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Genitori anziani: quando il reato di abbandono?

19 maggio 2018


Genitori anziani: quando il reato di abbandono?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 maggio 2018



Ho 70 anni, sono sposata. Da 10 anni i miei  genitori, ormai anziani, hanno voluto interrompere i rapporti con noi. Mio padre è ricoverato in una struttura per anziani. Mia madre, economicamente autonoma, vive da sola ed è aiutata da un signore. Pochi mesi fa il Tribunale mi ha contattato per una proposta di interdizione di mio padre e di un amministrazione di sostegno di mia madre. Mia madre, comunque economicamente autonoma, in udienza ha riferito al giudice di voler essere assistita dal suddetto signore e di non voler riprendere rapporti con me e la mia famiglia. Il PM ha dato parere positivo. Dovesse accaderle qualcosa sussisterebbe il reato di abbandono?

Per dare risposta al quesito in esame è opportuno delineare in primo luogo i presupposti e i confini del reato di abbandono di persona incapace (art. 591 cod. pen.) al fine di raffrontarli, poi, alla specifica situazione familiare rappresentata dalla lettrice.

La norma in questione punisce (con la reclusione da 6 mesi a 5 anni) tutti quei soggetti che, a causa della particolare posizione giuridica che rivestono (genitori, figli, insegnanti, personale ospedaliero, ecc.), sono tenuti alla custodia e alla cura di una persona incapace di provvedere a se stessa (tale dovendosi considerare, oltre al minore di 14 anni, il soggetto incapace a causa di una malattia o dell’età avanzata) con lo scopo di tutelarne la vita e l’incolumità individuale.

In particolare, col termine “custodia” la norma fa riferimento a quel dovere (anche temporaneo o occasionale) di sorveglianza diretta e immediata dell’incapace, mentre con la parola “cura” a forme di protezione di tipo particolare dovute nei riguardi di soggetti aventi specifiche esigenze (si pensi ai portatori di handicap o di particolari patologie).

L’incapacità alla quale si riferisce la norma, peraltro, non va intesa nella sua accezione giuridica (ad esempio l’effetto di una pronuncia giudiziaria di interdizione) bensì come incapacità naturale; ossia come condizione che, di fatto, non consente al soggetto debole di disporre di tutti gli strumenti (fisici e cognitivi) occorrenti per salvaguardia della propria incolumità. Condizione questa che verosimilmente può ravvisarsi nella situazione in cui versa attualmente la madre della lettrice.

L’abbandono per come inteso dalla legge può consistere:

– nel lasciare curare e custodire l’incapace da un soggetto che non abbia le capacità di farlo; si pensi al caso in cui la madre della lettrice richieda delle cure di tipo infermieristico che invece chi se ne occupa non sia in grado di prestargli;

– nell’impedire il tempestivo intervento di altri soggetti, teso evitare il pericolo quando se ne ponga la necessità (in tal caso si parla di omissione);

– nell’interrompere la assistenza prestata fino a quel momento;

– nel non prestare alcuna assistenza all’incapace (si parla in tal caso di abbandono totale);

– nel prestare un’assistenza inadeguata alle necessità del soggetto (è questo il c.d. abbandono parziale); tale può considerarsi l’ipotesi in cui l’incapace riceva solo le cure “essenziali” alla sopravvivenza, venendo per il resto lasciato in una situazione di degrado.

Il reato in questione è detto “di pericolo” in quanto la condotta dell’abbandono viene punita a prescindere dal verificarsi di una lesione (o della morte) dell’ incapace; circostanze queste che, semmai, costituiscono semplice aggravante del reato. Può ben trattarsi, perciò, di un pericolo anche solo potenziale (si pensi al caso dell’anziano che venga lasciato da solo pur sapendo che non sarebbe in grado di gestire una situazione di pericolo).

Quanto all’elemento psicologico richiesto, ai fini della punibilità, al soggetto imputato del reato in questione, occorre che questi abbia avuto coscienza e volontà di lasciare l’incapace privo di custodia insieme alla consapevolezza di esporlo ad una situazione pericolosa per via della sua incapacità.

Ciò detto in via preliminare,  a parere dello scrivente è da ritenere che le suddette situazioni oggettive e soggettive non possano ritenersi sussistenti nel caso  specifico. E ciò non solo e non tanto perché è la madre stessa della lettrice a rifiutare i contatti con la figlia (poco rileverebbe stante lo stato di incapacità dell’anziana) e neppure perché la donna ha un reddito adeguato a provvedere da sola alle proprie necessità (in mancanza la lettrice sarebbe semmai tenuta a versarle gli alimenti), quanto piuttosto perché è stata già avviata nei suoi riguardi una forma di tutela giudiziaria (nomina di un amministratore di sostegno) che finisce con l’esonerare quest’ultima  da eventuali responsabilità ove dovesse avvenire qualcosa di spiacevole o qualcuno dovesse fare eventuali segnalazioni di abbandono alle autorità.

Se la lettrice avesse saputo sua madre priva di assistenza, in quanto familiare più prossimo, avrebbe avuto il dovere, ove la donna avesse rifiutato qualsiasi aiuto, di predisporre tutte le tutele del caso, preoccupandosi di individuare la forma di protezione più adeguata alla specifica situazione (anche solo quella di assicurarsi che una badante si occupasse di lei). E se l’anziana avesse proseguito nel non collaborare, privandosi volutamente della assistenza necessaria alla tutela della sua vita e incolumità, la lettrice ben avrebbe potuto (meglio, dovuto) rivolgersi all’ufficio del giudice tutelare affinché – tenuto conto del deterioramento dei rapporti con sua madre, della impossibilità oggettiva per lei di occuparsene e di gestirne il denaro (sia per i suoi motivi di salute che per il rifiuto della genitrice ad averla vicina) nominasse un amministratore di sostegno (figura questa che viene solitamente individuata dalla persona – non necessariamente un familiare – indicata dallo stesso amministrando).

Tale iniziativa, a quanto pare, è invece già stata presa dai servizi socio-assistenziali e rispetto ad essa la lettrice non ha assunto un ruolo passivo, ma si è comunque affidata ad un legale che, certamente, avrà saputo ben rappresentare al giudice tutelare la sua situazione e la conseguente impossibilità per la stessa di rivestire il ruolo di amministratore di sostegno. E d’altronde, anche quando in passato la lettrice è stata interpellata dai CIS, non ha posto un rifiuto ad intervenire per la risoluzione dei problemi del caso (prelievo di denaro), bensì ha loro rappresentato la impossibilità oggettiva di poter risolvere la specifica problematica (per mancanza di delega al prelievo in banca).

Dunque, allo stato vi è un soggetto (questo signore indicato dalla madre della lettrice al giudice) che si occupa (si suppone nel ruolo di amministratore di sostegno) della gestione economica e della cura dell’anziana per espressa volontà della donna e dunque non sussiste in alcun modo il pericolo che la lettrice possa essere chiamata a rispondere del reato di abbandono.

Ove invece, per qualsiasi ragione, questa persona dovesse non rivestire più questo ruolo, la stessa dovrebbe darne tempestiva comunicazione all’ufficio del giudice tutelare (presso il quale, peraltro, è tenuta a depositare dei rendiconti periodici dell’amministrazione). In tal caso la lettrice e gli altri familiari (già interessati  della questione) ne verrebbero certamente informati dallo stesso tribunale al fine della nomina di un nuovo amministratore.

Al di là di questo, il consiglio alla lettrice (quale ulteriore tutela da eventuali accuse di disinteresse verso l’anziana genitrice), è comunque quello di informarsi periodicamente sullo stato generale di sua madre, cercando quantomeno di mantenere contatti con i vicini di casa, con il suo medico di base o con la stessa persona che la assiste. Ove necessario è bene che la stessa si dichiari disponibile (la lettrice o gli altri familiari) a portare un supporto esterno (ad esempio acquisto di farmaci o di alimentari) anche se poi la madre non intende incontrarla. Se, infatti, il signore incaricato dalla madre (e dal giudice) si occupa dell’anziana in tutto e per tutto, è possibile che ci siano dei momenti (disbrigo di adempimenti fuori da casa) in cui la donna venga lasciata priva di assistenza. Situazione questa che, col passare del tempo, sarebbe certamente preferibile evitare.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Maria Elena Casarano

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