Diritto e Fisco | Editoriale

Come vendere alla pubblica amministrazione

21 Mag 2018


Come vendere alla pubblica amministrazione

> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 Mag 2018



Per i contratti di vendita di beni e servizi alla pubblica amministrazione c’è bisogno della forma scritta.

Hai iniziato un’attività commerciale diretta alla vendita di prodotti o alla fornitura di servizi, ma il tuo cliente privilegiato sono le pubbliche amministrazioni: enti pubblici, Comuni, Regioni, ministeri e loro dipendenze; insomma tutto ciò che trova un soggetto pubblico come referente è di forte interesse per il tuo business. Senonché ti chiedi come vendere alla pubblica amministrazione: quali sono gli iter da seguire e le autorizzazioni da ottenere. È possibile avviare una trattativa con un qualsiasi dipendente dell’ente oppure bisogna per forza rivolgersi al capo ufficio? Chi deve mettere la firma sul contratto? La giurisprudenza ha indicato, a riguardo, alcuni importanti principi da osservare, il cui mancato rispetto comporta la nullità dell’accordo e l’impossibilità di ottenere il pagamento, pur avendo regolarmente eseguito la propria prestazione. In particolare due recenti sentenze della Cassazione hanno affrontato il tema della forma che devono avere i contratti con la PA. Queste pronunce ci danno la possibilità di spiegare quindi come vendere alla pubblica amministrazione e quali passi seguire.

Contratto scritto

Tutti i contratti con la pubblica amministrazione devono essere effettuati per iscritto. Non è possibile concludere un accordo “a voce” come invece succede comunemente con i privati. Anche la vendita di una penna richiede la scrittura privata.

Il contratto deve essere sottoscritto dal soggetto che ha il potere di rappresentare all’esterno l’ente pubblico che, di norma, è il capo ufficio o il responsabile.

Prima della stipula del contratto, gli enti locali devono deliberare l’approvazione dell’impegno contabile e, quindi, la copertura economica dell’uscita. Di solito, la decisione viene sollecitata con un’offerta presentata dal privato. L’ente pubblico non può deliberare spese fuori bilancio salvo casi eccezionali [1]. Non sempre è necessario procedere a un bando, potendo in determinati casi l’amministrazione procedere anche con trattativa privata.

Se mancano i predetti presupposti, la pubblica amministrazione non è tenuta a rispettare il contratto e, pur avendo regolarmente ricevuto la prestazione, non è tenuta a pagare. Pertanto il privato non potrà neanche agire in causa contro la pubblica amministrazione e chiedere nei suoi confronti un decreto ingiuntivo.

Chi vuol vendere alla pubblica amministrazione deve quindi assicurarsi che vi sia innanzitutto una delibera che approvi la spesa e, successivamente, che venga firmato un contratto. La firma sul documento deve essere apposta non da un dipendente qualsiasi ma dal soggetto incaricato ai poteri di firma. Il contratto deve richiamare la delibera con cui è stato approvata la spesa.

Che fare se manca il contratto scritto o la delibera?

Tutte le volte in cui concludi un contratto a voce con un funzionario o un dirigente della pubblica amministrazione senza i requisiti non puoi, come detto, pretendere il pagamento dall’ente pubblico tuttavia lo puoi esigere dal soggetto che, materialmente, ha concluso con te l’affare. È questo il chiarimento più volte dato dalla Cassazione [2]. Ma vediamo meglio cosa significa.

La pubblica amministrazione nell’esercizio della sua attività volta al perseguimento di interessi pubblici può avvalersi dell’apporto di imprese ovvero di liberi professionisti per la realizzazione di quanto necessario per il raggiungimento del fine pubblico ad essa affidato dalla legge, mediante procedure ad evidenza pubblica. Accade talvolta, però, che tale formalità non venga espletata: così funzionari, amministratori, dirigenti affidano incarichi e prestazioni a determinati soggetti talvolta senza una verifica circa la copertura di bilancio della spesa e senza stipula di un regolare contratto. In tal caso ci si chiede contro chi può agire il privato, non potendo egli pretendere il pagamento nei confronti della pubblica amministrazione visto che manca il contratto scritto. Ebbene, secondo la giurisprudenza, il funzionario pubblico che abbia assunto degli impegni di spesa per la fornitura di beni o servizi in assenza dei controlli contabili previsti per legge risponde personalmente verso il contraente privato [3] il quale è, pertanto, tenuto ad agire direttamente e personalmente nei suoi confronti e non già contro l’ente.

