Diritto e Fisco | Editoriale

Rifiutarsi di lavorare: quando è possibile


Rifiutarsi di lavorare: quando è possibile

> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 maggio 2018



I casi in cui al dipendente è consentito disobbedire agli ordini del datore di lavoro senza perciò rischiare il licenziamento.

Se vuoi spiegare a qualcuno cosa significa trovarsi tra l’incudine e il martello puoi fare questo esempio. Immagina un dipendente che riceve un ordine di servizio illegittimo da parte del proprio datore di lavoro: ad esempio l’esecuzione di mansioni gravose o il trasferimento in un’altra città senza una valida ragione; se rispetta la direttiva vede calpestati i propri diritti, ma se si rifiuta di adempiere può essere licenziato per insubordinazione. Qual è la soluzione migliore? Prima di disobbedire, il dipendente dovrebbe presentare un ricorso al giudice per far annullare l’ordine illecito del datore. Ma questo si scontra con i tempi della giustizia che certo non corrispondono con le esigenze di celerità e urgenza dei lavoratori. Che fare allora? Ecco, in questo modo hai spiegato splendidamente cosa significa trovarsi tra l’incudine e il martello. Per fortuna c’è qualche giudice che ha chiarito quando è possibile rifiutare di lavorare. Si tratta di tutti quei casi in cui – come vedremo a breve qui di seguito – l’ordine è palesemente illegittimo e l’inottemperanza da parte del dipendente diventa più una forma di autotutela che non una violazione del principio di buona fede. Ci sono diverse sentenze secondo cui il dipendente non deve sempre obbedire al superiore. Vediamole.

Rifiutarsi di lavorare per eccessivi compiti e stress

La prima pronuncia è di questa mattina ed è firmata dalla Cassazione [1]. Secondo la Corte, non è licenziabile il dipendente che si rifiuta di svolgere i nuovi compiti affidatigli dal datore se è già oberato da turni gravosi. Si tratta infatti non di una scusa o di un atto di insubordinazione, ma di una oggettiva impossibilità che gli impedisce di fare troppe cose nello stesso momento. Il rischio però è che le valutazioni soggettive del lavoratore siano diverse da quelle di una persona media: ciò che è eccessivo per un individuo lento potrebbe non esserlo per un altro. Quindi, bisogna sempre andarci cauti con questa forma di autotutela e pensarci due volte prima di rifiutarsi di lavorare.

La Cassazione avverte: la valutazione va fatta caso per caso e la legittimità della disobbedienza deve essere confermata a posteriori dal giudice. Il dipendente può rifiutarsi di lavorare solo di fronte a una situazione personale che denota l’impossibilità oggettiva di svolgere ulteriori attività.

Rifiutarsi di lavorare per mansioni degradanti e umilianti

Sempre in questi giorni la Cassazione ha ricordato che il dipendente che rifiuta l’assegnazione di mansioni inferiori rispetto al proprio inquadramento contrattuale deve ottenere dal giudice l’annullamento delle direttive aziendali prima di poter rifiutarsi di lavorare. Tuttavia anche qui c’è un limite: quando i compiti appioppati al lavoratore sono particolarmente umilianti e degradanti (si pensi a un dipendente addetto alla contabilità cui viene chiesto di pulire il bagno) è ben legittima l’opposizione del dipendente e l’astensione dai nuovi compiti.

Rifiutarsi di lavorare presso la nuova sede dopo un trasferimento illegittimo

C’è poi il tema sempre attuale del trasferimento non gradito al dipendente. Il trasferimento di sede – lo ricordiamo – è lecito solo se supportato da ragioni organizzative e di produzione che spetta al datore dimostrare. Anche qui il dipendente che si rifiuta di prendere servizio presso la nuova sede rischia il licenziamento, a prescindere dalla legittimità o meno dell’ordine del datore di lavoro. Prima ci deve essere, anche qui, l’intervento del magistrato ad annullare l’ordine di servizio. Il trasferimento di sede di un dipendente – ribadisce la giurisprudenza – anche se non supportato da effettive ragioni tecniche, organizzative o produttive non può giustificare, per ciò solo, il rifiuto del lavoratore di adempiere al provvedimento e, quindi, di sospendere unilateralmente la prestazione lavorativa.

Tuttavia, come nei precedenti casi, anche qui c’è l’eccezione: secondo infatti la Cassazione [2], se il lavoratore si è mosso in buona fede, sulla scorta di apprezzabili esigenze personali e in presenza di una condotta datoriale connotata da serio inadempimento, il rifiuto di spostarsi di sede è perfettamente legittimo e non richiede che il dipendente abbia preventivamente attivato un ricorso d’urgenza in tribunale e ricevuto l’avallo del giudice. Dunque è sempre imprescindibile un vaglio caso per caso. Tanto per fare un esempio, se il dipendente dovesse dimostrare di avere una grave malattia che gli impedisce di viaggiare e dall’altro lato, invece, c’è un’azienda con numerosi dipendenti e differenti sedi operative, sicché lo spostamento di un solo lavoratore non è tale da incidere negativamente sulla produzione, si può ritenere che il rifiuto di lavorare sia legittimo.

Rifiutarsi di svolgere lavori illegali o contrari ai doveri aziendali

L’ultima sentenza è di due anni fa, sempre a firma della Suprema Corte: secondo i giudici, disobbedire agli ordini del capo è un vero e proprio obbligo se essi integrano violazioni dolose della legge o costituiscono un danno per l’azienda. Secondo la Corte Suprema, quand’anche il lavoratore abbia compiti di semplice esecuzione materiale dei comandi impartitigli dal superiore, non può rispettarli acriticamente senza prima verificare se essi siano leciti o meno per la legge o se possano pregiudicare l’ambiente in cui lavora. Facciamo l’esempio del datore di lavoro che ordini al dipendente di imbrogliare i clienti con il resto, di non emettere gli scontrini fiscali o di spiare tra le email personali dei colleghi di lavoro. In questi casi il lavoratore può rifiutarsi di obbedire.

note

[1] Cass. ord. n. 12094/18 del 17.05.2018.

[2] Cass. sent. n. 11408/2018.

[3] Cass. sent. n. 13149/2016 del 24.06.2016.

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