Diritto e Fisco | Editoriale

Come allontanare un marito violento da casa

17 maggio 2018


Come allontanare un marito violento da casa

> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 maggio 2018



In Italia, ancora nel 2018, ogni sessanta ore viene uccisa una donna. Fidanzate, mogli, madri di famiglia colpevoli solo di aver scelto l’uomo sbagliato. Di aver aspettato troppo tempo per allontanarlo.

Quante volte ti è capitato di sentire in tv notizie scioccanti sul numero di femminicidi che ancora oggigiorno si registrano? E quante altre ti è capitato di sentire di violenze del marito nei confronti della moglie. Nonostante ciò, l’informazione a riguardo è ancora troppo poca poiché molti di questi episodi si consumano – e si nascondono – nelle quattro mura domestiche. Tuttavia la legge consente di allontanare un marito violento anche quando il comportamento di per sé non integra ancora un reato. Si tratta cioè di una tutela preventiva volta ad evitare che si verifichino danni ben più seri. Perché aspettare che sia troppo tardi? Ecco allora una semplice guida sulla tutela che le nostre leggi riconoscono alle donne in difficoltà, perché possano allontanare da casa un marito violento prima che sia troppo tardi.

Come riconoscere un comportamento pericoloso
Avrai sicuramente già sentito la parola femminicidio. Non c’è bisogno di tradurla. Per femminicidio si intende qualsiasi forma di violenza perpetrata a danno di una donna in nome di un ideale malato di natura patriarcale. Una violenza sia fisica che psicologica tanto grave da ridurre la donna che ne è oggetto in uno stato di completa soggezione rispetto all’uomo.
Non è un segreto che la maggior parte dei femminicidi siano perpetrati da uomini vicini alle loro vittime: compagni, fidanzati, mariti. Ciò che non viene detto, però, è che la maggior parte dei reati commessi fra le mura domestiche, o comunque nell’ambito di una relazione sentimentale, sono quasi sempre preceduti da minacce, insulti, percosse ripetute che, nei casi estremi, sfociano nell’omicidio.
Sono proprio questi i segni premonitori che devono spingerti a chiedere immediatamente aiuto alle autorità competenti, in modo che tu possa ottenere una tutela anticipata non solo prima della pronuncia di una sentenza di condanna, ma addirittura prima che sia esercitata l’azione penale.

Quali forme di tutela si possono ottenere?

Il primo metodo per allontanare da casa un marito violento è chiedere un ammonimento.
L’ammonimento [1] è un particolare tipo di tutela anticipata che può essere richiesto dalle vittime di atti persecutori [2]. Ti è capitato di subire minacce da qualcuno o molestie che ti hanno spaventata a tal punto da temere per la tua vita o per quella di qualcuno che ti è caro? Questo perdurante stato di ansia ti ha portato a cambiare le tue abitudini quotidiane? Sappi che puoi – e devi – rivolgerti immediatamente alle autorità competenti, per ottenere un ammonimento nei confronti del tuo molestatore, indipendentemente dall’esistenza di un procedimento penale a suo carico. Una volta che avrai esposto tutti i fatti all’autorità di pubblica sicurezza, il questore ammonirà l’autore della condotta persecutoria. L’ammonimento è una misura essenzialmente preventiva, che mira a dissuadere e scoraggiare ogni forma di persecuzione che potrebbe in casi estremi in delitti ancora più gravi, come ad esempio lo stalking.

Quando si può richiedere l’ammonimento?

Perché tu possa richiedere l’ammonimento, è ovviamente necessario che tu sia stata vittima di atti persecutori. La legge prevede che perché tale tutela preventiva possa essere elargita, la vittima non debba aver presentato querela. Questo semplicemente perché una volta denunciato il fatto e aperto il procedimento penale, la vittima può trovare tutela in altre misure più incisive collegate al procedimento penale stesso, come ad esempio le misure cautelari [3]. Secondo la giurisprudenza [4], l’ammonimento può essere richiesto anche quando vi siano stati dei comportamenti violenti non rientranti nell’ambito degli atti persecutori, ma comunque talmente gravi da rendere possibile il reato. Se ciò non fosse riconosciuto, infatti, verrebbe meno la funzione preventiva della norma, dal momento che spesso le condotte di chi perseguita sono difficili da provare perché appositamente commesse in assenza di testimoni oculari.

Richiesta di ammonimento e procedimento

Sei stata vittima di molestie ripetute e non sai cosa fare e come ottenere tutela? Devi recarti immediatamente dalla Polizia o dai Carabinieri, che trasmetteranno al questore la richiesta di ammonimento contro il tuo molestatore. Ricordati che dovrai esporre nella maniera più chiara e logica possibile quanto ti è successo, quindi dovrai portare con te ogni documento che possa essere utile a tal fine, come certificati medici, lettere, SMS e registrazioni di conversazioni che possano attestare la condotta molesta. Puoi anche fornire i nominativi di testimoni, se ce ne sono, in modo che possano essere interrogati dalle autorità, qualora i documenti forniti non dovessero bastare.
Una volta trasmessa la richiesta al questore, questi ne valuterà la fondatezza in base ai fatti esposti e alle prove fornite. Se il questore verifica effettivamente l’esistenza dei presupposti di legge, ammonisce il molestatore invitandolo a tenere un comportamento conforme alla legge. Interpretando letteralmente la legge l’ammonimento dovrebbe essere orale [1], ma è prassi ormai consolidata che venga redatto per iscritto. La legge non specifica la durata dell’ammonimento.

Cosa accade se l’ammonimento non viene rispettato?

Se il destinatario dell’ammonimento, nonostante la decisione del questore, perseveri nel delitto di atti persecutori, la legge prevede che la sua pena sia aumentata. In questa ipotesi peraltro il reato in questione diventa procedibile d’ufficio: non sarà più necessaria la denuncia della vittima, il procedimento penale potrà essere avviato da chiunque ne abbia interesse. Colui che è stato ammonito potrebbe avere interesse ad impugnare l’ammonimento, facendo dunque ricorso, dal momento che ciò comporterebbe un aumento di pena a suo carico nel caso in cui fosse effettivamente condannato per il reato di atti persecutori [5].

Ordini di protezione contro gli abusi familiari

L’ammonimento non è l’unico strumento per allontanare di casa un marito violento. Quando la condotta del coniuge o di un altro familiare minaccia l’integrità psico-fisica o morale dell’altro coniuge (o del convivente), il giudice, laddove la vittima ne faccia richiesta, può adottare con decreto uno dei cosiddetti ordini di protezione [6]. Questi provvedimenti vengono utilizzati soprattutto quando vi sono casi di violenza domestica. Come l’ammonimento, anche l’ordine di protezione mira a tutelare preventivamente la vittima, consentendole di allontanare il coniuge violento (o il convivente) ancor prima che il suo comportamento acquisti rilievo penale. La legge ha voluto tutelare soprattutto il coniuge del soggetto violento, dal momento che i dati criminologici hanno evidenziato come nella maggior parte dei casi la violenza sia perpetrata dal marito nei confronti della moglie. Ma non è solo il coniuge ad essere tutelato: anche ogni altro familiare può richiedere l’ordine di protezione (come ad esempio i genitori anziani maltrattati dal figlio maggiorenne) [7].

Ordini di protezione: quali sono i presupposti?

L’unico presupposto per richiedere l’applicazione di un ordine di protezione è che la condotta del coniuge o del convivente sia causa di un grave pregiudizio all’integrità psico-fisica o alla libertà della vittima. Non è un caso che la legge non descriva la condotta violenta, perché in questo modo sarà possibile per il giudice valutarne la pericolosità caso per caso. Anzi, la descrizione dettagliata della condotta di violenza domestica deve essere assolutamente evitata, per non vanificare l’intento del legislatore. In ogni caso, non è necessario che la condotta violenta integri una specifica fattispecie di reato.
Quindi l’ordine di protezione verrà emesso dal giudice nel momento in cui, a seguito di una valutazione, ritenga che la condotta violenta sia lesiva dell’integrità della vittima o comunque la esponga al rischio di subire gravi danni.

Richiesta per ottenere un ordine di protezione e procedimento

Sei stata vittima di violenza domestica? Sappi che puoi rivolgerti direttamente ad un giudice per ottenere un ordine di protezione, senza l’assistenza di un avvocato [8]. Il soggetto attivo, ossia colui che può chiedere il ricorso, è il coniuge, il convivente [6] o il membro della famiglia che ha subito la violenza [9]. Dal momento che l’ordine di protezione mira ad anticipare la tutela, esso non può essere richiesto se tra le parti è già in corso un procedimento per separazione o divorzio, dal momento che in questo caso sarebbero riconosciute alla vittima tutele più pregnanti [10].
La richiesta deve essere presentata al tribunale civile del luogo dove risiede (o ha domicilio) chi la presenta. A questo punto la richiesta passerà al giudice (stabilito dal Presidente del tribunale) che sentirà entrambe le parti e procederà nel modo che riterrà più opportuno. Nel caso però ci sia una particolare urgenza, il giudice può disporre immediatamente l’ordine di protezione, salvo poi fissare l’udienza entro quindi giorni, in cui dovrà confermare, modificare o revocare il provvedimento tutelare [11].

Qual è il contenuto di un ordine di protezione?

L’ordine di protezione ordina, appunto, la cessazione della condotta violenta al suo autore. Dispone inoltre il suo allontanamento dalla casa familiare. Non necessariamente l’ordine deve contenere entrambe le cose: possono esserci casi in cui il provvedimento ha solo carattere inibitorio, come nei casi in cui il maltrattante si sia già allontanato autonomamente dalla casa familiare. Il giudice può inoltre ordinare che il soggetto violento non possa avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima, come ad esempio il luogo in cui lavora, le abitazioni dei genitori e degli altri parenti, la scuola dei figli [12]. È possibile che il giudice disponga poi l’intervento dei servizi sociali (o altre associazioni) a sostegno della vittima di abusi e maltrattamenti [13]. La persona cui l’ordine di protezione si rivolge può anche essere condannata al pagamento di un assegno periodico alla famiglia.
Il maltrattante che non rispetti l’ordine di protezione è punito con la pena della reclusione fino a tre anni, oppure con una multa [14].

Quali misure coercitive può ordinare il giudice?

Le misure coercitive non detentive sono provvedimenti che limitano la libertà personale di chi le subisce. Nel caso di violenza domestica sono utilizzate per evitare che la condotta violenta a danno del coniuge o del convivente perduri nel tempo, e sono l’allontanamento dalla casa familiare e il divieto di avvicinarsi ai luoghi frequentati dalla vittima. Perché siano applicate il giudice ha bisogno di gravi indizi di colpevolezza [15].
Quando il reato per cui si procede prevede come pena la detenzione superiore a 5 anni, il giudice può richiedere anche la custodia cautelare in carcere.

L’allontanamento dalla casa familiare

Perché il giudice disponga l’allontanamento non è necessario che i due coniugi coabitino. Il giudice può ordinare al coniuge violento di:
– lasciare immediatamente la casa familiare;
– non fare rientro nella casa familiare laddove si trovi in un altro luogo;
– non entrare in casa senza previa autorizzazione del giudice.
La polizia giudiziaria in casi di urgenza può disporre l’immediato allontanamento.

Divieto di avvicinarsi ai luoghi frequentati dalla vittima

Laddove le esigenze specifiche del caso lo richiedano, al fine di proteggere la vittima e i suoi cari, il giudice può anche disporre il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla vittima. In particolare si tratta ad esempio del luogo dove la vittima svolge abitualmente il suo lavoro. Ma sono compresi nell’ordinamento anche la casa dei genitori e dei parenti. Se l’autore della condotta violenta e la vittima lavorano nello stesso posto, il giudice dovrà indicare le limitazioni necessarie per non vanificare la misura preventiva.
Se il giudice ravvisa la necessità di una tutela ancora più ampia, può disporre lil divieto di avvicinamento anche per i luoghi frequentati dai congiunti della vittima. Il giudice può anche vietare ogni tipo di comunicazione con la vittima, sia da telefono che per lettera. Quest’utlima misura viene utilizzata soprattutto nei casi di stalking.

Nel caso in cui le disposizioni del giudice non siano rispettate non è prevista una sanzione specifica, ma il giudice può disporre il cumulo della misura con altre più gravi [16].

note

[1] Art. 8 DL 11/2009 conv. in L. 38/2009.
[2] Art. 612-bis cod. pen.
[3] Artt. 273 e s. cod. proc. pen.
[4] TAR Calabria 25 marzo 2013 n. 326.
[5] TAR Brescia 28 maggio 2015 n. 791.
[6] Art. 342 bis cod. civ.
[7] Trib. Milano 27 novembre 2002.
[8] Art. 736 bis c. 1 cod. proc. civ.
[9] Art. 5 L. 154/20014
[10] Artt. 706 e s. cod. proc. civ.
[11] Art. 736 bis c. 3 cod. proc. civ.
[12] Art. 342 ter c. 1 cod. civ.
[13] Art. 342 ter c. 2 cod. civ.
[14] Art. 6 L. 154/2001;
[15] Art. 280 cod. proc. pen.
[16] Art. 276 cod. proc. pen.


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