contro il Ministero della Salute per questo motivo ce ne sono state diverse, come si può vedere in questo nostro articolo. Ma quello che il pronunciamento in commento della Suprema Corte stabilisce non è tanto se il Ministero ha o meno la responsabilità di quanto accaduto (fatto, ormai, assodato) bensì chi può essere il destinatario dell’indennizzo per il danno da emotrasfusione. Vediamo.

Danno da emotrasfusione: chi ha diritto all’indennizzo

Dunque, secondo la Cassazione, per chiedere l’indennizzo di un danno da emotrasfusione è necessario un vincolo di convivenza o di vivenza a carico tra il richiedente e la persona deceduta per una patologia derivata da una trasfusione sbagliata. Senza questo vincolo, la sussistenza del risarcimento verrebbe meno.

Per arrivare a questa decisione, la Suprema Corte confrontato due leggi. La prima [3] stabiliva che l’indennizzo può essere richiesto da:

  • coniuge;
  • figli minorenni;
  • figli maggiorenni inabili al lavoro;
  • genitori;
  • fratelli minorenni;
  • fratelli maggiorenni inabili al lavoro.

La seconda legge, invece, successiva alla prima [4], ridefinisce i destinatari dell’assegno di indennizzo in questi termini:

  • coniuge;
  • figli;
  • genitori;
  • fratelli.

La differenza salta all’occhio: non c’è più un vincolo legato all’età o alla capacità lavorativa ma soltanto al legame di parentela per quanto riguarda i figli ed i fratelli. Il che viene interpretato come un consolidamento della tutela dei familiari a carico della vittima del danno in virtù del rapporto di convivenza: una tutela verso chi non potrà più contare sul reddito della persona deceduta a causa dell’emotrasfusione sbagliata.

Danno da emotrasfusione: perché solo i familiari a carico

Il concetto alla base della sentenza della Cassazione è quello della famiglia intesa come comunità di reciproco sostentamento, cioè l’insieme delle persone che, quotidianamente, dipendono da una di loro per sopravvivere. Non si parla in questo caso di un vincolo ereditario ma di sussistenza, cioè del vincolo che lega i membri della famiglia al reddito di uno di loro. Appare ovvio che se questa persona viene a mancare, viene meno anche il suo reddito e, quindi, la fonte di sopravvivenza dei familiari a carico.

Ecco che, appunto, la Cassazione individua in chi si può trovare in questa situazione l’unico destinatario dell’indennizzo per un danno da emotrasfusione. E, di conseguenza, stabilisce che, quando la vivenza a carico non dovesse esistere, l’indennizzo non dovrebbe essere più corrisposto.

Danno da emotrasfusione: quando ha diritto all’indennizzo la vittima

Come abbiamo visto, dunque, di fronte a un danno da emotrasfusione spetta l’indennizzo ai familiari a carico della vittima. In caso di sopravvivenza, però, anche la persona infettata ha i suoi diritti, in particolare ad un assegno periodico reversibile per 15 anni quando:

  • ha riportato, a causa di una vaccinazione obbligatoria per legge o per ordinanza dell’autorità sanitaria italiana, lesioni o malattie dalle quali sia derivata una menomazione permanente dell’integrità psico-fisica. In questo caso ha diritto anche ad un assegno una tantum pari al 30% dell’indennizzo per il periodo trascorso tra la data in cui si è manifestata la patologia e quella in cui ha ottenuto il ristoro;
  • è rimasto contagiato dal virus dell’Hiv in seguito alla somministrazione di sangue o dei suoi derivati;
  • ha riportato dei danni irreversibili da epatiti post-trasfusionali;
  • non essendo stato vaccinato, ha riportato lesioni o infermità a seguito ed in conseguenza di un contatto con persona vaccinata dalle quali sia derivata una menomazione dell’integrità psico-fisica.

L’indennizzo decorre dal primo giorno successivo a quello in cui è stata presentata la domanda.

Danno da emotrasfusione: come presentare domanda da indennizzo

I familiari a carico di chi ha subìto un danno da emotrasfusione che vogliono ottenere l’indennizzo devono presentare domanda al Ministero della Salute entro e non oltre tre anni oppure entro 10 anni nel caso di infezione da Hiv.

Il termine decorre dal momento in cui si è venuti a conoscenza del danno. Occorre allegare:

  • la data e i dati della vaccinazione o della trasfusione;
  • de conseguenze cliniche dell’emotrasfusione e l’entità delle lesioni o dell’infermità da cui è derivata la menomazione permanente o il decesso del parente.

La domanda viene valutata da una commissione medico ospedaliera che dipende dal Ministero della Salute. Il giudizio si basa sul nesso causale tra l’emotrasfusione e il danno riportato. La commissione stila un verbale che contiene il giudizio diagnostico e quello di classificazione secondo la tabella ministeriale sugli indennizzi.

Danno da emotrasfusione: come ricorrere contro il mancato indennizzo

Se i familiari a carico di chi ha avuto un danno da emotrasfusione si vedono negare l’indennizzo dalla commissione medica, è possibile presentare un ricorso in via amministrativa al Ministero della Salute entro 30 giorni dalla notifica. Nei successivi 90 giorni, il Ministero, previo parere dell’ufficio medico-legale, deve decidere e dare il relativo parere entro altri 30 giorni.

Nel caso in cui la decisione del Ministero fosse insoddisfacente, si può impugnare tale parere davanti ad un giudice ordinario entro un anno dalla comunicazione o dalla scadenza prevista per la sua ricezione.

note

[1] Corte Appello Roma sent. n. 2270/2017.

[2] Cass. sent. n. 11407/2018 dell’11.05/2018.

[3] Legge n. 210/1992.

[4] Legge n. 238/1997.

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