Diritto e Fisco | Editoriale

Quando scatta un accertamento fiscale

19 Agosto 2018
Quando scatta un accertamento fiscale

Le varie forme di accertamento, i metodi eseguiti dall’Agenzia delle Entrate, gli strumenti i termini per eseguire l’accertamento. Come si difende il contribuente dall’avviso di accertamento e quali soggetti rischiano di più.

A volte ci sono domande scontate che richiamano risposte scontate. Se uno chiede quando scatta un accertamento fiscale viene spontaneo dire: quando non si pagano le tasse. Ma non è sempre così. O meglio, di sicuro il mancato pagamento delle tasse è uno dei motivi più frequenti di accertamento ma non è l’unico. Anzi, a voler essere precisi, non si può neanche parlare di accertamento fiscale nei confronti di chi non paga le tasse quando queste sono già certe nel loro ammontare; si avrà piuttosto una evasione bella e buona. Facciamo un esempio: se una persona è proprietaria di un immobile e non paga per un anno l’imposta sui rifiuti, non le arriverà certo un accertamento fiscale ma un avviso che accerta l’evasione e, successivamente, la cartella esattoriale (addirittura potrebbe ricevere direttamente la cartella). Se un contribuente presenta regolarmente la dichiarazione dei redditi ma poi non versa l’Irpef di cui egli stesso ha dichiarato di essere debitore, non riceverà un accertamento ma subirà la procedura di riscossione. Ma allora quando scatta un accertamento fiscale? Di solito l’accertamento scatta quando i dati forniti dal contribuente sono diversi rispetto a quelli di cui è in possesso il fisco per cui quest’ultimo ritiene che il primo debba pagare di più o abbia usufruito di detrazioni o deduzioni non dovute.

Esempi di casi in cui scatta un accertamento fiscale

Non è quindi corretto dire che l’accertamento fiscale scatta quando non si pagano le tasse. Piuttosto si tratta di una procedura volta ad accertare una incongruenza dei dati. Gli esempi potrebbero essere infiniti:

  • un contribuente presenta una dichiarazione dei redditi per importi inferiori rispetto a quelli effettivamente percepiti; tuttavia il fisco si accorge di maggiori guadagni sulla base di alcuni bonifici sul conto non giustificati;
  • un contribuente risulta intestatario di una casa che, tuttavia, coi soldi che dichiara di guadagnare non potrebbe mai permettersi;
  • un’azienda che dichiara un fatturato bassissimo, in realtà ha delle grosse uscite per manodopera dimostrando così di ricevere parecchie commesse;
  • un ristorante non emette mai scontrini o fatture, tuttavia i costi scaricati dalle tasse per la pulizia delle tovaglie sono particolarmente elevati;
  • un contribuente vende una casa a un valore di gran lunga inferiore rispetto a quello di mercato della stessa zona;
  • un pensionato dichiara di aver un reddito costituito solo da una piccola pensione mensile di anzianità ma a fine anno non ha mai prelevato un euro dal proprio conto corrente;
  • un agente di commercio dichiara un reddito incompatibile rispetto alla benzina che scarica dalle tasse.

In tutti questi casi può scattare un accertamento fiscale visto che ci sono delle anomalie tra i dati in possesso dell’Agenzia delle Entrate e quelli forniti dal contribuente.

Non sempre si hanno le carte in regola e – inutile dirlo – l’evasione fiscale riguarda un po’ tutti gli italiani: chi per poche decine di euro, chi per centinaia di migliaia. Sotto un profilo fiscale non vi è alcuna differenza tra il piccolo e il grosso evasore posto che, in tutti i casi, scattano le sanzioni economiche (rapportate comunque all’evasione); sotto un profilo penale, invece, il reato si configura solo per le grosse evasioni, di solito collegate ad attività imprenditoriali. Ad esempio, se non hai dichiarato il fitto di un inquilino o non hai pagato il bollo auto, se hai ricevuto un bonifico o un assegno da un cliente ma non hai emesso la ricevuta non sarai incriminato. Sapere quando scatta un accertamento fiscale consente tuttavia di prevenire conseguenze peggiori cui spesso ci si trova davanti quando ormai è troppo tardi per correre ai ripari.

Che possibilità ci sono che scatti un accertamento fiscale?

In verità ci sono due modi per rispondere a chi si chiede quando scatta un accertamento fiscale. Il primo è tenere conto delle possibilità statistiche che il fisco si accorga di una irregolarità commessa dal contribuente. Qui entrano in gioco due variabili: l’entità dell’evasione (per poche decine di euro ricevute sul conto da un cliente è molto difficile subire un controllo) e le modalità con cui è stata posta l’evasione (le movimentazioni in banca sono di sicuro più facilmente rintracciabili rispetto all’utilizzo del contante).

