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Separazione: a chi spetta pagare gli alimenti?

19 maggio 2018


Separazione: a chi spetta pagare gli alimenti?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 maggio 2018



Ho 70 anni, sono un ex dirigente con una pensione di €1800,00 che non ha nè immobili nè risparmi, solo una vettura di 10 anni. Sono sposato e ho due figli laureati. Mia moglie lavora, possiede la casa dove viviamo,oltre ad altre due e imprecisati risparmi ereditati. In caso di separazione quanti alimenti dovrei corrispondergli o lei dovrebbe corrispondere a me?

Prima di rispondere al quesito, è opportuno fare un necessario chiarimento, atteso che il lettore domanda “quanti alimenti” dovrebbe corrispondere o ricevere a/da sua moglie.

Orbene, a riguardo va detto che spesso si usa la parola alimenti per riferirsi anche all’assegno di mantenimento dovuto dopo la separazione o il divorzio. È invece importante tenere distinte le due cose. Pur avendo, infatti, questi emolumenti una funzione assistenziale del coniuge, essi partono tuttavia da diversi presupposti.

In altri termini, l’assegno di mantenimento è un importo periodico (di solito mensile) dovuto da un coniuge all’altro dopo la separazione e trova la sua fonte nel reciproco dovere di solidarietà tra marito e moglie; dovere che permane anche dopo la separazione, atteso che essa non fa venir meno il vincolo del matrimonio.

Tale assegno vuole permettere al coniuge economicamente più debole (in quanto non avente mezzi sufficienti per sostenere un tenore di vita analogo a quello goduto durante il matrimonio) di adeguarsi alle nuove condizioni di vita derivanti dalla disgregazione del rapporto coniugale.

In altre parole perciò, presupposto di detto assegno non è lo stato di bisogno del soggetto più debole bensì la insufficienza di risorse economiche idonee ad assicurargli la conservazione del tenore della vita che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione del matrimonio.

Presupposto per chiedere e ottenere gli alimenti, invece, è lo stato di bisogno, legato alla impossibilità di procurarsi lo stretto necessario per vivere per ragioni oggettive. Gli alimenti, peraltro, a differenza del mantenimento, possono essere richiesti da chiunque versi in condizioni di bisogno e non solo dal coniuge (si pensi alla persona anziana che cerchi aiuto dai figli). Situazione questa, di certo non afferente al caso di specie.

La domanda per ottenere gli alimenti, peraltro, può essere avanzata anche al di fuori del giudizio di separazione e divorzio da chiunque ne abbia interesse, a prescindere dall’eventuale sentenza di addebito e indipendentementedall’età del richiedente.

Dunque, la legge nel riferirsi all’assegno di mantenimento fa riferimento alla insufficienza di risorse economiche idonee ad assicurargli la conservazione del tenore della vita coniugale.

Nello specifico essa, in caso di separazione dei coniugi, fa riferimento a due precise condizioni.

Quella che l’eventuale beneficiario:

– non abbia ricevuto una pronuncia di addebito a seguito del giudizio di separazione (cioè che il giudice non l’abbia ritenuto responsabile del fallimento del matrimonio) per aver tenuto una condotta contraria ai doveri coniugali;

– non disponga di “adeguati redditi propri“.

Stabilendo la misura dell’assegno, il giudice dovrà mirare a portare un equilibrio nella disparità economica delle parti. Con tale obiettivo, egli dovrà accertare, anche avvalendosi dell’ausilio di un consulente tecnico (CTU):

– quale sia stato il tenore di vita goduto dai coniugi durante il matrimonio e se i mezzi economici di cui dispone il richiedente (perché senza richiesta il giudice non lo può disporre) gli permettano di conservarlo anche in assenza dell’assegno;

– la sussistenza o meno di una disparità economica tra le parti attraverso l’analisi dei redditi derivanti dall’attività lavorativa anche, cosiddetta “in nero” di ciascuna (in caso di disoccupazione del richiedente, l’attitudine a svolgerla tenuto conto dell’età, della salute e dell’eventuale esperienza lavorativa acquisita), il possesso di titoli, depositi e conti correnti;

– ogni utilità, diversa dal denaro, alla quale possa attribuirsi un valore economico: si pensi alla titolarità di immobili dati in locazione, all’assegnazione della casa coniugale (sulla quale va valutato il risparmio della spesa necessaria per il godimento di un immobile di analogo valore), ecc.;

– le spese gravanti su ciascuno dopo la separazione, ad esempio il mutuo sulla casa coniugale, il canone di locazione o il mutuo su una nuova casa, la presenza di figli nati da un’altra relazione, le spese sanitarie ove vi sia una malattia cronica, ecc.