La Suprema Corte sottolinea che anche nell’ipotesi dei lavori di somma urgenza, «l’ordinazione fatta a terzi deve essere regolarizzata improrogabilmente entro 30 giorni, con la conseguenza che, in mancanza di tempestiva regolarizzazione con copertura di spesa, non può ritenersi sussistente alcun valido rapporto obbligatorio tra l’Amministrazione e il terzo».

Ed ancora, precisano i giudici supremi: «se la richiesta di prestazioni o servizi provenienti da un amministratore o un funzionario dell’ente locale non è ricompresa nello schema di spesa tipizzato dal primo degli articoli citati, non nascono obbligazioni a carico dell’ente, ma dell’amministratore o del funzionario, i quali ne rispondono con il loro patrimonio, con la conseguente esclusione della possibilità di proporre l’azione di indebito arricchimento nei confronti dell’ente [4]».

La fatturaPA

Altro aspetto importante è la fatturazione. Oggi le fatture nei confronti degli enti pubblici possono essere solo elettroniche: si tratta della cosiddetta fatturaPA che viene presentata per il tramite di professionisti abilitati o mediante una piattaforma dedicata, il cosiddetto sistema di interscambio (Sdi). L’invio della fattura in formato cartaceo o per email non ha alcun valore come invece avviene tra privati.

In particolare la ha introdotto l’obbligo di fatturazione elettronica per tutte le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate nei confronti della Pubblica Amministrazione (P.A.).  In base a tali disposizioni:

  • da un lato, viene previsto l’obbligo, per i fornitori, non solo di emettere e trasmettere in formato elettronico le fatture destinate alla P.A., ma anche di conservarle e archiviarle nel medesimo formato;
  • dall’altro lato, agli enti della P.A. è posto divieto di accettare fatture emesse o trasmesse in forma cartacea e di procedere al relativo pagamento.

Sono tenuti ad emettere fattura elettronica, per le operazioni effettuate nei confronti della Pubblica Amministrazione, tutti i soggetti passivi IVA residenti in Italia.

Le amministrazioni interessate dall’obbligo in parola sono ad esempio:

  • le amministrazioni dello Stato, compresi gli istituti e le scuole di ogni ordine e grado e le istituzioni educative;
  • le aziende e amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo;
  • le Regioni, le Province, i Comuni, le Comunità montane e loro consorzi e associazioni;
  • le istituzioni universitarie;
  • gli istituti autonomi case popolari;
  • le camere di commercio;
  • gli enti pubblici non economici nazionali, regionali e locali (compresi gli ordini professionali);
  • le amministrazioni, aziende ed enti del Servizio sanitario nazionale;
  • l’ARAN;
  • le Agenzie fiscali (Entrate, Dogane, Demanio );
  • il CONI;
  • le amministrazioni autonome;
  • le autorità indipendenti (AGCOM, AEEG, il Garante per la protezione dei dati personali);
  • gli altri enti e soggetti indicati nell’elenco aggiornato annualmente e pubblicato dall’ISTAT.

Le fatture destinate alla P.A. devono essere emesse in formato strutturato XML (eXtensible Markup Language), in quanto esso garantisce una rappresentazione dei dati predefinita che può essere gestita dagli operatori in modo uniforme e standardizzato. Il documento, provvisto di un riferimento temporale, deve essere altresì sottoscritto con firma elettronica qualificata o digitale.

La fattura può essere trasmessa al SdI utilizzando diversi tipi di canali (posta elettronica certificata; via web dal sito www.fatturapa.gov.it tramite le credenziali Entratel, Fisconline o tramite la Carta Nazionale dei Servizi, attraverso la cooperazione applicativa (web services) o mediante un trasferimento di file secondo il protocollo FTP).

Per la gestione del processo di fatturazione sia il fornitore che le P.A. possono avvalersi di intermediari.

Split payment

Nelle vendite alla pubblica amministrazione che avvengono con fatturaPA destinatarie della fattura elettronica obbligatoria, l’imposta viene applicata secondo il meccanismo della scissione dei pagamenti (split payment).

In tal caso, il fornitore riporta nel campo “esigibilità IVA” della fattura elettronica il valore “S” (scissione dei pagamenti).