Il secondo modo per affrontare il problema è considerare gli strumenti di cui dispone l’Agenzia delle Entrate per verificare la sussistenza di un comportamento irregolare. Ebbene, sul punto, bisognerebbe scrivere un trattato di diritto tributario. Il fisco ha numerose armi contro i contribuenti, alcune delle quali si basano addirittura su semplici presunzioni (ossia indizi), di solito collegate a un comportamento poco coerente del soggetto passivo. Tra queste vi è, ad esempio, il redditometro, un software in grado di ricostruire il reddito di una persona sulla base del tenore di vita e delle spese da questi sostenute. Chi ha molti beni intestati difficilmente può essere un nullatenente.

Nello stesso tempo ci sono altri indici di anomalia fiscale. Si pensi, ad esempio, all’esercente un’attività commerciale che paga bollette della luce elevate o al ristoratore che spende molto in costi di pulizia delle tovaglie. Insomma, per far scattare un accertamento fiscale ci sono numerosi strumenti, non tutti dipendenti da un errore commesso nella dichiarazione dei redditi (anzi, questi di solito sono quelli più rari).

Fino a quanto tempo può avvenire un accertamento fiscale?

L’Agenzia delle Entrate ha termini molto ampi per eseguire gli accertamenti fiscali:

  • in caso di mancata presentazione della dichiarazione dei redditi, l’avviso di accertamento va notificato, a pena di decadenza, entro il 31.12 del settimo anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione. Sino all’annualità 2015 (dichiarazioni trasmesse nel 2016), il termine è di cinque anni;
  • in caso di irregolare dichiarazione dei redditi (è l’ipotesi di chi, pur presentando la dichiarazione, omette dei guadagni o dichiara dei costi non sostenuti, o pretende delle detrazioni o deduzioni che non gli spettano l’avviso di accertamento va notificato, a pena di decadenza, entro il 31.12 del quinto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione. Sino all’annualità 2015 (dichiarazioni trasmesse nel 2016), il termine è di quattro anni.

Accertamenti bancari

Una metodologia molto utilizzata per gli accertamenti fiscali è il controllo del conto corrente. Anche qui, l’accertamento si può spingere a massimo gli ultimi cinque anni.

Il fisco può chiedere chiarimenti solo in merito ai soldi depositati in banca (versamento di contanti) o ricevuti da terzi (bonifici bancari), non anche in merito ai prelievi. I dati risultanti dalle movimentazioni bancarie sono posti a base degli accertamenti fiscali grazie ai dati contenuti nell’Anagrafe dei conti correnti. Si tratta di un database dell’Agenzia delle Entrate alimentato dalle informazioni fornite dalle stesse banche in cui vi è traccia di tutti i rapporti e attività del cliente.

Tutti i versamenti e bonifici di cui il contribuente non riesce a fornire prova documentale si considerano redditi e quindi vengono tassati. Il contribuente che voglia difendersi dall’accertamento deve allora dimostrare – carte alla mano – che la fonte da cui provengono i soldi non solo è lecita (un contratto o un indennizzo) ma si tratta anche di un reddito già tassato (una vincita al gioco) o esentasse (una donazione o un risarcimento).

La logica alla base della presunzione è la seguente: si presume che il contribuente versi quanto ha ottenuto mediante vendite di beni o prestazioni di servizi “in nero”.

Le indagini bancarie possono servire a ricostruire i redditi non solo di professionisti, autonomi e imprenditori ma anche dei lavoratori dipendenti.

Solo per gli imprenditori il controllo si estende anche ai prelievi, a condizione che questi siano superiori a mille euro al giorno o comunque a cinquemila euro al mese.

Accertamenti tramite Anagrafe tributaria

Oltre ai conti correnti, l’Agenzia delle Entrate è in grado di rilevare tutta una serie di “tracce” che il contribuente lascia durante la sua quotidianità: dalla stipula di contratti di affitto a quelli di mutuo, dall’acquisto di case e auto ai viaggi di lavoro o di vacanza, dalla firma di assicurazioni e di polizze vita fino ad arrivare all’acquisto di beni al consumo per i quali è stata chiesta la fattura; da eventuali redditi percepiti da aziende a pensioni ed assegni di vario tipo. Tutte queste informazioni vengono raccolte nell’Anagrafe tributaria ed elaborate dai software del fisco. Come dire: se all’occhio umano certe anomalie possono sfuggire, dalla macchina è impossibile scappare. Gli algoritmi sono in grado di rilevare l’incompatibilità dell’acquisto di un bene con il reddito dichiarato, la titolarità di beni di lusso, l’esistenza di detrazioni non dovute, ecc.

