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Separazione e assegno di mantenimento: cosa succede alla maggiore età del figlio?

19 maggio 2018


Separazione e assegno di mantenimento: cosa succede alla maggiore età del figlio?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 maggio 2018



Ho 50 anni e lavoro a 250 km dalla mia residenza (genitori). Percepisco un reddito di 1,100 euro e pago 400 euro per dormire in una stanza. Sono divorziato da 10 anni. Sono ancora tenuto a pagare alla mia ex moglie il mantenimento per mio figlio di 200 euro? La mia ex lavora part time con un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Mio figlio ha 21 anni e lavora con un contratto di lavoro a termine che scadrà a fine anno. Non ho alcuna proprietà, nemmeno l’automobile.

La legge pone su entrambi i genitori l’obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole [1]. Essa tuttavia non precisa il momento esatto in cui tale obbligo venga meno.

È tuttavia pacifico che esso resti in vigore oltre la maggiore età dei figli, se essi non si siano ancora resi economicamente autosufficienti; tant’è che il codice civile [2] attribuisce al giudice il potere di disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico.

Va precisato, però, che sul tema le pronunce di giudici non sono del tutto omogenee nello stabilire quando e a quali condizioni detto dovere genitoriale cessi.

In linea di massima può dirsi che esso si interrompe al momento del raggiungimento della autosufficienza economica dei figli, intesa come percezione di un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in base alle normali condizioni di mercato.

Così, ad esempio, la Cassazione [3] ha affermato che, per il venir meno del suddetto obbligo, non è sufficiente che al figlio sia fornita l’occasione di un lavoro (se pur stabile), ma occorre che tale impiego sia adeguato alle sue attitudini e aspirazioni; per cui, i genitori sarebbero esonerati dal dovere di mantenimento solo qualora il figlio rifiuti senza un motivo adeguato un posto di lavoro in linea con la propria preparazione.

Va detto, tuttavia, che sul tema esistono anche pronunce di senso opposto.

Così, ad esempio, sempre la Cassazione ha revocato l’obbligo di versamento dell’assegno nei confronti di un figlio maggiorenne che, dopo il diploma aveva rifiutato il posto (se pur precario) in un call center [4].

Dunque, i giudici hanno dato rilievo anche alla mancanza di buona volontà dei figli di rendersi autosufficienti, sia pure in modo parziale.

Inoltre, pur non esistendo un limite di età superato il quale viene meno l’obbligo di mantenimento dei figli, si è detto che,comunque, esso può individuarsi al compimento dei 30 anni di età [5].

Quanto alla prova dell’autosufficienza raggiunta dal figlio (di solito gravante sul genitore interessato ad ottenere la revoca dell’assegno da versare) si ritiene che, in presenza di un’età sufficientemente adulta del giovane (che di certo non può individuarsi in un 21enne), sarà quest’ultimo a dover dimostrare, con una sostanziale inversione dell’onere della prova, di essersi seriamente impegnato e di aver fatto tutto quello che era nelle sue concrete possibilità per rendersi economicamente autonomo.

Ora, considerato che l’età di 21 anni, non può considerarsi sufficiente, per dimostrare la sussistenza dei presupposti del venir meno dell’obbligo al mantenimento, nel Suo caso andrebbe semmai dato rilievo al fatto che il ragazzo ha già un contratto di lavoro a termine. Quindi, in sostanza, ha già intrapreso un’attività lavorativa.

Tuttavia, su questo punto, si consiglia al lettore estrema prudenza.

Di positivo c’è da un lato che vi sono delle pronunce che affermano:

– che è sufficiente che il figlio abbia intrapreso un’attività lavorativa retribuita (come quella di pratica professionale svolta presso uno studio legale o di commercialista), per far ritenere che il giovane abbia raggiunto una propria autonomia intesa come acquisizione di una capacità lavorativa

– e che se, in un momento successivo, il figlio interrompa tale attività, non rinascerà di nuovo sul genitore l’obbligo di versargli il mantenimento (tutt’al più, il ragazzo potrà rivolgersi al giudice per ottenere gli alimenti, ossia di quanto necessario a far fronte alle proprie esigenze primarie di vita).

Per altro verso, tuttavia, non tutti i giudici sono orientati in tal senso, specie quando i figli siano sì maggiorenni, ma ancora molto giovani (insomma, non i classici 30enni che si fanno ancora mantenere dai genitori).

Alla luce di tutto questo (e della giurisprudenza” ballerina” sopra illustrata), il consiglio pratico che si offre al lettore è quello di attendere quantomeno la conclusione del contratto di lavoro a termine di suo figlio per accertarsi che, di seguito, il ragazzo ottenga un nuovo contratto.

Se così dovesse essere, il lettore potrà senz’altro procedere alla nomina di un avvocato per farsi assistere nella domanda giudiziale di revisione delle condizioni di divorzio [6] e chiedere l’esonero definitivo dal pagamento dell’assegno, dimostrando il raggiungimento della indipendenza economica del ragazzo.

Si sconsiglia invece di chiedere una semplice riduzione dell’importo da versare, trattandosi di un cifra già piuttosto esigua (circa 6 euro al giorno), assai vicina a quella ritenuta dalla maggior parte dei tribunali il contributo minimo dovuto per ciascun figlio da un genitore separato.

Il lettore non potrà perciò interrompere o autoridursi in modo autonomo il pagamento, sulla base diuna sua personale valutazione, in quanto incorrerebbe nel reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare.

In ogni caso, la legge non preclude al lettore la possibilità di inoltrare sin da ora la suddetta domanda di revisione, sul presupposto della sussistenza di un contratto a termine in vigore per suo figlio, ma avrebbe –a parere dello scrivente- delle possibilità assai minori di vedere accolta l’istanza, con inutile aggravio di spese giudiziali a suo carico.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Maria Elena Casarano


note

[1] Art. 30 Costituzione, art. 147 e 148 comma 1 cod. civ.

[2] Art. 337 septies cod. civ.

[3]Cfr. Cass. sent. n. 4555/2012.

[4] C. App. Catania sent. n. 571/14.

[5] Trib. Bari, sent. del 21.09.2006.

[6] Ai sensi dell’art. 9 L. 898/1970.


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