Diritto e Fisco | Editoriale

Trust: cos’è e come funziona

20 Maggio 2018


Trust: cos’è e come funziona

> Diritto e Fisco Pubblicato il 20 Maggio 2018



Spesso affidare beni immobili a soggetti terzi, senza cederne la proprietà o il godimento, può essere una soluzione ideale a protezione dei propri averi.

Il trust è uno strumento giuridico: il suo scopo è quello di tutelare determinati beni che appartengono ad un soggetto. Una persona costituisce un trust per diverse ragioni; magari è un professionista che svolge un’attività rischiosa (come i broker, gli imprenditori) ed intende salvaguardare il patrimonio dall’aggressione di terze persone (creditori, clienti che hanno perso tutto con gli investimenti finanziari), oppure desidera semplicemente proteggere il proprio capitale affidando la gestione, previa intestazione, ad un fiduciario. Un medico è soggetto a numerose responsabilità che potrebbero comportare eventuali richieste di risarcimento danno e, per non pregiudicare i beni personali, può decidere di costituire un trust. Un imprenditore conosce le difficoltà che esistono sul mercato, ma per fare impresa (evitando di rimetterci con il pignoramento del proprio patrimonio) cerca di tutelarsi ricorrendo al trust.
Con il trust il patrimonio viene trasferito ad un’altra persona che ha l’obbligo di gestirlo diligentemente a favore di un terzo individuo, il c.d. beneficiario. Chi dispone dei beni e ne trasferisce l’intestazione si chiama settlor, il nuovo titolare diventa trustee ed il beneficiario beneficiary. Oggetto del trust possono essere beni (mobili ed immobili) oppure diritti, ma chi ne acquista la proprietà non può utilizzarli a proprio piacimento. Deve amministrarli per uno scopo oppure in maniera tale che il beneficiario potrà goderne secondo quanto pattuito.
Il trust sembra essere un negozio giuridico semplice per chi intende proteggere i propri averi, ma realmente cos’è e come funziona il trust in Italia?

Che cos’è il trust?

Questo strumento giuridico non è tipico del nostro ordinamento, ma trova fondamento nei sistemi di Common Law. In Italia è possibile avvalersi del trust grazie ad una Convenzione [1] che ne ammette l’utilizzo: per essere valido, il trust deve rispettare le regole indicate dalla legge che ha ratificato nel nostro Paese la suddetta Convenzione [2]. In Italia i trust ammessi rientrano nella tipologia di “trust interni”, ossia devono riguardare soggetti italiani (disponente, fiduciario e beneficiario) e beni che, in parte, si trovano nel nostro territorio. Per regolare il trust interno i soggetti hanno la facoltà di scegliere la legge presente in uno dei vari Stati che contemplano questo negozio nel loro ordinamento.
Secondo la Convenzione, i tipi di trust sono due:

  • finalizzati al sostegno di specifiche persone che ne beneficeranno (ad esempio un figlio, un nipote oppure una persona anziana);
  • stipulati per raggiungere un determinato obiettivo.

Il trust di scopo può essere a sua volta considerato:

  • liberale, nel momento in cui viene utilizzato per far fronte alle esigenze personali o familiari;
  • commerciale, qualora tale strumento venga adottato per prevenire situazioni imprenditoriali che potrebbero pregiudicare il patrimonio di una persona.

Non tutti i tipi di trust sono ammessi in Italia. Ad esempio il “trust autodichiarato” (il disponente nomina come beneficiario sè stesso) ed il “trust opaco” (le dichiarazioni contenute nell’atto di disposizione non sono conoscibili) non sono ammessi per questioni fiscali [3] e per motivi strettamente legati alla trasparenza.

Chi sono i beneficiari del trust?

I beneficiari sono coloro che godono a pieno dalla costituzione di un trust. A beneficiare del trust possono essere i parenti in senso stretto (un coniuge, un genitore anziano, un figlio maggiorenne, un fratello), i minori, terze persone ma anche soggetti diversamente abili. Di solito il disponente nomina i beneficiari al momento della costituzione del trust, prevedendo le regole per l’amministrazione dei beni. In questo caso il trust assume il nome di “trust fisso” e la gestione del patrimonio può avvenire per rendere fruttiferi i beni, oppure per preservarne il capitale. A seconda dell’interesse da raggiungere i beneficiari possono essere:

  • di reddito. Costoro godono dei frutti maturati dalla gestione dei beni. Possono essere interessi attivi, rendite finanziarie, dividenti oggetto di quote societarie;
  • di capitale. Gli interessati hanno diritto di godere del patrimonio, così come consegnato dal fiduciario. Il patrimonio può avere acquisito valore o averlo perso nel corso del tempo, come accade quando delle quote azionarie sono soggette alle oscillazioni di mercato.

I beneficiari possono essere nominati anche in un secondo momento (“trust discrezionale”), sia dal disponente che, eventualmente dal fiduciario o da una terza persona (detto “protector”).

Che cos’è il trust di scopo?