Mepa: Mercato elettronico della Pubblica Amministrazione

Di recente è stato istituito il Mepa: Mercato elettronico della pubblica amministrazione. Serve per mettere in contatto le aziende e le PA.

il Ministero dell’Economia e delle Finanze rende disponibile gratuitamente sul sito www.acquistinretepa.it, alle piccole e medie imprese abilitate al Mercato elettronico della pubblica Amministrazione (Mepa) e che forniscono beni e servizi alle Amministrazioni, i servizi e gli strumenti di supporto di natura informatica per la generazione delle fatture in formato elettronico, nonché i servizi di comunicazione con il Sdi.

La stessa Agenzia per l’Italia digitale, in collaborazione con Unioncamere e sentite le associazioni di categoria delle imprese e dei professionisti, mette a disposizione delle piccole e medie imprese, gratuitamente, strumenti informatici adeguati per gli adempimenti in oggetto.

L’azienda che vuole vendere alla pubblica amministrazione i propri beni o servizi deve prima registrarsi al portale degli acquisti della pubblica amministrazione. A tal fine deve essere dotata della firma digitale.

Gli affidamenti da parte della Pubblica Amministrazione possono avvenire tramite Richiesta di Offerta (RDO) o Ordine Diretto (ODA). Nel caso di affidamento tramite ODA o RDO ad un solo fornitore il limite è di 40.000 euro.

note

[1] Art. 194 d.lgs. n. 267/2000. Si tratta delle seguenti ipotesi:

a) sentenze esecutive;

b) copertura di disavanzi di consorzi, di aziende speciali e di istituzioni, nei limiti degli obblighi derivanti da statuto, convenzione o atti costitutivi, purché sia stato rispettato l’obbligo di pareggio del bilancio di cui all’articolo 114 ed il disavanzo derivi da fatti di gestione;

c) ricapitalizzazione, nei limiti e nelle forme previste dal codice civile o da norme speciali, di società di capitali costituite per l’esercizio di servizi pubblici locali;

d) procedure espropriative o di occupazione d’urgenza per opere di pubblica utilità;

e) acquisizione di beni e servizi, in violazione degli obblighi di cui ai commi 1, 2 e 3 dell’articolo 191, nei limiti degli accertati e dimostrati utilità ed arricchimento per l’ente, nell’ambito dell’espletamento di pubbliche funzioni e servizi di competenza.

[2] Cass. ord. n. 12014/18 del 16.05.2018 e n. 11036/18 del 9.05.2018.

[3] Ai sensi dell’art. 23, comma 4, d.l. n. 66/1989.

[4] Gli artt. 2041 e 2042 c.c. disciplinano l’azione di ingiustificato arricchimento, la quale consente al soggetto che, senza giusta causa, abbia subito un depauperamento con correlativa locupletazione da parte di altri di conseguire, laddove non esista altra azione esperibile (sussidiarietà dell’art. 2041 c.c.), un indennizzo nei limiti della diminuzione patrimoniale subita. La ragione giustificatrice dell’azione de qua va ricercata nel principio di necessaria causalità degli spostamenti patrimoniali. Cfr. Cass. S.U. sent. n. 10798/2015.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 15 febbraio – 9 maggio 2018, n. 11036

Presidente Amendola – Relatore Dell’Utri

Fatto e diritto

Rilevato che, con sentenza resa in data 30/1/2017, la Corte d’appello di Reggio Calabria ha confermato la decisione con la quale il giudice di primo grado ha condannato A.P. al pagamento, in favore di L.T.F. , delle somme a quest’ultimo dovute in ragione di una fornitura di segnaletica stradale effettuata, su richiesta dell’A., quale funzionario del Comune di Reggio Calabria;

che, a fondamento della decisione assunta, la corte territoriale ha ritenuto corretta la valutazione operata dal primo giudice in ordine alla totale estraneità del Comune di Reggio Calabria all’impegno contrattuale assunto dal proprio funzionario, non avendo l’amministrazione comunale adottato alcuna formale deliberazione in tal senso, con la conseguente responsabilità diretta del funzionario (e dunque dell’A. ) ai sensi dell’art. 23 del d.l. n. 66/89 conv. nella legge n. 144/89 (e nei successivi provvedimenti normativi che ne hanno recepito il contenuto);

che, avverso la sentenza d’appello, P.F. , in proprio e nella qualità di procuratrice generale di A.B.D. , entrambi quali eredi di A.P. , propongono ricorso per cassazione sulla base di un unico motivo d’impugnazione;

che il Comune di Reggio Calabria, nonché L.T.M. e L.T.A. , quali eredi di L.T.F., resistono con controricorso;

che, a seguito della fissazione della camera di consiglio, sulla proposta di definizione del relatore emessa ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., P.F. e il Comune di Reggio Calabria hanno presentato memoria;

