Diritto e Fisco | Articoli

Cambio residenza: valido il licenziamento al vecchio indirizzo?

15 Agosto 2018
Cambio residenza: valido il licenziamento al vecchio indirizzo?

Il licenziamento fuori termine è valido se la prima comunicazione avviene, nei tempi imposti dal contratto collettivo, al vecchio indirizzo di residenza.

Non sono poche le persone che, tramite un cambio di residenza, ritengono di poter eludere le leggi o, quantomeno, di rallentare i processi, le notifica degli atti giudiziari, ostacolare le multe o le comunicazioni del fisco. Un problema, questo, che non lascia indenni neanche gli ambienti di lavoro. Di recente ci si è chiesto se, in caso di cambio di residenza, è valido il licenziamento al vecchio indirizzo. La questione è stata analizzata da una sentenza della Cassazione particolarmente interessante [1] che val la pena di spiegare. La soluzione adottata dalla Corte però potrebbe far cadere in equivoco più di un lettore. Difatti, se dovessimo sintetizzare in due parole la sentenza qui in commento, dovremmo così affermare: «se il lavoratore ha cambiato indirizzo e non ne ha informato il datore di lavoro con apposita dichiarazione di variazione del domicilio, è valida la comunicazione di licenziamento inviata presso l’indirizzo precedente». Tuttavia le cose vanno in modo leggermente diverso. Ecco perché, per spiegare se in caso di cambio di residenza è valido il licenziamento al vecchio indirizzo, dobbiamo ricorrere al consueto esempio pratico.

Immaginiamo un dipendente che, al momento della firma del contratto di lavoro, indica di risiedere in un determinato luogo. Il contratto di lavoro, quindi, ne indica il Comune, la via, il numero civico. Successivamente il lavoratore decide di cambiare casa ma non comunica al datore di lavoro il nuovo indirizzo. Sicché, per l’azienda, egli è ancora residente nella precedente abitazione. Succede che, un giorno, il capo del personale gli consegna a mani una lettera di contestazione per alcuni illeciti disciplinari. Nella lettera – un vero e proprio preavviso di licenziamento – si danno al dipendente cinque giorni di tempo per presentare le proprie difese (così come prescritto dalla legge). Senonché – e qui sta la parte più interessante – il relativo contratto collettivo nazionale (il cosiddetto Ccnl) stabilisce un termine ben preciso per comunicare il successivo licenziamento: esso deve essere spedito entro (facciamo un esempio) sei giorni dalle giustificazioni inviate dal dipendente. In caso contrario – ossia nel silenzio della società – le difese del lavoratore si devono intendere accolte e l’azienda decade dalla possibilità di effettuare il licenziamento. A questo punto, il datore di lavoro si preoccupa di rispettare i termini e spedisce la raccomandata con il licenziamento all’indirizzo in suo possesso che, però, non è quello giusto. Quando si accorge del mutamento di residenza del destinatario però sono ormai decorsi i sei giorni imposti dal Ccnl. Ciò nonostante si affretta a inviare una seconda lettera, questa volta all’indirizzo corretto. Tuttavia il dipendente si oppone e contesta la decisione dell’azienda per mancato rispetto dei termini. Chi dei due ha ragione?

In questi termini è più facile spiegare l’interpretazione della Cassazione. Il principio di base resta quello secondo cui il licenziamento deve essere effettivamente conosciuto dal lavoratore. Quindi la lettera deve arrivare nel suo indirizzo di residenza attuale. Proprio a tal fine, molti contratti collettivi impongono ai dipendenti, tutte le volte in cui cambiano indirizzo, di comunicare la nuova via all’azienda affinché questa non abbia problemi nello spedire eventuali comunicazioni importanti. La violazione di tale obbligo comporta un illecito disciplinare sanzionabile, ma non può certo rendere efficace un licenziamento mai arrivato a destinazione e quindi non conosciuto (ne varrebbe la possibilità per l’interessato di difendersi). Nello stesso tempo, però, non si può neanche colpevolizzare l’azienda per aver sbagliato l’indirizzo senza colpa, essendo ciò dipeso da una violazione commessa dal lavoratore (il quale potrebbe aver agito anche con furbizia e malafede). Sicché le cose stanno nel seguente modo:

  • l’azienda resta obbligata a inviare una seconda lettera di licenziamento, questa volta all’indirizzo effettivo, reperito magari negli archivi dell’anagrafe comunale;
  • tuttavia la prima lettera di licenziamento, sebbene inviata a un indirizzo sbagliato, si considera utile per considerare rispettato il termine di decadenza per la comunicazione di licenziamento. In buona sostanza, se anche la seconda raccomandata arriverà fuori termine ciò non conta: vale la data di spedizione della prima lettera.