Il trust può essere stipulato per raggiungere specifici obiettivi che devono essere leciti e non contrari al nostro ordinamento. A mancare sono i soggetti beneficiari, in quanto questo strumento viene utilizzato per un fine, non per l’interesse di una o più persone.
Un imprenditore può vincolare il patrimonio personale al fine di evitare che vicende afferenti alla sua azienda pregiudichino le sue proprietà. Tizio ha una società che è sull’orlo del fallimento, ma per evitare che i creditori aggrediscano i beni personali (la villa, le auto, eventuali risparmi) egli vincola tutto quello che possiede in un trust.
Il marito di Mevia è un giocatore d’azzardo, e per evitare che si indebiti cedendo il patrimonio di famiglia, la moglie costituisce un trust a tutela delle proprietà.
Il trust di scopo viene spesso utilizzato per istituire fondi pensione o tipologie di investimento, mentre la fattispecie più comune è il “charitable trust”, ossia il trust con scopi caritatevoli.

Come funziona un trust?

Il trust coinvolge generalmente tre persone: chi ha dei beni, chi deve gestirli e chi ne beneficia. Una quarta persona può essere interessata ed è colui che ha la facoltà di nominare, eventualmente, i beneficiari.

Il disponente:

  • – crea il trust stabilendone le regole, i beneficiari ed eventualmente lo scopo;
  • – sceglie il fiduciario ed i beni (materiali o immateriali) oggetto del trust;
  • – trasferisce al fiduciario la titolarità dei beni contenuti nel trust avvalendosi o di un atto, oppure del testamento.

Il fiduciario (ma anche i fiduciari, essendo ammessa la nomina di più trustee), previa nomina ed accettazione:

  • – diventa titolare dei beni patrimoniali o dei diritti previsti dal disponente con la stipula del trust. In contemporanea deve attenersi ad una serie di obblighi e di doveri inerenti alla gestione del patrimonio;
  • – amministra i beni a favore dei beneficiari, oppure per raggiungere uno scopo.

Pur essendo titolare di questi beni, il fiduciario non può nè disfarsene, nè servirsene per uso personale. Se il fiduciario muore, rinuncia alla carica o si dimette, può essere sostituito con un’altra persona.

Il beneficiario:

  • – gode degli interessi derivanti dal trust, percependone i frutti o diventando titolare del patrimonio nei tempi stabiliti nell’atto. Se non riceve quanto gli spetta, può agire in giudizio nei confronti del beneficiario.
  • Figura emblematica è quella del guardiano il cui compito consiste nel:
  • – monitorare l’operato del fiduciario;
  • – assicurarsi che venga rispettata la volontà del disponente;
  • – nominare i beneficiari;
  • – agire a tutela del trust con poteri ed incarichi speciali, sostituendosi addirittura al fiduciario.

Quali sono i beni conferiti nel trust?

Il trust può essere stipulato per beni immobili, mobili e per diritti che garantiscono un beneficio o il raggiungimento di uno scopo. Il trust può essere stipulato per:

  • – capitali finanziari (risparmi, quote di investimento, fondi di investimento);
  • – partecipazioni (titoli azionari, obbligazionari e titoli di credito);
  • – beni immobili e beni mobili (case, oggetti di valore come gioielli ed opere d’arte);
  • – un’attività d’impresa o parte di essa;
  • – per il godimento di un bene (l’usufrutto di una casa).

Con l’accettazione da parte del fiduciario, i beni passano nelle mani di quest’ultimo, diventandone intestatario. Per non confondere il patrimonio personale da quello del trust, i beni appartengono a due masse differenti [4]: in questo modo il patrimonio oggetto del trust non può essere aggredito da soggetti terzi (segregazione patrimoniale). Il fiduciario è un punto di riferimento per tutti quei rapporti che sorgono a seguito della gestione del patrimonio [5]; se parte del capitale viene utilizzato per investimenti, chi agisce è proprio il fiduciario.
Il trust si costituisce con atto scritto [6] o testamento, all’interno del quale il disponente esprime la volontà di vincolare dei beni e le regole per la loro gestione. Possono essere necessari uno o più atti traslativi la cui funzione è quella di intestare i beni nei confronti del fiduciario, previa accettazione.
Per attenersi alle regole, è necessario (ma non obbligatorio) rivolgersi ad un notaio che si occuperà della redazione dell’atto, a maggior ragione se il trust ha oggetto beni immobili o beni aziendali; anche il testamento può essere redatto da un notaio (il c.d. testamento pubblico) che avrà cura di renderlo conoscibile agli eredi con l’apertura della successione.
Un ultimo adempimento è richiesto al trustee: egli deve procedere all’iscrizione del trust in un’apposita sezione del registro delle imprese presso la Camera di Commercio dove si trovano i beni oggetto del trust.

Come viene scelta la legge per regolare il trust?

L’ordinamento italiano consente alle parti di scegliere la legge di uno degli Stati che disciplinano il trust. Per definire quella che dovrebbe regolare il tipo di negozio giuridico messo in atto da disponente è necessario che la legge straniera abbia i requisiti minimi affinché quel tipo di trust possa essere riconosciuto anche in Italia. Molto spesso, per questioni di praticità, il disponente adotta la legge di uno Stato che ha ratificato la Convenzione dell’Aja, in quanto più sicura e con minori problemi dal punto di vista fiscale. Ciò avviene soprattutto quando si decide di costituire un trust di scopo, perché attualmente la legge italiana penalizza il “trust opaco” ed il “trust autodichiarato”.
Nel corso del tempo è possibile modificare la legge optando per quella di un altro Paese, a patto che la legge iniziale offra tale opportunità.