considerato che, con il motivo di impugnazione proposto, i ricorrenti censurano la sentenza impugnata per violazione e falsa applicazione dell’art. 23 del d.l. n. 66/89 conv. nella legge n. 144/89, nonché dell’art. 28 Cost. (in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.), per avere la corte territoriale erroneamente confermato la condanna pronunciata dal primo giudice nei confronti dell’A., non tenendo conto che la somma urgenza dei lavori per i quali detta condanna era stata pronunciata, costituiva circostanza idonea a giustificare la deroga del principio di cui all’art. 23 cit., con la conseguente sussistenza della responsabilità dell’amministrazione comunale convenuta per il pagamento dei corrispettivi ex adverso pretesi;

che, peraltro, avendo la ridetta amministrazione comunale comunque manifestato, sia pure in termini non formali, la volontà di far proprie le utilità derivanti dall’esecuzione della prestazione del L.T. , doveva ritenersi comunque giustificata l’eventuale pretesa del L.T. a rivendicare la condanna del Comune di Reggio Calabria ex art. 2041 c.c., senza alcuna residua responsabilità dell’A. ;

che il motivo è manifestamente infondato;

che, al riguardo, osserva preliminarmente il Collegio come la corte territoriale si sia correttamente allineata al consolidato insegnamento della giurisprudenza di questa Corte, ai sensi del quale il funzionario pubblico che abbia attivato un impegno di spesa per l’ente locale senza l’osservanza dei controlli contabili relativi alla gestione dello stesso (ossia al di fuori dello schema procedimentale previsto dalle norme c.d. di evidenza pubblica), risponde – ai sensi dell’art. 23, comma 4, del d.l. n. 66 del 1989, conv., con modif., dalla L. n. 144 del 1989 – degli effetti di tale attività di spesa verso il terzo contraente, il quale è, pertanto, tenuto ad agire direttamente e personalmente nei suoi confronti e non già in danno dell’ente, essendo preclusa anche l’azione di ingiustificato arricchimento per carenza del necessario requisito della sussidiarietà, che è esclusa quando esista altra azione esperibile non solo contro l’arricchito, ma anche verso persona diversa (Sez. 1 -, Sentenza n. 80 del 04/01/2017, Rv. 643017 – 01);

che, sul punto, neppure è ipotizzabile una responsabilità dell’ente ex art. 28 Cost., in quanto tale norma presuppone che l’attività del funzionario sia riferibile all’ente medesimo, mentre la violazione delle regole contabili determina una frattura del rapporto di immedesimazione organica con la pubblica amministrazione (Sez. 1 -, Sentenza n. 80 del 04/01/2017, Rv. 643017 – 01, cit.);

che, peraltro, la prospettiva interpretativa dell’art. 23 cit. avanzata dagli odierni ricorrenti (incline a consentirne l’eventuale deroga in presenza di situazioni di somma urgenza, qualificate dall’eventuale riconoscimento degli organi dell’ente pubblico interessato, sì da giustificare l’assunzione di obbligazioni in nome per conto dell’ente pur in assenza delle formali deliberazioni degli organi competenti) deve ritenersi manifestamente infondata, valendo al riguardo l’orientamento fatto proprio dalla giurisprudenza di legittimità, ai sensi del quale, in forza dell’art. 23, comma 3, del d.l. n. 66 del 1989 (convertito, con modificazioni, nella legge n. 144 del 1989 – successivamente trasfusa nell’art. 35, comma 3, del d.lgs. n. 77 del 1995, e nell’art. 191, comma 3, del d.lgs. n. 267 del 2000), per i lavori di somma urgenza disposti dalle Amministrazioni comunali e provinciali, l’ordinazione fatta a terzi deve essere regolarizzata improrogabilmente entro trenta giorni, con la conseguenza che, in mancanza di tempestiva regolarizzazione con copertura di spesa, non può ritenersi sussistente alcun valido rapporto obbligatorio tra l’Amministrazione ed il terzo (Sez. 1, Sentenza n. 19037 del 03/09/2010, Rv. 614461 – 01);

