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Adozione internazionale di un maggiorenne: quanto conta la differenza di età?

26 maggio 2018


Adozione internazionale di un maggiorenne: quanto conta la differenza di età?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 maggio 2018



Ho 50 anni, sono residente all’estero, sono single e non ho figli ma da circa 12 mi prendo cura di una ragazza di 32 anni che oramai è come una figlia. Ha i genitori ma vive in casa con me. Ogni volta che ci spostiamo ha bisogno del visto e di giustificazioni vari sul tipo di ‘parentela’ che ci accomuna. Ho i requisiti per l’adozione di un maggiorenne straniero? Ci separano 17 anni e 7 mesi, quindi non ci siamo con i 18 anni di differenza. La differenza dei 18 anni è una condizione indispensabile per l’adozione? Se l’adozione non fosse possibile, ci sarebbero altre forme legali di riconoscimento giuridico per agevolare visti, residenza, ecc?

La risposta al primo quesito circa i 18 anni di differenza necessita di una opportuna premessa.

L’adozione di persona maggiorenne si fonda su presupposti e requisiti differenti rispetto alla adozione (nazionale o internazionale) di un minore. Per quest’ultima infatti si ritiene pacificamente che la differenza di età tra adottanti e adottando non vada intesa in modo rigido ma che, al contrario, sia necessario guardare sempre alla specificità del caso concreto, avendo riguardo al superiore interesse del minore. Sicché, in casi particolari, è consentita la deroga alla regola generale che stabilisce una differenza massima di età tra adottanti e adottando allorquando ricorrano due precise condizioni:

– la differenza di età sia comunque compresa in quella che solitamente intercorre tra genitori e figli (la L. n. 149 del 2001 ha innalzato a 45 anni la differenza di età massima tra adottanti e adottando, consentendo l’adozione quando l’età di uno solo degli adottanti superi di non oltre 10 anni detto limite);

– la concreta possibilità di un danno grave e inevitabile al minore qualora non si proceda alla sua adozione.

Questa possibilità di derogare al limite di età stabilito per l’adozione di minori non è prevista tuttavia con la medesima elasticità anche al caso di adozione di persona maggiorenne. Lo ha chiarito la Corte Costituzionale (con sent. n. 500/2000) che ha spiegato come, nel caso di minorenni, lo scopo essenziale dell’adozione è quello di tutelare l’interesse del fanciullo ad un “ambiente familiare stabile e armonioso”, sicchè gli adottanti, nell’assumersi la responsabilità educativa del minore, acquisiscono la titolarità degli stessi poteri e doveri dei genitori verso i figli. Cosa che, al contrario, non può dirsi nei riguardi dei maggiorenni, la cui adozione -secondo la Consulta- ”non implica necessariamente l’instaurarsi o il permanere della convivenza familiare e non determina la soggezione alla potestà (ora responsabilità) genitoriale dell’adottante, il quale, con l’adozione, non assume l’obbligo al mantenimento, all’istruzione e all’educazione dell’adottato”.

Ciò giustifica la diversa disciplina tra i due istituti e la applicazione più rigorosa di quanto stabilito dalla legge.

Va comunque precisato che detto limite di età (sempre considerato rigido) è stato oggetto di eccezione quando l’adottando fosse il figlio maggiorenne del proprio coniuge; caso questo certamente diverso dal Suo ma che lascia intravedere, ove sussistano presupposti considerabili meritevoli di tutela, la possibilità di deroga, da parte del singolo tribunale competente, di quanto stabilito dalla legge.

Ciò premesso, e per rispondere al quesito, se è possibile affermare che se la “figlioccia” della lettrice fosse minorenne sarebbe più facile derogare al limite di età in favore di una adozione in casi particolari (consentita peraltro anche ai single) ove ne sussistessero tutte le condizioni, stessa cosa non può dirsi con riferimento all’adozione di persona maggiorenne; pur tuttavia non è possibile neppure escludere in assoluto che il giudice adìto, tenuto conto delle specifiche circostanze del caso concreto (e non meglio specificate nel quesito), possa autorizzare questa forma di adozione.