Dunque, nell’esempio di partenza, il dipendente che ha cercato di fregare il proprio capo non comunicando la variazione di residenza, non solo si prende una seconda sanzione disciplinare, ma anche non avrà impedito la validità del licenziamento sebbene fuori termine.


note

[1] Cass. sent. n. 22295/2017 del 25.09.2017.

Cassazione civile, sez. lav., 25/09/2017, (ud. 09/05/2017, dep.25/09/2017),  n. 22295 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Con sentenza depositata il 17.4.2014 la Corte di appello di Napoli, confermando la sentenza del Tribunale di Nola, ha dichiarato inefficace il licenziamento intimato il 7.2.2008 a P.G. da Fiat Group Automobiles in quanto comunicato oltre il termine decadenziale previsto dall’art. 23 del c.c.n.l. settore Metalmeccanici di 6 giorni dal ricevimento delle giustificazioni della lavoratrice (rese in data 9.2.2008).

2. La Corte distrettuale ha osservato che la prima comunicazione di licenziamento, spedita dalla società il 15.1.2008, doveva ritenersi irrilevante in quanto non pervenuta al domicilio della lavoratrice, la cui variazione doveva ritenersi acquisita dall’azienda mediante la comunicazione che la lavoratrice stessa aveva effettuato nel giugno 2007 per esplicitare l’opzione al mantenimento in azienda del trattamento di fine rapporto.

3. Contro questa sentenza ricorre per Cassazione la società con due motivi illustrati da memoria ex art. 378 c.p.c.. La lavoratrice resiste con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Col primo motivo la società ricorrente lamenta la violazione e la falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., art. 2697 c.c., art. 3 c.c.n.l. Metalmeccanici (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3). Il ricorrente deduce l’erronea interpretazione, da parte della Corte distrettuale, della lettera di comunicazione dell’opzione del mantenimento del trattamento di fine rapporto da parte della P. (effettuata tramite fax all’azienda il 28.6.2007), dovendosi ritenere gravante sulla lavoratrice l’obbligo di effettuare una comunicazione specifica di cambio di domicilio, come richiesto dalla contrattazione collettiva.

2. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 23 del contratto collettivo Metalmeccanici e 1335 c.c. (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) avendo, la Corte distrettuale, trascurato che la disposizione contrattuale richiede – come precisato da numerose pronunce di legittimità – il rispetto del termine decadenziale mediante la (mera) spedizione del provvedimento espulsivo (pacificamente effettuata entro detto termine). La Corte distrettuale, inoltre, ha erroneamente ritenuto non operante la presunzione di conoscenza dettata dall’art. 1335 c.c. a fronte di una insufficiente prova, fornita dalla lavoratrice, di cambio di domicilio effettuata tramite fax all’azienda.

3. Il primo motivo è fondato.

L’art. 3 del c.c.n.l. per gli addetti all’Industria metalmeccanica prevede che i lavoratori all’atto dell’assunzione producano un certificato di residenza (non anteriore a 3 mesi); successivamente “Il lavoratore dovrà comunicare successivi mutamenti di residenza e di domicilio”.

La disposizione negoziale impone, anche in ossequio al principio di buona fede e correttezza che regola il contratto di lavoro, che il lavoratore comunichi per iscritto eventuali successive variazioni di residenza o di domicilio in modo da rendere tempestivamente edotto il datore di lavoro dell’indirizzo ove lo stesso può essere reperibile.