che, infine, è appena il caso di rilevare come, secondo l’orientamento fatto proprio dalla più recente giurisprudenza di questa Corte (che il Collegio condivide e fa proprio al fine di assicurarne continuità), l’incarico di prestazione professionale che sia stato svolto, in favore di un ente locale, in mancanza di una formale delibera di assunzione di impegno contabile ex art. 191 del d.lgs. n. 267 del 2000, comporta l’instaurazione del rapporto obbligatorio direttamente con l’amministratore o il funzionario che abbia consentito la prestazione, non risultando esperibile nei confronti dell’ente l’azione di ingiustificato arricchimento ex art. 2041 c.c., per difetto del requisito della sussidiarietà, salvo che esso non riconosca a posteriori il debito fuori bilancio, ai sensi dell’art. 194 del d.lgs. predetto (Sez. 3 -, Ordinanza n. 12608 del 19/05/2017, Rv. 644400 – 01), da tanto desumendosi il carattere propriamente “costitutivo” del ridetto riconoscimento di cui all’art. 194 cit.;

che, pertanto, sulla base di tali premesse, rilevata la complessiva infondatezza del ricorso, dev’essere pronunciato il rigetto del ricorso, cui segue la condanna dei ricorrenti al rimborso, in favore di ciascun controricorrente, delle spese del presente giudizio, secondo la liquidazione di cui al dispositivo, oltre l’attestazione della sussistenza dei presupposti per il pagamento del doppio contributo, ai sensi dell’art. 13 comma 1-quater del d.P.R. n. 115 del 2002.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al rimborso, in favore di ciascun controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, liquidate, per ciascuno di essi, in Euro 1.400,00, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, e agli accessori come per legge.

Ai sensi dell’art. 13 comma 1-quater del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dell’art. 1-bis, dello stesso articolo 13.


Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 6 febbraio – 16 maggio 2018, n. 12014

Presidente Campanile – Relatore De Marzo

Fatti di causa

1. Con sentenza depositata in data 5 novembre 2012 la Corte d’appello di Roma, accogliendo l’appello proposto dal Comune di Cassino nei confronti degli eredi dell’ing. F.V. , ha rigettato la domanda proposta da quest’ultimo, al fine di conseguire l’indennizzo di cui all’art. 2041 cod. civ., per avere eseguito in favore dell’ente pubblico la progettazione esecutiva di un intervento di recupero edilizio e urbano e il collaudo statico di un edificio, senza che alle delibere di conferimento di tali incarichi seguisse la stipulazione di un contratto in forma scritta.

2. Per quanto ancora rileva, la Corte territoriale ha osservato: a) che il F. non aveva indicato l’epoca di redazione della progettazione esecutiva e che tale informazione non era desumibile dai documenti in atti; b) che, peraltro, la progettazione si era svolta nel periodo intercorrente tra la data di conferimento dell’incarico (9 novembre 1990) e la data di approvazione del progetto stesso (1 ottobre 1994); c) che la certificazione concernente il collaudo statico era stata trasmessa al Comune di Cassino dall’ing. F. in data 16 dicembre 1995; d) che, pertanto, nel primo caso, la prestazione era stata eseguita quando l’ing. F. aveva tra i 63 e i 67 anni e, nel secondo caso, quando aveva 68 anni; e) che, alla luce dell’id quod plerumque accidit e in assenza di altri elementi di prova, non era ragionevole presumere che l’ing. F. , all’epoca dell’esecuzione degli incarichi, fosse nel pieno dell’attività professionale; f) che la maggior durata della vita lavorativa dei liberi professionisti rappresentava elemento troppo labile per poter essere posto a base di presunzioni, anche in ragione della mancata dimostrazione, da parte dell’attore, della consistenza e dei risultati dalla attività professionale svolta; g) che, pertanto, difettava la dimostrazione di uno degli elementi costitutivi dell’azione di ingiustificato arricchimento, la quale presuppone non solo la prova dell’espletamento della prestazione, ma anche quella dell’effettivo vantaggio conseguito dall’altra parte, con impoverimento del professionista.

3. Avverso tale sentenza F.A. , F.G. e P.L. , quali eredi di F.V. , hanno proposto ricorso per cassazione affidato ad un unico motivo, al quale resiste con controricorso il Comune di Cassino. Nell’interesse dei ricorrenti è stata depositata memoria.

Ragioni della decisione

1. Con l’unico motivo di ricorso si lamenta omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, ai sensi dell’art. 360, comma primo, n. 5, cod. proc. civ., rilevando che la Corte d’appello non aveva tenuto in alcun conto, ai fini della entità della perdita patrimoniale del professionista, l’entità delle spese vive anticipate per l’esecuzione della prestazione professionale né la mole di lavoro alla quale si era sottoposto l’attore.

Il ricorso è infondato.

