L’esperto | Editoriale

Danno da mancato guadagno: come si calcola?

20 Maggio 2018


Danno da mancato guadagno: come si calcola?

> L’esperto Pubblicato il 20 Maggio 2018



Lucro cessante: i criteri di calcolo per il lavoratore dipendente e autonomo fissati dalla Cassazione. Come si calcola la perdita di capacità di guadagno? 

Fin quando si tratta di determinare i danni economici subiti da una persona a seguito di un incidente o di qualsiasi altro evento sfortunato non si pongono molti problemi: quasi tutti possono essere dimostrati in modo documentale, con fatture, scontrini, prove di bonifici, estratti di conto corrente, ecc. Molto più complicata è la prova del danno da mancato guadagno, quello cioè che i giuristi chiamano «lucro cessante». Il caso tipico è quello di un agente di commercio che, costretto a letto a causa di un investimento automobilistico, per trenta giorni non può lavorare; in quel mese perderà una buona parte o tutto il proprio reddito e, per tale perdita, ha diritto ad essere risarcito. Il punto però è che non si può prevedere il futuro e stabilire in anticipo quali sarebbero stati i guadagni di quel periodo. A voler essere equi, per non accordare né più, né meno di ciò a cui si ha diritto, sarà quindi necessario stabilire dei criteri di riferimento presuntivi validi per tutti, sia per i lavoratori dipendenti che per quelli autonomi. A tanto ha pensato la Cassazione con una recente sentenza [1]. L’importanza di questa pronuncia sta nell’aver chiarito come si calcola il danno da mancato guadagno. Ecco, più in particolare, cosa è stato detto.

Danno da perdita della capacità di lavoro

L’argomento che stiamo trattando va anche sotto il nome di danno da perdita della capacità di lavoro. A riguardo si sono poste numerose questioni. Ad esempio: si deve risarcire la «capacità lavorativa generica» (quella a svolgere qualsiasi lavoro) o la «capacità lavorativa specifica», a compiere cioè una specifica mansione (quella in concreto eseguita dall’infortunato)? 

La perdita della capacità lavorativa generica consiste nella «sopravvenuta inidoneità del soggetto danneggiato allo svolgimento delle attività lavorative che, in base alle condizioni fisiche, alla preparazione professionale e culturale, sarebbe stato in grado di svolgere» [2]. Tale forma di danno rientra nella generale figura del danno biologico.

Invece, «la liquidazione del danno da perdita della capacità lavorativa specifica, pur diretta alla tendenziale integralità del ristoro e non meramente simbolica, può essere solo equitativa trattandosi di danno patrimoniale futuro, sicché essa va condotta con prudente e ragionevole apprezzamento di tutte le circostanze del caso (e, in ispecie, della rilevanza economica del danno alla stregua della coscienza sociale e dei vari fattori incidenti sulla gravità della lesione), dovendo il giudice spiegare le ragioni del processo logico sul quale la valutazione equitativa operata si fonda, indicando i criteri assunti a base del procedimento adottato» [3]. 

Il risarcimento per lesione della capacità lavorativa specifica può essere riconosciuto non solo al danneggiato che, al momento del sinistro, già svolgeva un’attività, ma anche a soggetti che erano in procinto di entrare nel mondo del lavoro purché venga fornita la prova, anche tramite presunzioni, della specifica attività lavorativa che avrebbero svolto se non si fosse verificato l’evento.

Danno da mancato guadagno: come si calcola?

