Diritto e Fisco | Editoriale

Sciopero: chi, quando e come si può fare

31 maggio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 31 maggio 2018



Le regole per convocare una protesta legittima, i tempi di preavviso, le conseguenze per i lavoratori e la gestione dei servizi pubblici.

Locali o nazionali. Generali, di categoria o in una singola azienda. Programmati o selvaggi. Gli scioperi fanno, ormai, parte della quotidianità. Non c’è mese in cui non ci sia un disagio provocato dall’astensione dal lavoro di chi protesta per avere delle condizioni migliori o contro un determinato provvedimento del Governo. Tuttavia, questa forma di pressione sul datore di lavoro o sul Palazzo non si improvvisa. Per quanto il diritto di sciopero sia garantito dalla Costituzione [1], ci sono delle regole da rispettare per attuare la protesta. Ad esempio, non tutti i lavoratori possono aderire e non sempre è possibile scendere in piazza. Se, poi, l’astensione riguarda un servizio pubblico (quello dei trasporti è il più comune) occorre garantire dei servizi minimi alla cittadinanza. Bisogna, quindi, sapere chi, quando e come si può fare uno sciopero. Ed è quello che vediamo ora.

Sciopero: che cosa dice la legge

Come accennato, il ricorso allo sciopero è garantito dalla Costituzione come diritto assoluto della persona. Comporta, però, la perdita della retribuzione relativa alle ore o ai giorni di astensione dal lavoro.

La legge regolamenta lo sciopero solo in alcuni ambiti, cioè:

  • nei servizi essenziali (come, appunto, i trasporti, la sanità, gli uffici pubblici, ecc.);
  • nel settore degli impianti nucleari;
  • per i controllori di volo (non è possibile interrompere l’assistenza per voli di Stato, di emergenza o da e per le isole);
  • nell’ambito militare e della Polizia (qui c’è il divieto assoluto).

Sciopero: chi lo può fare

In linea di massima, possono aderire allo sciopero solo i lavoratori che hanno un rapporto di lavoro subordinato. Ma ci sono delle eccezioni. Ad esempio, possono esercitare questo diritto:

  • i titolari di piccole industrie o i commercianti che non hanno dipendenti;
  • i medici convenzionati con un istituto previdenziale per chiedere la modifica degli aspetti normativi ed economici della loro prestazione;
  • i marittimi.

Sciopero: quali tipologie

Per quanto la regola generale sia quella di non recarsi sul posto di lavoro, non tutti gli scioperi sono uguali. Quello più comune è lo sciopero che prevede l’astensione collettiva dei lavoratori decisa dalla maggioranza di loro o convocato dai rappresentanti sindacali con l’obiettivo di chiedere un miglioramento delle condizioni di lavoro o della retribuzione. Ma ci sono altre forme di protesta che non hanno delle finalità contrattuali. Si tratta dello sciopero:

  • politico: viene convocato per protestare contro un problema di questo tipo e, quindi, non richiede una risposta da parte del datore di lavoro. Ad esempio, è stato ritenuto tale dalla Cassazione [2] lo sciopero contro l’intervento della Nato nella guerra del Kosovo. La protesta è legittima se non sovverte l’ordinamento costituzionale;
  • economico-politico: viene convocato per chiedere o per impedire interventi sulle condizioni socioeconomiche dei lavoratori;
  • solidale: viene convocato per appoggiare una certa azienda o un gruppo di lavoratori o, ancora, una località che subiscono una situazione ritenuta ingiusta. È legittimo quando sussiste una comunione di interessi tra i gruppi di lavoratori o quando lo sciopero coinvolge un gruppo di lavoratori solidali con un solo dipendente nella cui situazione i dimostranti potrebbero trovarsi un domani;
  • di protesta: viene convocato per contestare un determinato atteggiamento del datore di lavoro, contrario ai diritti riconosciuti ai lavoratori (ad esempio quando ritarda eccessivamente nel pagamento dello stipendio).

Sciopero: come si può fare

Condizione fondamentale per poter fare sciopero è quella di non compromettere altri diritti garantiti dalla Costituzione (pensiamo al diritto alla vita in caso di una protesta nel reparto ostetricia di un ospedale o alla libertà di iniziativa economica, ecc.) o dall’ordinaria legislazione.

