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Dire imputato al posto di indagato è diffamazione?

21 maggio 2018


Dire imputato al posto di indagato è diffamazione?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 maggio 2018



Il giornalista che, anche se per errore dettato da ignoranza, in un articolo di giornale afferma che una persona è stata rinviata a giudizio mentre le è stato solo notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari compie reato.

Hai un blog o un giornale online in cui riporti le notizie quotidiane, un po’ prese dalla stampa locale, un po’ assunte personalmente. Un giorno però commetti un errore che ti costa un bel problema legale: nel riportare la vicenda giudiziaria di un soggetto, utilizzi il termine imputato e non indagato. L’interessato, che legge il tuo articolo, ti querela senza pensarci due volte. C’è una grossa differenza tra i due termini – sostiene – poiché la parola “indagato” indica chi è solo oggetto di indagini o, tutt’al più, ha ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini preliminari; la parola “imputato” invece si riferisce a colui nei cui confronti è stata già esercitata l’azione penale e il rinvio a giudizio. Dal canto tuo sostieni che la differenza è in realtà minima visto che, in entrambi i casi, esiste – per Costituzione – la «presunzione di innocenza fino alla sentenza di condanna»; pertanto la posizione dell’indagato e quella dell’imputato – sebbene processualmente è differente – dal punto di vista sostanziale è simile. In più, a tua difesa, sostieni che si è trattato di un semplice errore di battitura, un po’ dovuto a distrazione, un po’ all’ignoranza nella materia legale. Chi ha ragione? Dire “imputato” al posto di “indagato” è diffamazione? La questione è stata decida da poco dalla Cassazione [1]. Ecco cosa hanno detto i giudici supremi in questo interessante caso di diffamazione a mezzo stampa.

I giornalisti possono ben riportare notizie relative a indagini penali condotte nei confronti di terze persone e così anche quella della conclusione delle stesse indagini preliminari, del rinvio a giudizio o della successiva condanna all’esito del processo; ma ciò a patto di riportare i fatti fedelmente, senza alterare mai la verità. Questo per via della particolare delicatezza della materia nella quale si verte (le notizie giudiziarie fanno parte dei dati “sensibilissimi”) e della potenzialità che ha il mezzo della stampa a diffondere notizie lesive della altrui dignità. Pertanto sbagliare anche una semplice parola può significare un grosso danno per la vittima. Non c’è quindi diffamazione nel riportare le vicende giudiziarie di una persona a patto però di essere fedeli al provvedimento giudiziario, senza alterare o travisarlo. Il giornalista non può quindi né enfatizzare, né commentare le notizie processuali, tantomeno anticipare un probabile esito della causa. Non sono ammessi pronostici insomma.

Se l’autore di un pezzo giornalistico diffonde la notizia dell’avvenuto rinvio a giudizio di un soggetto, laddove in realtà si è trattato della sola notificazione all’indagato della comunicazione di conclusione delle indagini preliminari commette reato di diffamazione. Dire quindi imputato al posto di indagato è reato perché scredita, agli occhi del pubblico, l’onore del soggetto in questione.

Come noto, infatti, l’avviso di conclusione delle indagini preliminari non anticipa il contenuto della decisione del giudice, ma dà semplicemente la notizia che dette indagini si sono concluse, che si può prendere visione del fascicolo e che si possono produrre memorie, oltre alla facoltà di chiedere l’interrogatorio. Il rinvio a giudizio formale avviene eventualmente dopo. Il giornalista quindi che anticipa quella che sarà la decisione del giudice sta ledendo l’altrui reputazione.

Nell’esercizio del diritto di cronaca giornalistica il presupposto della verità di una notizia presa da un provvedimento giudiziario – che deve essere restrittivamente inteso – sussiste solo allorché essa sia fedele al contenuto del provvedimento stesso, senza alterazioni o travisamenti di sorta. Occorre, infatti, bilanciare il diritto di cronaca con il diritto all’onore e il rispetto della presunzione di non colpevolezza: «il potere-dovere di raccontare e diffondere a mezzo stampa notizie e commenti, quale essenziale estrinsecazione del diritto di libertà e informazione e di pensiero, incontra limiti in altri diritti fondamentali della persona, quali l’onore e la reputazione» anch’essi  protetti dalla Costituzione. Peraltro in materia di cronaca giudiziaria vi è la presunzione di non colpevolezza.

