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Coppia di fatto: diritti e doveri dei genitori in caso di separazione

26 Maggio 2018


Coppia di fatto: diritti e doveri dei genitori in caso di separazione

> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 Maggio 2018



Mia figlia ,separata di fatto, ha partorito e il compagno che è il padre naturale,separato di fatto anche lui,ha riconosciuto la bambina. I due non sono conviventi e la bambina è nello stato di famiglia della mamma che è anche proprietaria della casa. Se mia figlia decidesse di non convivere con il padre naturale quali sono i doveri e i diritti di quest’ultimo? Mia figlia ha un reddito, è un medico ed è proprietaria di due case.

Alla nascita di un figlio (nato che sia fuori o dentro il matrimonio) sorgono in capo ad entrambi i genitori (e non quindi al solo padre) una serie di diritti e doveri che non vengono meno neppure quando la coppia sia separata o non convivente (come nel caso della figlia del lettore).

Tutti i diritti/doveri dei genitori, infatti, iniziano dal momento della nascita del figlio e rimangono in essere anche se un genitore non convive col minore; è infatti dal rapporto stesso di filiazione che scaturiscono gli obblighi ed i doveri dei genitori e non invece dalla convivenza o dal matrimonio.

In particolare, i genitori hanno il dovere di mantenere, educare, istruire e assistere moralmente e materialmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, delle loro inclinazioni naturali e delle loro aspirazioni.

I genitori hanno altresì il dovere di far crescere il bambino in famiglia e di mantenere con lui rapporti significativi.

Di riflesso, i figli hanno sempre e comunque il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere da ciascuno di loro cura, educazione e istruzione e di conservare rapporti significativi con i nonni e con i propri parenti di ciascun ramo genitoriale.

È questo il cosiddetto principio di “bigenitorialità” che non va, però, inteso nel senso che il figlio debba trascorrere tempi paritari con entrambi i genitori, ma comporta una attiva partecipazione sia della madre che del padre nel progetto educativo, di crescita e di assistenza del minore. Così, ad esempio, il genitore che non convive con il figlio deve essere presente nella sua vita e non mancare di frequentarlo con costanza, partecipando agli appuntamenti più importanti della sua vita.

Dunque, anche in regime di separazione o non convivenza, la regola generale è che i genitori vivano il loro rapporto con il figlio in un regime di affido condiviso. Ciò significa che entrambi i genitori hanno pari diritti e doveri sui figli, pari responsabilità, medesime prerogative nelle scelte più importanti relative alla crescita dei minori e il dovere di consultarsi riguardo a decisioni di straordinaria amministrazione, come quelle relative all’istruzione (ad es. la scelta della scuola), all’educazione (anche di tipo religioso), alla salute (ad es. la scelta del medico o di una specifica terapia).

Invece le scelte di ordinaria amministrazione (cosa mangiare, cosa indossare, come trascorrere il tempo libero) spettano al genitore che trascorre di volta in volta il tempo col figlio.

L’affidamento tuttavia non deve essere confuso con la collocazione che invece fa riferimento al luogo in cui i figli abitano stabilmente. A riguardo l’orientamento dei giudici è quello di preferire la collocazione materna quando i figli sono in età scolare (fatto salvo il pernottamento col padre), a meno che risulti meno pregiudizievole per loro vivere con il padre (si pensi alla madre che, a differenza del padre, svolge un lavoro che non le consente di stare ma con i figli e la obbliga ad affidarli sempre a terze persone).

È però possibile che il giudice stabilisca che i figli vivano a turno presso ciascuno dei genitori o (nel caso di coppia che abbia convissuto) una alternanza dei genitori nella casa familiare dove vivono i figli.

Ciò detto riguardo ai doveri per così dire “morali”, vanno pure considerati i doveri materiali che attengono al mantenimento del figlio. A riguardo va chiarito che l’obbligo di provvedere alle spese necessarie alla sua crescita, istruzione, salute, sport, comunicazione, tempo libero e svago spettano ad entrambi i genitori (coniugati o meno che siano) in proporzione alle rispettive capacità economiche.