La motivazione utilizzata dalla Corte territoriale per rigettare la domanda di arricchimento ingiustificato è, in effetti, fondata su una erronea lettura del requisito della “correlativa diminuzione patrimoniale” di cui all’art. 2041, primo comma, cod. civ..

La sentenza impugnata cita, a sostegno delle proprie conclusioni, Cass. 24 novembre 2003, n. 17860, secondo la quale, in tema di azione di ingiustificato arricchimento proposta da un professionista intellettuale per lo svolgimento di attività, in mancanza di contratto, al fine di ritenere esistenti le condizioni dell’azione, non è sufficiente la dimostrazione dell’espletamento della prestazione, occorrendo anche accertare l’esistenza di un effettivo vantaggio conseguito dalla parte, cui abbia fatto riscontro l’impoverimento del professionista.

E, tuttavia, la lettura della decisione non conforta affatto l’interpretazione che la Corte territoriale ne ha fornito e che ha guidato la valutazione del materiale probatorio.

Cass. 17860/2003 si limita a ribadire, in conformità alla consolidata giurisprudenza di questa Corte, che l’azione dell’indebito arricchimento può essere esercitata, in materia di prestazioni professionali, se il vantaggio del cliente consegua ad una prestazione effettuata dal professionista, in assenza di un titolo giuridico valido ed efficace e se sussista l’utile versum: al tal fine, non è sufficiente, per il professionista dimostrare il solo compimento dell’opera, ma è necessario accertare il verificarsi dell’eventum utilitatis consistente nella effettiva, sebbene ingiustificata, locupletazione del cliente con correlativo depauperamento del professionista, poiché, in tema di azione generale di arricchimento, devono, per la fondatezza di essa, concorrere simultaneamente sia l’arricchimento del soggetto convenuto che la diminuzione patrimoniale dell’attore, collegati tra loro e connessi ad un unico fatto costitutivo consistente nella mancanza di giustificazione della perdita dell’uno come dell’arricchimento dell’altro.

Tuttavia, la nozione di impoverimento, ossia di “correlativa diminuzione patrimoniale”, ai sensi dell’art. 2041 cod. civ., non implica affatto che l’attore debba dimostrare di avere perso delle favorevoli occasioni per impiegare in termini alternativi e redditizi le sue energie, ma impone, semplicemente, di verificare se l’impegno profuso senza titolo a vantaggio di altri sia suscettibile di essere valutato economicamente.

Cionondimeno, il dispositivo della sentenza impugnata è corretto, in quanto trova applicazione il consolidato orientamento di questa Corte secondo il quale, alle vicende che, come nella specie, si siano sviluppate successivamente all’entrata in vigore dell’art. 23, comma 4, del d.l. 2 marzo 1989, n. 66 (convertito, con modificazioni nella l. 24 aprile 1989, n. 144 del 1989; oggi la previsione è contenuta nell’art. 191, comma 4 del d.lgs. 18 agosto 2000, n. 267), in tema di assunzione di obbligazioni da parte degli enti locali, qualora le obbligazioni contratte non rientrino nello schema procedimentale di spesa, insorge un rapporto obbligatorio direttamente con l’amministratore o il funzionario che abbia consentito la prestazione, con la conseguenza che resta esclusa, per difetto del requisito della sussidiarietà, l’azione di indebito arricchimento nei confronti dell’ente, il quale può, comunque, riconoscere a posteriori il debito fuori bilancio, ai sensi dell’art. 194 del d.lgs. n. 267 del 2000, nei limiti degli accertati e dimostrati utilità ed arricchimento per l’ente stesso. Peraltro, tale riconoscimento può avvenire solo espressamente, con apposita deliberazione dell’organo competente, e non può essere desunto anche dal mero comportamento tenuto dagli organi rappresentativi, insufficiente ad esprimere un apprezzamento di carattere generale in ordine alla conciliabilità dei relativi oneri con gli indirizzi di fondo della gestione economico-finanziaria dell’ente e con le scelte amministrative compiute (v., ad es., Cass. 9 dicembre 2015, n. 24860).

2. In tali termini corretta la motivazione, ai sensi dell’art. 384, ultimo comma, cod. proc. civ., il ricorso va rigettato e i ricorrenti devono essere condannati al pagamento delle spese di questa fase, liquidate come da dispositivo, oltre che dichiarato tenuto al raddoppio del contributo unificato.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Condanna i ricorrenti al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 4.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 e agli accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater del d.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1, comma 17 della I. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis, dello stesso articolo 13.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI