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Separazione: a chi spetta la casa data in comodato?

26 maggio 2018


Separazione: a chi spetta la casa data in comodato?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 maggio 2018



Vivo con mia moglie e mia figlia piccola in una casa di proprietà di mia madre, in comodato gratuito a me intestato. In caso di separazione sono obbligato a lasciare la casa in comodato in quanto costretto su richiesta della moglie? Il mio ISEE è basso e non posso pagare l’ affitto di un’eventuale casa, insieme all’assegno per mia figlia.

Per dare risposta al quesito è opportuna una primaria descrizione, seppur per sommi capi, dell’istituto del comodato.

Questo è il contratto mediante il quale il proprietario (detto comodante) consegna gratuitamente un bene (mobile o immobile) ad un altro soggetto (detto comodatario) affinché se ne serva per un tempo e un uso determinato e lo restituisca alla scadenza.

Il comodato può essere:

– tradizionale: in tal caso i contraenti fissano un termine entro il quale il bene concesso in comodato dovrà essere restituito. Le parti possono indicare una precisa data di scadenza oppure questa può essere desunta dallo scopo del contratto stesso o dall’uso a cui la cosa è destinata (si pensi alla casa concessa in comodato gratuito al nipote per il periodo di frequentazione del corso di studi universitari);

– precario: con esso le parti non stabiliscono un termine di scadenza né questo può desumersi dall’uso a cui la cosa era destinata (ad es. prestito di un’auto senza specificare per quanto tempo e per quale motivo).

La differenza tra le due tipologie di comodato sta nel diverso potere che il comodante ha di ottenere indietro il proprio bene.

Mentre nel comodato tradizionale, infatti, non è possibile domandare la restituzione del bene prima della scadenza pattuita (salvo il caso di bisogno urgente e imprevisto), nel caso del comodato precario, invece, mancando un termine di scadenza, il comodante può chiedere la restituzione del bene in qualsiasi momento e senza dover indicare un motivo specifico. Sicché, il comodatario è tenuto a restituire il bene non appena il comodante lo richiede.

Fatta questa distinzione, occorre chiarire come possa qualificarsi il comodato relativo ad un’immobile dato al figlio per esigenze abitative della sua famiglia (cioè destinato a casa familiare) e quindi, senza che sia stato fissato nel contratto un termine di scadenza.

Sul tema si è pronunciata la Suprema Corte -con una importante sentenza a sezioni unite (Cass. Sez. Un., sent. n. 20448/14)- stabilendo che il comodato avente ad oggetto un immobile del genitore destinato alle esigenze abitative della famiglia del figlio costituisce un comodato di lunga durata, soggetto alle regole del comodato tradizionale. Con l’effetto che il genitore potrebbe chiederne il rilascio solo una volta che siano cessate le esigenze abitative della famiglia; esigenze che tuttavia non possono dirsi cessate con la sola separazione dei coniugi/comodatari se c’è la necessità di garantire la continuità di un habitat domestico ai figli. Solo un impellente bisogno del comodante potrebbe giustificare il rilascio della casa.

Ora, in caso di separazione, se i genitori non trovano un accordo in merito alla destinazione della casa coniugale, dovrà essere il giudice a decidere a chi di loro attribuire il godimento del bene secondo un criterio che non guarda all’assegnazione della casa ad uno o l’altro dei genitori come misura assistenziale per il coniuge economicamente più debole, ma esclusivamente all’esigenza di garantire ai figli di continuare a vivere nello stesso ambiente domestico in cui sono cresciuti quando la famiglia era unita.

Quanto poi alla durata della assegnazione, il provvedimento del giudice potrà essere revocato (con una apposita domanda formulata dall’interessato) quando i figli raggiungano l’ autosufficienza economica o quando cessino di vivere in modo stabile col genitore che ha ottenuto l’assegnazione dell’immobile oppure quando il genitore assegnatario cessi di abitare nella casa (si pensi al caso in cui questi preferisca tornare a stare dai propri genitori o si trasferisca per motivi di lavoro) oppure intraprenda una nuova relazione e vada a convivere stabilmente con il nuovo compagno/a oppure si risposi.

In conclusione, se il contratto di comodato è stato stipulato per le esigenze abitative della famiglia del lettore (e non solo per le sue personali) senza l’indicazione di una scadenza, esso deve intendersi di lunga durata e perciò destinato ad aver vigore fino a quando non sarà necessario garantire a sua figlia una stabilità abitativa.

Perciò, se al momento della separazione, i due coniugi non dovessero trovare un accordo con l’aiuto dei rispettivi avvocati, verosimilmente il giudice deciderà di assegnare la casa alla moglie del lettore, vista la minore età della loro figlia, salvo che non gli siano rappresentate ragioni che gli facciano ritenere più opportuno, nell’interesse della piccola, assegnare l’immobile al lettore. Tali ragioni, tuttavia, non potranno essere individuate nell’esiguità dei redditi del lettore. Il giudice, invece, potrà tenere conto della sfavorevole posizione economica di quest’ultimo nel determinare la misura dell’assegno di mantenimento per  la figlia e per la moglie (se da questa richiesto) considerando anche il valore locatizio della casa di cui la stessa godrebbe insieme alla bambina senza dover pagare un canone di affitto.

Il consiglio quindi al lettore è quello di valutare la possibilità di raggiungere un accordo con sua moglie che tenga in debito conto delle esigenze di tutti e primariamente della loro figlia.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Maria Elena Casarano

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1 Commento

  1. ..e poi si domandano ancora il perché della scarsità dei matrimoni e di molti scoppi inaspettati di violenza fra coniugi…è la folle politica coniugale dello stato italiota a favorirlo!!

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