Non deve, inoltre:

  • danneggiare la produttività dell’azienda;
  • provocare la distruzione degli impianti;
  • mettere in pericolo l’integrità del sistema produttivo.

In caso di sciopero articolato, cioè convocato con preavviso ed in forma collettiva, è possibile farlo in due modi:

  • a singhiozzo, cioè astenendosi dal lavoro per un periodo do tempo intercalato da giorni di ripresa dal lavoro. È il caso, ad esempio, della settimana in cui si sciopera il lunedì, il mercoledì e il venerdì mentre martedì, giovedì e sabato si riprende normalmente l’attività;
  • a scacchiera, cioè bloccando l’attività dell’azienda reparto dopo reparto ed in momenti successivi.

Sciopero: può farlo un singolo lavoratore?

Raramente uno sciopero viene messo in atto da un singolo lavoratore. Se questi ha bisogno di protestare per qualche torto subìto o deve rivendicare un diritto, è più logico che tratti direttamente con il datore di lavoro o con l’ufficio del personale piuttosto che avviare da solo un’azione sindacale.

Come abbiamo detto, lo sciopero è un diritto garantito dalla Costituzione ad ogni singolo cittadino. Ma la Cassazione ha affermato più volte un concetto: l’astensione lavorativa per rivendicare un diritto o per contestare un sopruso deve avere una finalità collettiva e non la difesa dell’interesse di un singolo, oltre che essere concordata da più lavoratori [3].

Sciopero: c’è bisogno del preavviso?

Quando si proclama uno sciopero, il preavviso è una questione di correttezza, sia nei confronti dell’azienda sia verso gli utenti quando interessa un servizio pubblico. Ma non un vincolo necessario, almeno non per tutta la giurisprudenza.

Alcuni giudici, infatti, ritengono che il preavviso non sia un requisito indispensabile di legittimità [4]. Per altri, invece, lo sciopero convocato senza preavviso è illegittimo in quanto non consente all’azienda di stabilire la correttezza dell’assenza dal lavoro [5].

Sciopero: quali conseguenze per i lavoratori?

La prima conseguenza per i lavoratori che aderiscono ad uno sciopero è quella della mancata retribuzione: tante ore o tanti giorni non lavori, tante ore o tanti giorni non ti pago.

Se la durata dello sciopero è inferiore alla giornata di lavoro (ad esempio un’astensione di 3 o 4 ore), non verrà pagata la retribuzione quando l’astensione pregiudica il lavoro del dipendente. Ad esempio: se per fare un pezzo artigianale ci vogliono 6 ore e il lavoratore che sciopera 4 ore non può finirlo in giornata, non verrà pagato.

Ciò che non può fare, però, il datore di lavoro è premiare il dipendente che non aderisce allo sciopero per portare a termine il compito del collega che si è astenuto [6]: si tratterebbe di un comportamento discriminatorio mirato ad annullare la protesta.

Lo sciopero, però, ha degli altri risvolti contrattuali per il lavoratore che aderisce per protesta ad un’astensione dal lavoro? Quali effetti ha sull’anzianità, sulla tredicesima, sul Tfr?

  • anzianità: lo sciopero non decorre i fini della maturazione delle ferie e delle mensilità aggiuntive. Decorre, invece, regolarmente per la maturazione degli scatti di anzianità e del Tfr;
  • tredicesima: lo sciopero riduce in misura proporzionale alle giornate di astensione dal lavoro;
  • ferie: vengono decurtate la durata o l’indennità sostitutiva della mancata fruizione delle ferie in base all’assenza dal lavoro;
  • riposo settimanale: non è dovuta la retribuzione per le giornate inserite nel periodo ininterrotto di sciopero;
  • festività: se cade in giornata di sciopero non è pagata. Se lavorata, la mancata prestazione per protesta non dà diritto alla retribuzione per le ore si assenza;
  • malattia: il lavoratore ha diritto alla retribuzione anche se i colleghi aderiscono in quel periodo ad uno sciopero nell’interesse di tutti, anche del lavoratore malato;
  • mensa: l’indennità non va corrisposta se lo sciopero interessa l’intera giornata, altrimenti va corrisposta;
  • premio di produzione: è ridotto in base alle ore di sciopero.

