Diritto e Fisco | Editoriale

Separazione: si può modificare l’assegno se l’ex lavora in nero?

28 Agosto 2018
Separazione: si può modificare l’assegno se l’ex lavora in nero?

Assegno di mantenimento o di divorzio: revisione e rettifica possibile solo per fatti sopravvenuti alla sentenza salvo che vi sia stata oggettiva impossibilità a rilevare l’evasione.

Ti sei separata alcuni anni fa da tuo marito. Il giudice ti ha riconosciuto un assegno di mantenimento minimo, tenendo conto del reddito esiguo dichiarato all’epoca dal tuo ex coniuge. Non sapevi ancora molto di lui e dei suoi guadagni, anche perché avevate iniziato a vivere separati da diversi mesi. Oggi però hai scoperto che questi stava lavorando in nero per una seconda azienda e che il suo stipendio era superiore rispetto a quello emerso in corso di causa. Così ti chiedi: dopo la separazione, si può modificare l’assegno se l’ex lavora in nero? 

Il tuo caso è molto simile – anche se inverso – a quello del marito che, dopo essere stato condannato a pagare il mantenimento all’ex moglie, viene a sapere che questa svolgeva un lavoro in nero e così decide di ricorrere in tribunale per ottenere una riduzione degli alimenti che il magistrato le aveva riconosciuto in precedenza. Anche lui si chiede se si può modificare l’assegno di mantenimento se l’ex lavora in nero.

Risponderemo a queste domande qui di seguito tenendo conto anche di una terza e differente ipotesi: quella di chi inizia un lavoro in nero solo dopo la sentenza di separazione.

Per risolvere la questione bisogna tenere conto di un fatto determinante: quando è iniziato il lavoro in nero. Se, infatti, questo già sussisteva prima o durante la causa di separazione, allora ci sono poche chances di ottenere una revisione dell’assegno (salvo alcune eccezioni che a breve vedremo). Se invece il lavoro in nero è iniziato dopo la sentenza di separazione, allora le cose avranno un esito differente.

Procediamo dunque con ordine.

Se il lavoro in nero esisteva già all’epoca della causa di separazione

Le cause civili si basano su una regola: quella secondo cui chi fa una richiesta al giudice deve dimostrare i fatti che la sorreggono; deve cioè dare prova del fondamento del proprio diritto. Non può il giudice sostituirsi alle parti (come invece succede nei procedimenti penali dove è in gioco un interesse superiore); sono invece quest’ultime a dover fornire al magistrato tutti gli elementi per decidere. È ciò che viene detto onere della prova.

Dunque, se la moglie pretende un determinato assegno di mantenimento dal marito perché sostiene che questi ha un reddito superiore rispetto alle dichiarazioni dei redditi, deve dimostrarlo. Allo stesso modo il marito che ritiene che la moglie ha dei redditi nascosti deve darne prova.

Allo stesso modo, chi afferma che l’altro coniuge svolge un lavoro in nero è tenuto a dimostrarlo. In questo però la legge gli dà una mano visto che si tratta di attività che, spesso, neanche l’Agenzia delle Entrate stessa riesce a rilevare. Così, da un lato, il giudice ordina l’esibizione delle ultime dichiarazioni dei redditi. Ma quando ritiene che queste non siano attendibili, può ricostruire le condizioni reddituali dei coniugi sulla base di altri indizi. Quante parole…! Facciamo un esempio. Immaginiamo un imprenditore che si separi dalla moglie. In causa, deposita una dichiarazione dei redditi per poche migliaia di euro. Tuttavia risulta che i due hanno sempre vissuto in una villa di proprietà di lui, il quale era anche intestatario di auto di grossa cilindrata, di moto e ha sempre fatto, con la moglie, viaggi in località di lusso. Facile per il giudice desumere che l’uomo gode di redditi non dichiarati; così lo condannerà a un mantenimento superiore rispetto a quello che altrimenti gli spetterebbe sulla base dei dati fiscali.

Quand’anche questi elementi presuntivi non siano sufficienti a ricostruire il reddito del coniuge, il giudice può ordinare – su richiesta della controparte – delle indagini tributarie. Le indagini vengono svolte dalle autorità (la polizia tributaria) e sono rivolte a rilevare evasioni fiscali. La parte può anche provvedere autonomamente con indagini investigative private.

Esaminati i documenti ed effettuate le eventuali indagini tributarie, il giudice determina l’assegno senza riferimento a criteri matematici, ma operando in percentuale sul reddito medio mensile dell’altro coniuge, avuto riguardo al caso concreto e, quindi, all’incidenza sul reddito medio di ogni fattore economicamente rilevante.

Una volta però che esce la sentenza di separazione con la quantificazione dell’assegno di mantenimento, accertati o meno i redditi in nero, questa non può più essere rivista se non nel caso in cui intervengano fatti nuovi e sopravvenuti: ad esempio un’assunzione, una promozione, una vincita, un’eredità. In assenza di nuovi elementi, la sentenza può solo essere impugnata per vizi della decisione ma non per valutare nuove circostanze non prodotte prima.

Quindi, se dopo la pubblicazione della sentenza di separazione, ci si accorge che l’ex svolgeva lavori in nero, non si può chiedere una modifica dell’assegno. Spettava alla parte accorgersi di tale circostanza e segnalare al tribunale gli elementi da cui desumere la sussistenza di redditi nascosti.

C’è una sola eccezione a questa regola ed è stata chiarita dal tribunale di Roma qualche mese fa [1] (leggi Mantenimento all’ex che aderisce alla sanatoria): quando l’evasione fiscale non era facilmente conoscibile – come nel caso di soggetto con aziende in paradisi fiscali – allora la sentenza può essere ugualmente oggetto di revisione benché i fatti non siano sopravvenuti ma già sussistenti.

Non è possibile conoscere con l’ordinaria diligenza le esatte disponibilità reddituali e patrimoniali del marito, occultate all’estero, sconosciute anche alle autorità tributarie e rese note solo dopo la separazione attraverso la voluntary disclosure.

Se il lavoro in nero è successivo alla sentenza di separazione

Diverso è il caso del coniuge che si mette a lavorare, seppur in nero, dopo la sentenza di separazione. In questo caso non ci sono ostacoli alla revisione dell’assegno che può essere chiesta in qualsiasi momento, trattandosi di circostanze sopravvenute.

Bisogna comunque ricordare che, anche in questa circostanza, non ci si può sottrarre dall’onere della prova, e pertanto bisognerà essere puntuali nel portare al giudice le evidenze dell’attività di lavoro segreta.


note

[1] Trib. Roma, decr. del 16.03.2018


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