Secondo la sentenza della Cassazione in commento, in caso di danno alle persone e, in particolare, di perdita della capacità di guadagno, il danno va determinato nel seguente modo:

  • nel caso di lavoratore dipendente: sulla base del reddito da lavoro maggiorato dei redditi esenti e delle detrazioni di legge;
  • nel caso di lavoratore autonomo: sulla base del reddito netto più elevato tra quelli dichiarati dal danneggiato, ai fini IRPEF, negli ultimi tre anni. In quest’ultimo caso, il giudice deve dunque prendere in considerazione non il reddito residuo dopo l’applicazione dell’imposta, bensì la base imponibile che il contribuente dichiara ai fini dell’imposta, inteso quale «differenza tra il totale dei compensi conseguiti (al lordo delle ritenute d’acconto) ed il totale dei costi inerenti all’esercizio professionale – analiticamente specificati o, se consentito dalla legge, forfettariamente conteggiati – senza possibilità di ulteriore decurtazione dell’importo risultante da tale differenza, per effetto del conteggio delle ritenute d’imposta sofferte dal professionista.

Come fare se la perdita della capacità lavorativa viene subita da un bambino?

Allorquando la capacità di lavoro viene persa da un soggetto non ancora giunto a percepire un reddito da lavoro, si verifica uno scarto temporale tra il momento in cui si verifica la causa del danno (cioè la perdita della capacità di lavoro) e quello in cui si manifesta il suo effetto (ovvero la perdita del reddito da lavoro). Quest’ultimo inizierà a prodursi nel momento in cui la vittima, raggiunta l’età in cui, secondo l'”id quo plerumque accidit”, avrebbe iniziato a lavorare, dovrà rinunciare al lavoro e dunque al reddito da esso ricavabile [4]. Due sono i metodi che, alternativamente, possono essere utilizzati per operare correttamente: 

  1. capitalizzare il reddito perduto in base ad un coefficiente corrispondente all’età della vittima al momento del danno, e poi ridurre il risultato moltiplicandolo per il cosiddetto coefficiente di minorazione per anticipata capitalizzazione; 
  2. capitalizzare il reddito perduto in base ad un coefficiente corrispondente all’età della vittima al momento in cui avrebbe iniziato presumibilmente a lavorare.

note

[1] Cass. sent. n. 11759/18 del 15.05.2018.

[2] Cass. sent. n. 3519/2001.

[3] Cass. sent. n. 14645/18.

[4] Cass. sent.  n. 9048/18.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 21 febbraio – 15 maggio 2018, n. 11759

Presidente Armano – Relatore Dell’Utri

Fatti di causa

1. Con sentenza resa in data 11/3/2015, la Corte d’appello di Trento, in parziale accoglimento dell’appello proposto da T.R. , e in riforma per quanto di ragione della decisione del giudice di primo grado, ha rideterminato gli importi, già posti a carico della Generali Italia s.p.a., a titolo di risarcimento dei danni sofferti dal T. a seguito del sinistro stradale dallo stesso dedotto in giudizio.

2. A fondamento della decisione assunta, per quel che ancora interessa in questa sede, la corte territoriale ha rilevato come, ai fini della liquidazione del danno patrimoniale derivante dalla perdita della capacità di guadagno del danneggiato, dovesse utilizzarsi, quale parametro di riferimento, il relativo reddito (nella specie, da lavoro autonomo) al netto del prelievo fiscale sullo stesso.

3. Avverso la sentenza d’appello, T.R. propone ricorso per cassazione sulla base di un unico motivo d’impugnazione.

4. La Generali Italia s.p.a. resiste con controricorso.

Ragioni della decisione

1. Con l’unico motivo di impugnazione proposto, il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 137 del d.lgs. n. 209/2005 (c.d. codice delle assicurazioni private), per avere la corte territoriale erroneamente utilizzato, quale parametro per il calcolo della perdita della capacità di guadagno del danneggiato, il reddito al netto del prelievo fiscale, dovendo al contrario ritenersi che il riferimento al reddito netto, contenuto nell’art. 137 cit., sarebbe da intendersi alla stregua del reddito al netto dei costi di produzione, e non già al netto delle imposte dovute al fisco.

2. La censura è fondata.

3. La doglianza dell’odierno ricorrente ha riguardo alla corretta interpretazione della nozione di reddito netto contenuta nell’art. 137 del d.lgs. n. 209/2005 quale parametro di riferimento per la liquidazione del danno patrimoniale da perdita della capacità di guadagno.

4. Al riguardo, è appena il caso di rilevare come il testo dell’art. 137 cit. appare formulato in modo identico al testo del previgente art. 4 del d.l. n. 857/76, così come modificato dalla legge di conversione n. 39/77, secondo cui, “nel caso di danno alla persona, quando agli effetti del risarcimento si debba considerare l’incidenza dell’inabilità temporanea o dell’invalidità permanente su un reddito di lavoro comunque qualificabile, tale reddito si determina, per il lavoro dipendente, sulla base del reddito di lavoro, maggiorato dei redditi esenti e al lordo delle detrazioni e delle ritenute di legge, che risulta il più elevato tra quelli degli ultimi tre anni e, per il lavoro autonomo, sulla base del reddito netto che risulta il più elevato tra quelli dichiarati dal danneggiato ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche negli ultimi tre anni ovvero, nei casi previsti dalla legge, dall’apposita certificazione rilasciata dal datore di lavoro ai sensi delle norme di legge”.

5. Ciò posto, varrà evidenziare come, con riguardo al testo dell’art. art. 4 del d.l. n. 857/76 (così come modificato dalla legge di conversione n. 39/77), questa Corte abbia già affermato il principio di diritto ai sensi del quale l’art. 4 del d.l. 23 dicembre 1976, n. 857, come modificato dalla legge di conversione 26 febbraio 1977, n. 39, nel disporre che in caso di danno alle persone, quando agli effetti del risarcimento si debba considerare l’incidenza dell’inabilità temporanea o dell’invalidità permanente su un reddito di lavoro comunque qualificabile, tale reddito si determina, per il lavoro dipendente, sulla base del reddito da lavoro maggiorato dei redditi esenti e delle detrazioni di legge e, per il lavoro autonomo, sulla base del reddito netto risultante più elevato tra quelli dichiarati dal danneggiato ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche degli ultimi tre anni, attribuisce rilievo, alla stregua della sua testuale formulazione, al reddito da lavoro netto dichiarato dal lavoratore autonomo ai fini dell’applicazione della sopraindicata imposta ed ha riguardo, quindi, non al reddito che residua dopo l’applicazione dell’imposta stessa ma alla base imponibile di cui all’art. 3 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 597, e cioè all’importo che il contribuente è tenuto a dichiarare ai fini dell’imposta sopraindicata, dovendo inoltre intendersi per reddito dichiarato dal danneggiato quello risultante dalla differenza fra il totale dei compensi conseguiti (al lordo delle ritenute d’acconto) ed il totale dei costi inerenti all’esercizio professionale – analiticamente specificati o, se consentito dalla legge, forfettariamente conteggiati – senza possibilità di ulteriore decurtazione dell’importo risultante da tale differenza, per effetto del conteggio delle ritenute d’imposta sofferte dal professionista (Sez. 3, Sentenza n. 18855 del 09/07/2008, Rv. 604213 – 01).

6. Tale orientamento (da ritenere consolidato, avuto riguardo alle precedenti affermazioni desumibili da Sez. 3, Sentenza n. 5680 del 20/06/1996, Rv. 498197 – 01; cfr. altresì Sez. 3, Sentenza n. 23917 del 09/11/2006, Rv. 592692 – 01) è da questo Collegio integralmente condiviso e fatto proprio, dovendo assicurarsene la piena continuità.

7. Sulla base delle argomentazioni che precedono, rilevata la fondatezza del ricorso, dev’essere pronunciata la cassazione della sentenza impugnata, con il conseguente rinvio alla Corte d’appello di Trento, cui è altresì rimesso di provvedere in ordine alla regolazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’appello di Trento, cui è altresì rimesso di provvedere in ordine alla regolazione delle spese del presente giudizio di legittimità.


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