Bisogna quindi rispettare la verità oggettiva, operazione che bisogna fare con estremo rigore. Non ci può essere neanche una giustificazione per aver utilizzato un termine al posto di un altro per un semplice errore di battitura, una svista o una carente preparazione in materia giuridica.

Il giornalista verrà quindi condannato a risarcire il danno alla reputazione.

note

[1] Cass. ord. n. 12370/18 del 18.05.2018.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 22 marzo – 18 maggio 2018, n. 12370

Presidente Giancola – Relatore Nazzicone

Fatti di causa

Con sentenza del 25 marzo 2013, la Corte d’appello di Roma ha accolto l’impugnazione avverso la decisione del Tribunale della stessa città, condannando in solido il Gruppo Editoriale L’Espresso s.p.a., E.M. e M.D. al risarcimento del danno in favore di F.P., liquidato in Euro 38.000,00, nonché il solo M.D. a pagare la somma ulteriore di Euro 5.000,00, ai sensi dell’art. 12 l. 8 febbraio 1948, n. 47.

Avverso questa sentenza viene proposto ricorso per cassazione dai soccombenti, sulla base di quattro motivi.

Resiste l’intimato con controricorso.

Le parti hanno, altresì, depositato la memoria.

Ragioni della decisione

1. – Con il primo motivo, i ricorrenti deducono la violazione e la falsa applicazione degli artt. 21 Cost., 2043 cod. civ., 51 e 595 cod. proc. pen. e 11 l. 8 febbraio 1948, n. 47, in quanto la sentenza impugnata non ha tenuto conto che l’avere diffuso la notizia del rinvio a giudizio, invece che del mero avviso di garanzia, costituiva imprecisione relativa a dato marginale e secondario, che non arrecò nessun vulnus ulteriore rispetto al coinvolgimento nel procedimento penale in parola, dato che anche la notizia della notifica dell’avviso ex art. 415-bis cod. proc. pen. sarebbe stata percepita allo stesso modo dal lettore medio, mentre al giornalista va consentito di elaborare i fatti secondo il proprio metro di giudizio e le sue valutazioni critiche, né potendosi da lui pretendere l’approfondita conoscenza della materia processuale penale.

Con il secondo motivo, deducono la violazione e la falsa applicazione degli artt. 21 Cost., 2043 cod. civ., 51 e 595 cod. proc. pen. e 11 l. 8 febbraio 1948, n. 47, avendo la corte del merito operato un esame di singole espressioni estrapolate e non dell’intero contenuto dell’articolo, non emergendo tale valutazione integrale dalla motivazione della sentenza impugnata, mentre le parole usate nell’articolo sono assai simili a quelle utilizzare dalla procura nell’atto de quo.

Con il terzo motivo, i ricorrenti si dolgono della violazione e falsa applicazione degli artt. 1223 e 2059 cod. civ., perché la sentenza impugnata ha ritenuto il danno in re ipsa, mentre anche la liquidazione equitativa presuppone la prova del pregiudizio nell’an debeatur.

Con il quarto motivo, deducono l’omesso esame di fatti decisivi per il giudizio, non avendo la corte del merito preso in considerazione una lettera di sostegno all’ambasciatore, pubblicata sul giornale il giorno (omissis), proveniente dall’Associazione degli imprenditori italiani operanti in Albania, nonché la pubblicazione di una rettifica inviata dal difensore del F. il (omissis) e la circostanza che l’azione risarcitoria sia stata esperita a distanza di anni dalla pubblicazione dell’articolo, evenienze tutte dedotte dagli odierni ricorrenti sin dalla comparsa di costituzione in appello.

2. – Il primo ed il secondo motivo, per la loro intima connessione, possono essere congiuntamente trattati, riguardando l’an della pretesa risarcitoria quanto al fatto della diffamazione. Essi sono infondati.

2.1. – La corte territoriale ha accertato che l’articolo giornalistico di cui F.P. si duole, pubblicato sul quotidiano (omissis) il (omissis), rappresentava il medesimo, all’epoca ambasciatore per l’Italia in Albania, come “vittima illustre nella prima inchiesta sul traffico di falsi visti d’ingresso nel nostro paese”, affermando che la “procura di Frosinone ha chiesto il suo rinvio a giudizio insieme ad altre nove persone”, dopo un’indagine durata tre anni, per una “truffa che, secondo l’accusa, non solo ha alterato la politica dei flussi migratori ma ha consentito a tutti i protagonisti di incassare un bel pò di quattrini…”; continuava l’articolo fornendo ulteriori dettagli sulle persone favorite, a volte inesistenti o già espulse.

Ha, inoltre, ritenuto incontroverso tra le parti che l’ufficio di procura non avesse mai chiesto il rinvio a giudizio, essendosi trattato, invece, della notificazione agli indagati della comunicazione di conclusione delle indagini preliminari.

Pertanto, la corte del merito ha ritenuto che – alla stregua del principio secondo cui, pur dovendosi riconoscere l’interesse pubblico alla divulgazione degli atti e dei provvedimenti di un procedimento penale a carico di un personaggio noto per l’interesse pubblico sotteso, tuttavia vanno sempre rispettati i canoni della verità e della continenza – il Tribunale ha errato, laddove ha affermato che le notizie diffuse fossero “sostanzialmente conformi al vero”: ciò perché, invece, sussiste una radicale differenza tra la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari e la richiesta di rinvio a giudizio, solo quest’ultima essendo nota al pubblico dei non specialisti ed avendo essa un chiaro e maggior effetto diffamatorio.

Né, ha aggiunto, si tratta di falsa notizia marginale o di mera imprecisione, essendo, anzi, l’articolo incentrato sulla persona dell’ambasciatore, ed avendo il cronista giudiziario confuso i due atti oppure omesso i dovuti controlli presso la fonte ufficiale. Violato il canone della verità oggettiva, o almeno putativa, resta irrilevante il profilo della continenza.

In definitiva, la corte del merito, sulla base dell’esame dell’articolo, riportato in motivazione per un ampio stralcio, ha affermato che il dato in esso contenuto – riassumibile nell’informare di un “rinvio a giudizio” invece che di un “avviso all’indagato della conclusione delle indagini preliminari” ex art. 415-bis cod. proc. pen. – integra notizia non vera e per un profilo non marginale, che esclude l’esimente del diritto di cronaca giudiziaria.

2.2. – In tal modo, essa non si è discostata dal principio, costantemente affermato da questa Corte, secondo cui, nell’esercizio del diritto di cronaca giornalistica, il presupposto della verità di una notizia mutuata da un provvedimento giudiziario – che dev’essere restrittivamente inteso – sussiste solo allorché essa sia fedele al contenuto del provvedimento stesso, senza alterazioni o travisamenti di sorta: onde non è sufficiente la mera verosimiglianza, in quanto il sacrificio della presunzione di non colpevolezza richiede che non si esorbiti da ciò che è strettamente necessario ai fini informativi; ne deriva che eventuali inesattezze, pur secondarie o marginali, possono considerarsi irrilevanti, ai fini della lesione dell’altrui reputazione, solo qualora si riferiscano a particolari di scarso rilievo e privi di qualsiasi valore informativo e, pertanto, siano del tutto inidonee a determinarne o aggravarne la valenza diffamatoria (Cass. 20 ottobre 2009, n. 22190; cfr. anche Cass. 17 luglio 2007, n. 15887; Cass. 18 ottobre 2005, n. 20140; Cass. 04 luglio 1997, n. 6041; ed, ancora, Cass. 9 giugno 2017, n. 14447).