A fronte della previsione negoziale di un preciso obbligo di comunicazione del cambio di domicilio, la lettera inoltrata nel giugno 2007 dalla P. al fine di manifestare la volontà di mantenere il trattamento di fine rapporto in azienda non può ritenersi idonea a soddisfare, altresì, il suddetto obbligo di comunicazione di domicilio, non potendosi evincere – dal tenore testuale della lettera – alcun intendimento del mittente in tal senso. La lettera, che reca quale oggetto “opzione per il mantenimento del TFR”, riporta l’indirizzo della lavoratrice quale mero, ulteriore, dato di identificazione della stessa, senza evidenziarne la modifica rispetto al dato in possesso del datore di lavoro e senza attribuire alcun crisma di formalità. La Corte distrettuale ha, pertanto, errato nell’attribuire a detta lettera valore di prova dell’effettuata comunicazione di cambio di domicilio da parte della P..

4. Il secondo motivo è fondato.

L’art. 23 del c.c.n.l. per gli addetti all’Industria metalmeccanica stabilisce che:

1) “salvo che per il richiamo verbale, la contestazione dovrà essere effettuata per iscritto e i provvedimenti disciplinari non potranno essere comminati prima che siano trascorsi 5 giorni, nel corso dei quali il lavoratore potrà presentare le sue giustificazioni”;

2) “se il provvedimento non verrà comminato entro i 6 giorni successivi a tali giustificazioni, queste si riterranno accolte”;

3) “la comminazione del provvedimento dovrà essere motivata e comunicata per iscritto”.

Questa Corte, prendendo atto dell’affermazione della Corte Costituzionale del principio di scissione fra i due momenti di perfezionamento della notificazione degli atti quale principio generale dell’ordinamento in materia di decadenza processuale (sentenze nn. 477/2002, 28/2004, 3/2010, nonchè ordinanze nn. 97/2004, 154/2005), ha affermato che l’art. 23 del contratto collettivo Industria Metalmeccanica – che prevede un termine massimo di sei giorni entro il quale, dopo l’instaurazione del contraddittorio disciplinare ed il ricevimento delle giustificazioni del lavoratore, la sanzione deve essere emanata, attribuendo all’inutile decorso del termine il significato predeterminato di accoglimento delle giustificazioni dell’incolpato, con conseguente decadenza del datore di lavoro dalla facoltà di esercitare il potere disciplinare – deve essere inteso nel senso che il termine di perfezionamento dell’atto deve essere necessariamente fatto coincidere con la spedizione della lettera contenente l’irrogazione della sanzione, in conformità con la giurisprudenza di legittimità (Cass. nn. 5714/2015, 15102/2012, 11833/2003, 12457/2011, 5093/2011, 20566/2010).

La sentenza impugnata ha ritenuto irrilevante la prima comunicazione di licenziamento (del 15.1.2008) osservando che il principio di presunzione di conoscenza dettato dall’art. 1335 c.c. presuppone la ricezione dell’atto, ma non ha affrontato ex professo l’interpretazione della disposizione prevista dalle parti sociali con specifico riferimento all’individuazione del comportamento (spedizione o ricezione del provvedimento sanzionatorio) necessario ad evitare la decadenza dal potere disciplinare.

Dal punto vista della ricostruzione della vicenda processuale, è pacifico che il primo provvedimento espulsivo è stato comunicato alla lavoratrice, a mezzo telegramma, in data 15.1.2008, cioè entro il termine di sei giorni successivi alla ricezione delle giustificazioni della lavoratrice, ricevute dalla Fiat il 9.1.2008.

La Corte distrettuale non si è conformata alla giurisprudenza, ormai consolidatasi, di questa Corte in materia di interpretazione dell’art. 23 del c.c.n.l. settore Metalmeccanici in base alla quale il termine di perfezionamento dell’atto deve essere necessariamente fatto coincidere con la spedizione della lettera contenente l’irrogazione della sanzione.

5. In conclusione, il ricorso va accolto e la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, alla Corte di appello di Napoli in diversa composizione la quale si atterrà ai seguenti principi di diritto:

“L’art. 23 del c.c.n.l. per gli addetti all’Industria Metalmeccanica richiede una specifica ed espressa comunicazione scritta del lavoratore tesa ad informare il datore di lavoro del cambiamento di domicilio. Il termine – stabilito dall’art. 23 del c.c.n.l. citato – di sei giorni dal ricevimento delle giustificazioni del lavoratore entro cui comminare i provvedimenti disciplinari diversi dal richiamo verbale è rispettato con la spedizione della lettera contenente l’irrogazione della sanzione”.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, alla Corte di appello di Napoli in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 9 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 25 settembre 2017


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube