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Come il conto corrente salva dal fisco

16 Mag 2018


Come il conto corrente salva dal fisco

> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 Mag 2018



Si salva dal redditometro il contribuente che dimostra di avere, da oltre cinque anni, una giacenza elevata sul conto corrente.

Se è vero che il conto corrente è lo strumento privilegiato del fisco per eseguire i controlli nei confronti dei contribuenti che evadono le tasse, è anche vero però che, in alcuni casi, può essere una valvola di salvezza da un accertamento dell’Agenzia delle Entrate, almeno per chi ha le “carte in regola”. Succede tutte le volte in cui l’ufficio accerta un volume di spesa superiore alle entrate dichiarate annualmente. In questo caso il contribuente potrebbe dire che gli acquisti “di lusso” sono stati fatti con giacenze sul conto corrente risalenti a più di cinque anni fa. E questo perché, dopo tale limite di tempo, il fisco non può più investigare sulla provenienza del denaro, essendosi ormai prescritto il suo potere di controllo sulle dichiarazioni dei redditi non veritiere. A confermare come il conto corrente salva dal fisco è un’ordinanza emessa dalla Cassazione questa mattina [1]. Vediamo qual è la spiegazione.

Avrai certamente sentito parlare del Redditometro: si tratta di un software che usa l’Agenzia delle Entrate per controllare le spese dei contribuenti e verificare che esse siano compatibili coi redditi indicati nella dichiarazione dei redditi. Ciò sulla base della certezza logica e matematica che nessuno può spendere più di quanto guadagna (a meno che non riceva regali in denaro o prestiti, ma anche questi andrebbero dimostrati con carte alla mano). Se il redditometro dovesse rilevare che un soggetto ha sostenuto spese superiori al 20% dei redditi denunciati, allora scatterebbe “l’allarme rosso” e l’ufficio chiamerebbe il contribuente a fornire chiarimenti prima di inviargli l’accertamento vero e proprio. È in questa sede di confronto con l’ispettore del fisco che l’interessato potrà dimostrare da dove ha preso i soldi. E le carte da giocare si contano sulla punta delle dita: si deve trattare di redditi esentasse (ad esempio donazioni o risarcimenti) oppure già tassati alla fonte prima dell’erogazione (ad esempio giochi e scommesse).

La casistica delle giustificazioni per salvarsi dal fisco però si arricchisce quando passiamo dalla teoria alla pratica. E difatti il contribuente può sempre dire di aver ricevuto i soldi da donazioni o da sostentamenti dei familiari (in tal caso però dovrà sempre darne prova documentale, dimostrando la provenienza del denaro), di aver ottenuto un’eredità e averla conservata sul conto corrente (in tal caso dovrà fornire gli estratti conto e la dichiarazione di successione), di aver ricevuto un risarcimento del danno da un’assicurazione o dal datore di lavoro (anche qui, come in tutti gli altri casi, la prova documentale è imprescindibile) oppure di aver venduto beni usati e coi soldi ricavati (che non vanno riportati nella dichiarazione dei redditi) aver provveduto ad acquistare altri oggetti di maggior valore.

Come si inserisce, in tutto questo discorso, il conto corrente? Lo spieghiamo subito.

Di certo saprai che l’Agenzia delle Entrate può fare controlli sui conti correnti tramite uno strumento telematico che si chiama Anagrafe dei rapporti finanziari o più comunemente chiamata Anagrafe dei conti correnti. Di lì passano tutte le informazioni (fornite dalle banche stesse) su addebiti, accrediti, bonifici, prelievi, cassette di sicurezza, conto titoli, ecc. Questi controlli, compresi gli accessi in banca tramite la Guardia di Finanza, possono però estendersi a massimo cinque anni. Dopodiché il conto corrente è “salvo”. In altri termini l’Agenzia delle Entrate può sottoporre a verifica solo le movimentazioni bancarie dell’ultimo lustro. Quindi, se il contribuente presenta un estratto conto dal quale risulta che, negli ultimi cinque anni il saldo era tale da giustificare un volume di spesa più elevato di quello invece sostenibile dopo, e che proprio con tale disponibilità ha acquistato i beni di maggior valore che hanno fatto scattare il redditometro, è salvo dall’accertamento. Così, ad esempio, se risulta sul conto una disponibilità di 20mila euro e il contribuente ha acquistato un’auto non ci sarà un accertamento sulla provenienza di tale denaro, essendo ormai qualsiasi controllo “fuori termine”.

Proprio su questi aspetti si sofferma la Cassazione che ricorda: sono sufficienti i conti bancari esibiti dal contribuente a sconfessare il redditometro. La produzione di documentazione bancaria, infatti, è in grado di fornire tutte le indicazioni sull’entità dei redditi, date di movimenti e sull’eventuale addebito di assegni circolari usati per acquisti.

Chiaramente il rischio di far vedere un conto con una giacenza elevata ricevuta prima dei cinque anni crea invece un secondo problema: quello della verifica della provenienza di tale denaro. E certo, se il contribuente ha la coscienza pulita e si tratta di somme derivanti da proventi dichiarati o esenti, allora non deve temere nulla e può anche esporsi. Diversamente il rischio è quello di cadere dalla padella alla brace.

note

[1] Cass. ord. n. 12026/18 del 16.05.2018.

 

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – T, ordinanza 15 marzo – 16 maggio 2018, n. 12026

Presidente Iacobellis – Relatore Conti

Fatti e ragioni della decisione

L’Agenzia delle Entrate propone ricorso per cassazione, affidato ad un motivo, avverso la sentenza della C.T.R. Lombardia, indicata in epigrafe, che, rigettando l’appello proposto dall’ufficio, ha confermato la decisione di primo grado con la quale era stato annullato l’avviso di accertamento relativo ad Irpef, emesso a carico di B.P. per l’anno di imposta 2008, non sussistendo lo scostamento superiore al 25% del maggior reddito accertato.

La parte resiste con controricorso.

Il procedimento può essere definito con motivazione semplificata.

Con l’unico motivo di ricorso, l’Agenzia lamenta la violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38 e dell’art. 2697 c.c., per aver la C.T.R. erroneamente ritenuto assolto l’onere probatorio gravante in capo alla contribuente. L’Agenzia ritiene, in particolare, che la documentazione bancaria offerta dalla contribuente non sia sufficiente a superare la presunzione di maggior reddito, non risultando dimostrata la durata del possesso di ulteriori redditi e l’utilizzo delle somme percepite per gli incrementi patrimoniali oggetto di contestazione.

Il motivo è infondato.

Ed invero, questa Corte ha chiarito i confini della prova contraria (Cass. n.8995/2014; Cass. n. 25104/2014) disponendo che il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, applicabile ratione temporis, onera il contribuente di dimostrare che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta, la cui entità e la cui durata nel possesso devono risultare da idonea documentazione.

Dunque, si chiede qualcosa in più della mera disponibilità di ulteriori redditi o del semplice transito della disponibilità economica, in quanto, pur non essendo esplicitamente richiesta “la prova che detti ulteriori redditi sono stati utilizzati per coprire le spese contestate, si ritiene che il contribuente sia onerato della prova in merito a circostanze sintomatiche del fatto che ciò sia accaduto o sia potuto accadere” (cfr. Cass. 12207/2017; 1332/16; 22944/15; 14885/2015; 6396/2015; 25104/2014).

Detto onere probatorio non deve ritenersi particolarmente oneroso per il contribuente, in quanto, non solo la prova non è tipizzata e può essere offerta “con qualsiasi elemento idoneo a fornire adeguata certezza circa la natura non reddituale dell’elemento preso in considerazione” (Cass., 7258/2017), ma, in particolare, ben può “essere fornita con l’esibizione degli estratti dei conti correnti bancari facenti capo al contribuente” (Cass., 12214/2017) idonei a dimostrare l’entità e la durata del possesso dei redditi in esame.

La mera produzione di documentazione bancaria, in considerazione della natura di estratto di scrittura contabile, fornisce tutte le indicazioni sull’entità dei redditi, sulle date dei movimenti, sull’eventuale addebito di assegni circolari usati per taluni acquisti, rientrando a pieno titolo nella “documentazione idonea” richiesta dall’art. 38 cit. – antecedente alle modifiche apportate con la L. n. 122 del 2010 -, la cui esibizione è in grado di scalfire le risultanze a cui è pervenuto l’Ufficio (Cass. 7258/2017).

La sentenza impugnata non si è discostata da tali principi, avendo i giudici di appello ritenuto che la documentazione bancaria offerta dalla contribuente, relativa all’annualità 2008, fosse idonea a giustificare la sua capacità contributiva in merito al duplice profilo della entità e della durata del possesso di ulteriori redditi, contestata con avviso di accertamento del medesimo anno.

Sulla base di tali considerazioni, il ricorso va rigettato. Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte, visti gli artt. 375 e 380 bis c.p.c..

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali che liquida in Euro 3500,00 per compensi, oltre spese generali nella misura del 15 % dei compensi, oltre accessori come per legge.


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