Può capitare però che il disponente non abbia scelto la legge alla base del trust: in questo caso la Convenzione [7] ammette l’applicazione della normativa che più si avvicina al tipo di trust costituito, prendendo in considerazione elementi come:

  • – luogo di amministrazione del trust;
  • – tipologia e situazione dei beni;
  • – residenza e sede degli affari del fiduciario;
  • – scopo del trust.

Quando il trust viene costituito all’interno del territorio nazionale, la legge che regola il negozio non deve contrastare con l’ordinamento italiano.
Un esempio è il trust di scopo, le cui finalità non devono essere contrarie a norme imperative, di ordine pubblico e di sicurezza nazionale, mentre la legge straniera può benissimo definire la validità, l’interpretazione, gli effetti e le modalità di gestione del trust.
Alla legge italiana sono sottoposte le questioni afferenti al trattamento fiscale dei beni, alla validità del testamento, alla tipologia di atto per costituire il trust e le regole principali della sua amministrazione.
La legge italiana disciplina inoltre tutto ciò che riguarda la tutela dei minori e degli incapaci, la successione necessaria, la protezione dei creditori che potrebbero subire una lesione dalla costituzione del trust [8]. Il principio della responsabilità patrimoniale sancito dalla legge [9] non può essere in alcun modo intaccato dall’ordinamento straniero ed i diritti acquisiti da terzi in buona fede vengono assolutamente protetti.
Un trust che pregiudica il patrimonio oggetto di testamento a danno dei discendenti non può essere ritenuto valido, come non lo è il trust che sottrae tutti i beni patrimoniali dell’imprenditore dalle pretese dei creditori. Se ciò fosse permesso nessuno presterebbe più denaro e chiunque potrebbe disporre a proprio piacimento delle proprietà che un domani dovranno essere cedute in eredità.
Ragion per cui in Italia il trust viene disciplinato:

  • – dalla Convenzione dell’Aja;
  • – dalla legge straniera scelta dal disponente,
  • – dalle norme interne che intervengono in caso di contrasti.

Qual’è il regime fiscale per il trust?

Come avviene per gran parte dei beni ceduti in proprietà oppure ereditati, anche il trust è sottoposto alle regole fiscali. A seconda di come viene stipulato e dei beni che lo compongono, il trust può essere soggetto a:

  • – soltanto ad imposta di registro, nella misura fissa di 200 €. Ciò avviene quando si tratta di atto pubblico o scrittura privata autenticata all’interno del quale si esprime la sola volontà di creare un trust, senza prevedere alcun contenuto patrimoniale;
  • – ad imposta di registro + imposta di donazione o imposta di successione (se il trust è contenuto nel testamento), poiché il trasferimento dei beni avviene in maniera gratuita in capo al beneficiario;
  • – ad imposta di registro + imposte ipotecaria e catastale nella misura ordinaria, qualora siano trasferiti beni immobili (case, aziende) e diritti reali immobiliari (usufrutto).

Il trasferimento dei beni giustifica anche l’applicazione delle regole in materia di IRPEF ed IVA, a seconda se il disponente sia una persona fisica (IRPEF) o un imprenditore (IVA, nei casi di trust per fini commerciali).
Agevolazioni sono previste se i beneficiari sono soggetti disabili e nel momento in cui il trust viene costituito per supportare le persone affette da gravi patologie. Le agevolazioni consistono nell’esenzione del pagamento delle imposte di successione o di donazione e nell’applicazione in misura fissa delle imposte ipotecarie e catastali.
Disposizioni particolari sono previste a seconda se i beneficiari sono familiari, oppure se i beni appartengono all’impresa, sono partecipazioni societarie o risultano come componenti attive del patrimonio aziendale.
In qualsiasi caso, soggetto passivo della tassazione è il trust, mentre a seconda del tipo di imposta obbligato può essere il fiduciario o, in regime di solidarietà, il disponente. Anche il beneficiario pagherà le tasse a seconda se usufruisce di rendite finanziarie, fondi di investimento o diventerà proprietario di un immobile dopo la cessione da parte del fiduciario, ma la disciplina (molto contorta) varia da caso a caso. Tutto dipende dai benefici che se ne traggono, dalla presenza di eventuali disposizioni che prevedono esenzioni e detrazioni e dalla tipologia di beni contenuti nel trust.

note

[1] Conv. Aja del 10.07.1985

[2] L. n. 364 del 16.10.1989

[3] Cass. n. 3735 del 24.02.2015

[4] Art. 2 Con. Aja

[5] Cass. n. 2043 del 27.01.2017

[6] Art. 3 Conv. Aja

[7] Art. 7 Conv. Aja

[8] Trib. Siena 22.05.2015

[9] Art. 2740 cod. civ.


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