Chi rischia un accertamento fiscale?

La scelta dei contribuenti da sottoporre ad accertamento di merito può avvenire in base:

  • alle dichiarazioni presentate periodicamente dai contribuenti;
  • a liste selettive, elenchi di contribuenti redatti dal centro informativo dell’Anagrafe tributaria, sulla base di criteri fissati annualmente con decreto, che segnalano situazioni anomale (per es. perdite protrattesi per più anni, incongruenze nei valori delle rimanenze finali o iniziali, redditi che risultano non dichiarati, ecc.). Il controllo, tuttavia, può estendersi anche a redditi e situazioni non segnalate nelle liste;
  • alla categoria di appartenenza scelta secondo criteri stabiliti ogni anno con decreto (cosiddetti sorteggi);
  • a segnalazioni non anonime di violazioni tributarie, incluse quelle relative all’obbligo di emissione della ricevuta o dello scontrino fiscale ovvero del documento certificativo dei corrispettivi.

Sbaglia quindi chi crede che a rischiare un accertamento è solo chi esercita lavori autonomi, professionisti e imprenditori i cui redditi non possono essere oggetto di controllo. Anche i lavoratori dipendenti, che mensilmente ricevono lo stipendio in banca, sono sottoposti ai controlli del fisco. Così ben potrebbe essere che un soggetto formalmente disoccupato lavori in nero e nello stesso tempo percepisca l’assegno di disoccupazione o che, pur essendo nullatenente, abbia beni di lusso intestati.

I vari tipi di accertamento fiscale

L’accertamento può essere eseguito sulla base di metodi diversi di determinazione del reddito o del volume d’affari, a seconda della natura e della gravità delle infrazioni commesse e delle categorie di reddito possedute:

  • accertamento analitico o contabile: riguarda tutti i contribuenti e attiene all’evasione delle imposte sui redditi (ad es. Irpef) ed IVA;
  • accertamento d’ufficio: riguarda tutti i contribuenti e attiene all’evasione delle imposte sui redditi (ad es. Irpef) ed IVA;
  • accertamento induttivo puro o extra-contabile: riguarda i contribuenti obbligati alla tenuta delle scritture contabili (imprenditori, artisti e professionisti) e attiene alle imposte sui redditi ed IVA;
  • accertamento analitico-induttivo: riguarda i contribuenti obbligati alla tenuta delle scritture contabili (imprenditori, artisti e professionisti) e attiene alle imposte sui redditi ed IVA;
  • accertamento sintetico: riguarda solo le persone fisiche e attiene alle imposte sui redditi.

Cos’è l’avviso di accertamento e come si contesta?

L’avviso di accertamento è l’atto formale che conclude la fase di controllo; l’Agenzia delle Entrate emette avviso di accertamento nel quale contesta le irregolarità al contribuente e, contestualmente, liquida le maggiori imposte dovute irrogando anche le sanzioni.

L’avviso di accertamento deve indicare i componenti di reddito rettificati, l’imponibile accertato, le aliquote applicate, le imposte liquidate.

Esso deve specificare i fatti e le circostanze che giustificano il ricorso a metodi induttivi o sintetici, nonché le ragioni del mancato riconoscimento di deduzioni o detrazioni.

L’accertamento deve essere sottoscritto dal capo (direttore) dell’Ufficio che lo ha emesso o da un suo delegato appartenente alla carriera direttiva. In assenza della firma o di valida delega (che deve essere motivata, nominativa e delimitata a un arco temporale prestabilito) l’accertamento è illegittimo.

Gli avvisi di accertamento ed i connessi provvedimenti di irrogazione delle sanzioni devono in aggiunta contenere l’intimazione ad adempiere al pagamento richiesto, entro 60 giorni dalla loro notifica.

Nei 60 giorni il contribuente può contestare l’avviso di accertamento davanti al giudice (la commissione tributaria provinciale) oppure pagare.

Se il termine di 60 giorni (eventualmente prorogato di 90 giorni in caso di istanza di accertamento con adesione o di 46 giorni in caso di sospensione feriale dei termini per ricorrere) scade senza che il contribuente abbia pagato o abbia presentato ricorso, l’avviso diviene esecutivo e viene affidato, in genere decorsi ulteriori 30 giorni dal termine ultimo per il pagamento, agli agenti della riscossione esattoriale.


note

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