Ciò detto, analizzando il secondo quesito posto circa altre eventuali forme legali di riconoscimento giuridico, una ulteriore strada percorribile, potrebbe essere quella permessa dalla recente legge (c.d. Cirinnà) sulle unioni civili e le convivenze di fatto; legge che considerando “conviventi di fatto” due persone maggiorenni (anche dello stesso sesso) unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non legate da rapporti di parentela, affinità o adozione o derivanti da matrimonio o da un’unione civile, riserva loro numerose tutele che certamente potrebbero tornare assai vicine alle aspettative di uno stretto familiare e che giustificherebbero senz’altro la permanenza della ragazza presso la lettrice, come pure i vostri eventuali viaggi e spostamenti.

La legge italiana non prevede un obbligo di registrazione della suddetta convivenza, tuttavia in un caso come quello in esame, essa sarebbe certamente consigliabile ai fini della prova della stessa.

Tuttavia, i registri attestanti dette convivenze sono tenuti presso gli uffici anagrafe dello stato italiano e non si vede come sarebbe l’applicazione della suddetta legge con riferimento a soggetti residenti all’estero.

Esistono poi delle ulteriori forme di tutela previste dalla legge italiana in favore dei soggetti più deboli (oltre naturalmente all’adozione e alla convivenze di fatto); esse presuppongono, tuttavia, uno stato di fragilità della persona alla quale si intende fornire una qualche forma di protezione.

Si pensi ad istituiti quali l’interdizione, l’inabilitazione o l’amministrazione di sostegno: istituti previsti per il caso in cui il soggetto che si intende tutelare si trovi in una situazione di incapacità (fisica o psicologica) più o meno grave e tale da non poter compiere degli atti di ordinaria o straordinaria amministrazione senza l’aiuto di qualcuno. Sicché, anche una situazione del genere, ove sussista (per non meglio specificate ragioni) l’impossibilità dei diretti familiari di prendersi cura del soggetto debole, potrebbe autorizzare la “vigilanza” di quest’ultimo (e di conseguenza la convivenza) da parte di un terzo soggetto.

Tali diversi istituti, tuttavia, dai pochi dati forniti dalla lettrice, non sembrano essere in alcun modo applicabili al caso specifico; ossia quello di una 32enne che non presenta (da quanto emerge dal quesito) menomazioni fisiche o mentali e che pertanto potrebbe perfettamente attendere alle proprie esigenze, procurarsi un lavoro, decidere di viaggiare liberamente con un’amica che considera una seconda madre (secondo il principio di legge della libera circolazione delle persone).

Il consiglio quindi alla lettrice è quello di valutare accuratamente con un legale se le ragioni alla base della sua istanza di adozione di maggiorenne potrebbero giustificare la deroga al principio di legge che prevede il limite minimo di età tra adottante e adottato e quindi far ravvisare al giudice competente l’opportunità di autorizzare l’istanza, specie considerata la pochissima differenza di età tra la lettrice e la ragazza.

Subordinatamente andrebbe valutata la possibilità dell’applicabilità al caso di specie della disciplina sulle convivenze di fatto; disciplina che tuttavia, resta riconosciuta dal nostro ordinamento alle coppie conviventi in Italia. Sicchè si vede difficile la concreta applicazione al caso specifico, considerato che sia la lettrice che la ragazza sono residenti all’estero.

Al di fuori degli istituti su indicati (adozione di maggiorenne, convivenza di fatto o istituti a tutela dell’incapace) non si ritiene che possano individuarsene altri in grado di fare assumere alla lettrice un ruolo di responsabilità nei confronti di questa giovane donna o che possano tantomeno essere in qualsiasi modo assimilabili alla responsabilità genitoriale. Responsabilità che, comunque (è il caso di sottolinearlo), viene meno col raggiungimento della maggiore età (motivo per il quale anche le ragioni di tutela del giovane, non più minore, si affievoliscono e rendono rigido, secondo la giurisprudenza, il criterio del rispetto della differenza di età minima tra adottante e adottato).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Maria Elena Casarano

 


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