Venendo al caso concreto, il quesito indica in via esclusiva l’ammontare dei redditi del lettore, ma non di quelli della moglie che, ben potrebbero essere (e verosimilmente lo sono) maggiori ove gli immobili in possesso della donna fossero produttori di reddito.

L’obiettivo che, infatti, l’assegno deve prefiggersi – come sopra si diceva – è quello di consentire al coniuge economicamente più debole (che in tal caso potrebbe essere il lettore) la conservazione di un tenore di vita analogo a quello goduto durante il matrimonio.

Ora, volendo indicare un criterio di calcolo di massima, solitamente, l’importo dell’assegno viene calcolato in un importo che va da un terzo a un quarto (se chi riceve l’assegno resta nel godimento della casa coniugale) del reddito del coniuge più “ricco”; importo che, dove ci sia comunque una autonomia, anche parziale della parte più debole, dovrà calcolarsi partendo dalla differenza tra i due redditi. Ad es. se la moglie ha un reddito di 1200 e conserva la casa, mentre il lettore 1800, il calcolo andrà effettuato su un quarto della differenza tra i due importi, cioè un quanto di 600 (ossia 150).

Nel caso specifico, tuttavia, non sembrano sussistenti i presupposti perché la moglie del lettore possa vantare un assegno nei confronti di quest’ultimo vista la sua posizione di lavoratrice dipendente, di proprietaria di immobili e di titolare di somme di denaro. Non si dispone, invece, di elementi per poter affermare il contrario, non conoscendo i redditi della moglie del lettore, per quanto si ritiene più che verosimile che tale diritto sussista.

Può tuttavia farsi una considerazione.

Ormai, con le recenti riforme, il tempo necessario per chiedere il divorzio dopo la separazione si è sensibilmente ridotto. Non più i tre anni previsti in passato, ma 6 mesi (se la separazione è stata consensuale) o 1 anno se è stata giudiziale.

Ciò detto, va considerato che, in sede di divorzio, le regole riguardo all’assegno cambiano perché l’ orientamento prevalente dei giudici è ormai quello di una interpretazione della legge che non collega più (come è sempre stato fino a poco tempo fa) il diritto all’assegno di divorzio al tenore di vita precedente (uniformandolo, nella sostanza, all’assegno di mantenimento dovuto dopo la separazione) ma lo riconosce solo qualora il coniuge più debole non sia economicamente autosufficiente (criterio che, peraltro, è stato individuato in una disponibilità reddituale di circa 1000 euro al mese).

Questo significa, all’atto pratico, che nel caso specifico né il lettore né sua moglie, con il divorzio, potrebbero vantare dall’altro un assegno divorzile, essendo entrambi percettori di un reddito più che adeguato a provvedere ai loro bisogni e ben superiore ai mille euro mensili.

Pertanto il consiglio pratico che si offre al lettore è quello di valutare le eventuali richieste di sua moglie in sede di separazione. Perché se la donna dovesse chiedergli un assegno, in tal caso il lettore potrà non solo opporsi alla richiesta ma essere addirittura egli stesso a formulare in corso di causa un’istanza in tal senso, stanti i maggiori redditi della consorte.

Diversamente, se la moglie non dovesse chiedere nulla, sarebbe opportuno valutare attentamente la possibilità di formulare la richiesta di un assegno di mantenimento visto che (anche ove fosse riconosciuto al lettore) di lì a pochi mesi, con il divorzio (che la moglie non esiterebbe a chiedere il prima possibile), ne perderebbe certamente il diritto.

Si andrebbe, infatti, ad instaurare un sicuro procedimento contenzioso che comporterebbe un inutile dispendio di tempo e di denaro.

In conclusione, in base ai dati forniti, si ritiene che nel caso di specie non vi siano i presupposti perché la moglie del lettore possa chiedergli, in sede di separazione, un assegno di mantenimento. Non si puòinvece escludere il contrario (ossia il diritto del lettore a chiedere detto assegno alla donna). Pertanto, se dovesse essere la moglie a richiederglielo, il lettore deve opporsi fermamente alla predetta istanza, dichiarandosi pronto, semmai, ad essere egli stesso a domandarglielo.

Su queste basi a parere dello scrivente l’ipotesi più conveniente per tutti è quella di separarsi consensualmente rinunciando reciprocamente a qualsivoglia pretesa economica.

Quanto ai figli maggiorenni e laureati, deve presumersi che questi siano anche economicamente autosufficienti e pertanto che nulla debba essere versato in loro favore. In ogni caso, ove così non fosse, si fa rinvio per un approfondimento all’articolo Il mantenimento del figlio maggiorenne.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Maria Elena Casarano

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