In particolare, è il giudice (salvo diverso accordo dei genitori) a stabilire che il genitore che non vive stabilmente col figlio debba partecipare alle spese per la sua crescita, versando un assegno mensile, detto assegno di mantenimento. Il genitore che non adempie a tale obbligo può incorrere nel reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare.

Invece per quanto riguarda le spese straordinarie (tali intendendosi quelle imprevedibili o comunque eccezionali), il giudice stabilisce (sempre fatti salvi diversi accordi) che i genitori vi provvedano per metà ciascuno.

Ciò detto riguardo ai doveri dei genitori, va però chiarito che essi (da compiersi sempre nell’interesse del figlio) corrispondono anche a dei diritti per il genitore (specie quello che non vive stabilmente coi figli) di vedersi assicurata la possibilità di frequentare il minore. Ciò, non solo per conservare e rafforzare i rapporti affettivi con il figlio ma anche per contribuire adeguatamente alla sua educazione e al mantenimento economico.

La situazione ideale è quindi che i genitori si rivolgano al giudice per regolamentare il mantenimento e il diritto di visita del figlio in un regime di affido condiviso.

Scelta questa che non rappresenta un obbligo di legge ma che si rende opportuna nell’interesse di tutti. Questa scelta infatti, se non lasciata all’accordo privato delle parti, offrirà delle maggiori tutele a ciascuno nel caso in cui il provvedimento del giudice non fosse rispettato (sia con riferimento al mantenimento che alle frequentazioni del figlio) in quanto esisterà un titolo giudiziario del quale ciascun genitore potrà chiedere il rispetto.

Sull’istanza (di regolamentazione di affidamento e mantenimento) – se manca l’accordo dei genitori- deciderà in tutto e per tutto il giudice (sia riguardo agli aspetti economici che alla disciplina dell’affidamento). Così, nel caso della figlia del lettore verrà stabilito con quale genitore dovrà vivere la bambina (verosimilmente la madre, data la tenera età della piccola), i giorni e i momenti che la minore dovrà trascorrere con l’altro genitore, l’assegno di mantenimento da quest’ultimo dovuto quale contributo alle spese per la sua crescita.

Dunque sono di fondamentale importanza gli accordi volti a regolamentare gli incontri e il mantenimento del minore. Più questi accordi sono dettagliati e rispettosi delle esigenze concrete di tutti i soggetti coinvolti, tanto più è facile che questi vengano approvati dal giudice, il quale prende atto di quanto concordato dai genitori se lo ritiene rispondente agli interessi del figlio.

Naturalmente quanto scritto sulla carta costituisce sempre un canovaccio di base, perché le situazioni riguardanti i figli richiedono sempre grande elasticità e capacità di adattarsi alle esigenze concrete del minore, esigenze che sono in continua evoluzione.

Se pur, infatti, è sempre possibile chiedere la modifica di detti accordi al mutare delle circostanze, tuttavia ciò non può certamente avvenire per le piccole cose (ad es. una febbre che non consente al minore di stare col papà, uno stesso capriccio del bambino, ecc).

È bene però non strumentalizzare queste situazioni. Capita infatti che in casi particolarmente conflittuali, il genitore che vive con il figlio tenda ad ostacolare un rapporto costante tra il bambino e l’altro genitore.

Così facendo egli non solo si pone in contrasto col principio di legge che vuole garantita la bigenitorialità, ma arreca anche un danno al figlio stesso il quale ha diritto a costruire, mantenere e preservare un rapporto continuativo con ciascun genitore e i suoi parenti.

In conclusione, nella situazione descritta il padre della bambina ha il diritto/dovere di vedere la figlia e di partecipare alla sua crescita (sia in senso morale che economico).

Tale diritto, tuttavia, non appartiene solo al padre, ma (in pari, e non maggiore, misura) anche alla madre e alla stessa minore, la quale ha pari diritto a non essere privata, durante la sua crescita, delle cure, dell’educazione, dell’istruzione e del mantenimento da parte di entrambi i genitori.

In mancanza la stessa potrà, una volta cresciuta (o prima, a mezzo del genitore che se ne prende cura) rivolgersi al giudice al fine di ottenere il risarcimento del danno per la privazione morale e affettiva subita nel corso della sua vita.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Maria Elena Casarano


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