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Fallimento e cancellazione dal registro delle imprese: conseguenze

19 maggio 2018


Fallimento e cancellazione dal registro delle imprese: conseguenze

> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 maggio 2018



Ho una ditta individuale: dopo 1 anno dalla cancellazione dal registro delle imprese sono ancora fallibile?Posso pagare i debiti fino all’anno “precedente alla chiusura” per poi fare la richiesta della legge 3/2012, dove appunto si parla delle ditte individuali non fallibili dopo l’anno dalla cancellazione?

A parere dello scrivente, poiché, ai sensi dell’art. 10 della legge fallimentare, gli imprenditori individuali e collettivi possono essere dichiarati falliti entro un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese, essendo trascorso oltre un anno dalla cancellazione, il lettore non è più fallibile.

Pertanto, potrà risolvere la sua situazione debitoria mediante la legge “salva suicidi – n. 3/2012.

Quanto evidenziato, viene affermato per i seguenti motivi.

Il fallimento è la più nota delle procedure concorsuali individuate tutte dalla legislazione speciale ed è disciplinato, in particolare, dal Regio Decreto 16 marzo 1942, n. 267 (legge fallimentare), modificato di recente dalla Legge n. 132/2015. Si tratta di una procedura volta alla constatazione dello stato di insolvenza dell’imprenditore, all’accertamento dei crediti vantati nei suoi confronti e alla loro successiva liquidazione secondo il criterio della par condicio creditorum, tenendo conto delle cause legittime di prelazione. In altre parole, il fallimento serve a fare sì che i creditori ottengano il pagamento di quanto loro dovuto, calcolando le componenti attive dell’impresa.

Non fallisce mai l’impresa ma solo ed esclusivamente l’imprenditore, individuale o collettivo, che la esercita e svolge dunque un’attività economica organizzata e portata avanti in modo professionale. L’art. 1 l.f., evidenzia che non sono soggetti al fallimento gli imprenditori che dimostrano il possesso congiunto di questi requisiti:

a) aver avuto, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito della istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore ad euro trecentomila;

b) aver realizzato, in qualunque modo risulti, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore ad euro duecentomila;

c) avere un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore ad euro cinquecentomila.

In altre parole, le società aventi ad oggetto un’attività commerciale rientranti nei requisiti dimensionali previsti, non sono assoggettabili alla disciplina fallimentare, dunque la distinzione tra imprenditore piccolo e medio-grande fa riferimento al criterio della dimensione dell’impresa. L’onere della prova, circa l’ammontare dell’attivo patrimoniale, dei ricavi lordi e dell’esposizione debitoria, è posta a carico del debitore.

Ai sensi dell’art. 10 della legge fallimentare, gli imprenditori individuali e collettivi possono essere dichiarati falliti entro un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese.

Da quanto si legge nel quesito, è a parere dello scrivente possibile sanare la posizione debitoria del lettore attraverso lo strumento del procedimento di composizione della crisi o sovraindebitamento. Per fare ciò questi dovrebbe depositare opportuna domanda presso la sezione di Volontaria Giurisdizione del Tribunale del luogo di residenza o presso l’Ufficio dell’Organismo di Composizione della crisi istituito presso la Camera di Commercio.

Il soggetto sovraindebitato, ossia la persona fisica, il piccolo imprenditore, l’imprenditore agricolo e così via, ha a disposizione uno strumento che può portare ad un accordo, tra debitore e creditore, che consente di cancellare i debiti e soddisfare i crediti.

La nuova normativa in materia di composizione della crisi da sovraindebitamento, offre al debitore, tra gli strumenti per liberarsi dai propri debiti, l’accordo di ristrutturazione se i debiti sono di natura imprenditoriale, o piano del consumatore se invece hanno natura personale. Tale accordo viene predisposto con l’ausilio degli organismi di composizione della crisi, e prevede un piano di rientro mediante il quale il debitore si impegna a pagare regolarmente quanto dovuto.

La ristrutturazione dei debiti e la, conseguente, soddisfazione dei crediti, possono avvenire attraverso qualsiasi forma: viene attribuita dunque al debitore un’ampia discrezionalità. Nel momento in cui però il patrimonio del sovraindebitato risulti insufficiente a garantire la fattibilità del piano, è possibile l’intervento del terzo sia come aiuto concreto, mediante il conferimento di denaro o beni a copertura dei debiti, che come garante dell’adempimento dell’accordo da parte dell’obbligato.

Come ulteriore garanzia di adempimento possono essere adottate delle misure di limitazione nei confronti del debitore che riguardano l’utilizzo delle carte di credito, la sottoscrizione di contratti di strumenti di finanziamento e l’accesso del mercato del credito al consumo.

Affinchè la proposta di accordo abbia una validità tra le parti, deve essere depositata, dal debitore, anche attraverso l’Organismo di Composizione della crisi della Camera di Commercio, presso il Tribunale del luogo in cui ha la residenza.

Il giudice investito della questione, oltre a prendere visione della proposta e della documentazione allegata dal richiedente, esamina la relazione dell’organismo di composizione della crisi, riguardante la situazione del sovraindebitato, ed eventuali contestazioni mosse dai creditori.

Se la proposta soddisfa i requisiti di legge, il giudice fissa immediatamente l’udienza e dispone la pubblicità dell’accordo.

In sede di udienza, dunque, qualora non si ravvisino atti in frode ai creditori, viene stabilito un termine non superiore ai centoventi giorni in cui non possono essere attivate azioni esecutive né sequestri né diritti di prelazione sul patrimonio del debitore che ha presentato proposta di accordo, da parte dei creditori.

Pertanto, con lo strumento della composizione della crisi anche la persona letteralmente sommersa dai debiti riesce dunque ad avere un pòdi respiro per sanare la propria situazione e, nella maggioranza dei casi, tornare a vivere serenamente.

Un ultimo suggerimento.

È preferibile che la situazione economico-patrimoniale del lettore venga preliminarmente analizzata da:

– un commercialista od esperto contabile;

– un avvocato esperto in materia;

– l’Organismo di Composizione della crisi istituito presso la Camera di Commercio;

in maniera da verificare, in base alle sue entrate o beni, la fattibilità concreta del piano di rientro.

La giurisprudenza conferma quanto detto.

Ai fini della decorrenza del termine annuale entro il quale può essere dichiarato il fallimento di una impresa svolta in forma societaria (secondo l’articolo 10 della legge fallimentare), occorre fare riferimento solo alla data di cancellazione dal registro delle imprese, in rapporto alle risultanze della visura. Non rileva, cioè, nei confronti dei terzi, quale sia stata l’eventuale diversa data di effettiva cessazione, perché rispetto alla risultanze della visura l’impresa non ha la possibilità di dimostrare il momento asseritamente anteriore di una tale condizione di fatto.” Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Sentenza|1 dicembre 2016| n. 24549.

Quanto all’omessa cancellazione d’ufficio della cancellazione della società, va ribadito che con le sentenze nn. 4060, 4061 e 4062 del 2010 le sezioni unite di questa corte hanno ravvisato nelle modifiche apportate dal legislatore al testo dell’articolo 2495 c.c. (rispetto alla formulazione del precedente articolo 2456, che disciplinava la medesima materia) una valenza innovativa. Pertanto, la cancellazione di una società di capitali dal registro delle imprese, che nel precedente regime normativo si riteneva non valesse a provocare l’estinzione dell’ente, qualora non tutti i rapporti giuridici ad esso facenti capo fossero stati definiti, e’ ora invece da considerarsi senz’altro produttiva di quell’effetto estintivo: effetto destinato ad operare in coincidenza con la cancellazione, se questa abbia avuto luogo in epoca successiva al 1 gennaio 2004, data di entrata in vigore della citata riforma, o a partire da quella data se si tratti di cancellazione intervenuta in un momento precedente. Per ragioni di ordine sistematico, desunte anche dal disposto del novellato articolo 10 della legge fallimentare, la stessa regola e’ apparsa applicabile anche alla cancellazione volontaria delle società di persone dal registro, quantunque tali società non siano direttamente interessate dalla nuova disposizione del menzionato articolo 2495 e sia rimasto per loro in vigore l’invariato disposto dell’articolo 2312 (integrato, per le società in accomandita semplice, dal successivo articolo 2324). La situazione delle società di persone si differenzia da quella delle società di capitali, a tal riguardo, solo in quanto l’iscrizione nel registro delle imprese dell’atto che le cancella ha valore di pubblicità meramente dichiarativa, superabile con prova contraria. Ma e’ bene precisare che tale prova contraria non potrebbe vertere sul solo dato statico della pendenza di rapporti non ancora definiti facenti capo alla società, perchè ciò condurrebbe in sostanza ad un risultato corrispondente alla situazione preesistente alla riforma societaria. Per superare la presunzione di estinzione occorre, invece, la prova di un fatto dinamico: cioè che la società abbia continuato in realtà ad operare – e dunque ad esistere – pur dopo l’avvenuta cancellazione dal registro. Ed e’ questa soltanto la situazione alla quale la successiva sentenza n. 8426 del 2010 ha poi ricollegato anche la possibilità che, tanto per le società di persone quanto per le società di capitali, si addivenga anche d’ufficio alla “cancellazione della pregressa cancellazione” (cioè alla rimozione della cancellazione dal registro in precedenza intervenuta), in forza del disposto dell’articolo 2191 c.c., con la conseguente presunzione che la società non abbia mai cessato medio tempore di operare e di esistere (Sez. U, Sentenza n. 6070 del 2013).” Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Sentenza|10 agosto 2015| n. 16638.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Rossella Blaiotta


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