Sciopero nei servizi pubblici essenziali: come funziona

Quando i lavoratori del settore statale o privato impegnati nello svolgimento di un servizio pubblico essenziale vogliono fare uno sciopero, devono rispettare delle procedure ben precise. Pensiamo a chi lavora in ospedale, nel trasporto pubblico, negli uffici di un ente statale: nessuno toglie a questi lavoratori (dipendenti o liberi professionisti) il diritto di sciopero ma devono essere garantiti i servizi minimi. Quali sono?

Si tratta di quei servizi tutelati dalla Costituzione e che riguardano il diritto:

  • alla vita;
  • alla salute;
  • alla libertà e alla sicurezza;
  • all’istruzione;
  • alla libertà di comunicazione.

Nello specifico, dunque, possono essere ritenuti servizi pubblici essenziali quelli che vengono svolti nel campo:

  • della sanità;
  • della raccolta e lo smaltimento dei rifiuti;
  • della protezione civile;
  • dell’erogazione di pensioni;
  • del trasporto pubblico urbano ed extraurbano (compresi gli aerei);
  • dell’istruzione e dell’università;
  • dell’approvvigionamento di energia e di beni di prima necessità;
  • delle dogane per il controllo di animali e di merce deperibile;
  • delle poste;
  • dell’informazione di radio e televisioni pubbliche;
  • dell’apertura di musei e di altri luoghi di cultura;
  • dell’amministrazione di giustizia.

Questi lavoratori, quindi, possono scioperare (e quindi creare un certo disagio) purché vengano garantiti dei momenti durante il giorno in cui i cittadini possano fruire di questi servizi. Ad esempio, in uno dei casi più frequenti: se i dipendenti dell’azienda del trasporto pubblico urbano decidono di scioperare, è obbligatorio dedicare una fascia giornaliera «di garanzia» in cui tram, bus e metrò, circolano normalmente.

Inoltre, lo sciopero deve essere dovutamente annunciato e pubblicizzato, pena delle sanzioni. L’annuncio deve essere fatto per iscritto almeno 10 giorni prima alle imprese o alle amministrazioni che erogano il servizio e all’apposito ufficio del ministero competente o alla Prefettura. Questo preavviso non è necessario se l’oggetto della protesta è la difesa dell’ordine costituzionale oppure la protesta per gravi episodi che hanno riguardato l’incolumità dei lavoratori (ad esempio un incidente mortale in fabbrica).

L’attività di vigilanza sullo sciopero che riguarda i servizi pubblici essenziali spetta alla Commissione di garanzia, la quale tutela da una parte il diritto allo sciopero e dall’altra i diritti dei cittadini.

Sciopero nei servizi pubblici: i compiti delle amministrazioni

La convocazione di uno sciopero nei servizi pubblici comporta degli oneri non solo per i lavoratori (come abbiamo appena visto) ma anche per le amministrazioni o per le imprese private che erogano i servizi stessi. In particolare, sono tenute a:

  • comunicare ai cittadini, almeno 5 giorni prima della data fissata per l’astensione, modalità e tempi dei servizi minimi garantiti e le misure volte a riattivarli dopo lo sciopero;
  • tenere al corrente la Commissione di garanzia sulle motivazioni dello sciopero nonché su eventuali revoche, rinvii, ecc.

Sciopero nei servizi pubblici: quando può essere precettato?

Non è detto che ogni convocazione di sciopero vada a buon fine, quando questa riguarda i servizi pubblici essenziali. Se c’è il rischio fondato che possa provocare un pregiudizio grave ed imminente ai diritti dei cittadini, il Prefetto (a livello locale) o il ministro competente (a livello interregionale o nazionale) possono precettare i lavoratori. Significa che questi non possono astenersi dalla loro attività e che, quindi, lo sciopero non è attuabile.

In questo caso, comunque, c’è prima un tentativo di conciliazione tra le autorità ed i sindacati su richiesta della Commissione di garanzia. Se questo tentativo non dà risultato positivo, viene emanata un’ordinanza entro 48 ore dall’inizio dell’agitazione con cui si vincola enti e lavoratori a prendere le misure necessarie per:

  • desistere dalla protesta;
  • ridurre la durata dello sciopero;
  • assicurare l’erogazione dei servizi nel rispetto dei diritti della cittadinanza.

L’ordinanza è impugnabile davanti al Tar competente per territorio entro 7 giorni dalla sua comunicazione.

Il mancato rispetto di quanto disposto nell’ordinanza comporta delle sanzioni.


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