Ha affermato detto principio, in particolare, il precedente in termini, il quale ha ritenuto corretta la decisione di merito circa la natura diffamatoria della notizia, inesatta, relativa alla richiesta del p.m. di rinvio a giudizio degli indagati, in luogo della notifica agli stessi dell’avviso di cui all’art. 415-bis cod. proc. pen. (Cass. 26 agosto 2014, n. 18264; in base allo stesso principio, si è esclusa la diffamazione, allorché dal contesto dell’articolo era percepibile, da parte del lettore, che la richiesta di rinvio a giudizio non fosse riferita a tutti gli indagati, lasciandosi quindi comprendere l’esistenza del mero avviso per altri: Cass. 27 agosto 2015, n. 17197; nonché Cass. 20 ottobre 2009, n. 22190).

Il collegio intende dare continuità a tale orientamento.

Invero, il potere-dovere di raccontare e diffondere a mezzo stampa notizie e commenti, quale essenziale estrinsecazione del diritto di libertà di informazione e di pensiero, incontra limiti in altri diritti fondamentali della persona, quali l’onore e la reputazione, anch’essi costituzionalmente protetti dagli artt. 2 e 3 Cost., dovendo altresì richiamarsi, in materia di cronaca giudiziaria, la presunzione di non colpevolezza di cui all’art. 27 Cost..

Essenziale, al riguardo, il requisito della verità oggettiva (o anche soltanto putativa, purché frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca) della notizia, la quale non sussiste quando, pur essendo veri i singoli fatti riferiti, siano, dolosamente o anche soltanto colposamente, taciuti altri fatti, tanto strettamente ricollegabili ai primi da mutarne completamente il significato; ovvero quando i fatti riferiti siano accompagnati da sollecitazioni emotive ovvero da sottintesi, accostamenti, insinuazioni, allusioni o sofismi obiettivamente idonei a creare nella mente del lettore (od ascoltatore) rappresentazioni della realtà oggettiva false (e multis, Cass. 4 settembre 2012, n. 14822; Cass. 3 marzo 2010, n. 5081; Cass. 14 ottobre 2008, n. 25157; Cass. 22 febbraio 2008, n. 4603; Cass. 19 gennaio 2007, n. 1205).

In tale prospettiva, anche la giurisprudenza penale di questa Corte è costante nel sottolineare il particolare rigore con cui deve essere valutato il requisito della verità della notizia, precisando che, quando sia mutuata da un provvedimento giudiziario, occorre che essa sia fedele al contenuto del provvedimento stesso, senza alterazioni o travisamenti di sorta, dovendo il limite della verità essere restrittivamente inteso e risultando inaccettabili i valori sostitutivi, quale quello della verosimiglianza, in quanto il sacrificio della presunzione di innocenza richiede che non si esorbiti da ciò che è strettamente necessario ai fini informativi (Cass. pen. 14 febbraio 2005, n. 12859, Vinci; Cass. pen. 3 giugno 1998, Pendinelli; Cass. pen. 21 giugno 1997, Montanelli).

Onde l’esimente, anche putativa, del diritto di cronaca giudiziaria di cui all’art. 51 cod. pen. ricorre solo qualora, nel riportare un evento storicamente vero, siano rappresentate modeste e marginali inesattezze, che riguardino semplici modalità del fatto, senza modificarne la struttura essenziale (Cass. 20 luglio 2016, n. 41099, Carrassi; Cass. pen. 11 maggio 2012, n. 39503; Cass. pen. 8 aprile 2009, n. 28258; 21 settembre 2005, n. 37463).

In particolare, è stato chiarito che, in materia di diffamazione a mezzo stampa, non sussiste l’esimente del diritto di cronaca nel caso in cui il giornalista abbia affermato, contrariamente al vero, l’avvenuto esercizio dell’azione penale nei confronti di un soggetto soltanto sottoposto a indagini preliminari (Cass. pen. 17 dicembre 2010, n. 13702; Cass. 17 dicembre 2010, n. 13702).

Occorre, in conclusione, enunciare il seguente principio di diritto: “Integra diffamazione a mezzo stampa, per l’insussistenza dell’esimente del diritto di cronaca giudiziaria, l’attribuzione ad un soggetto nell’ambito di un articolo giornalistico della falsa posizione di imputato, anziché di indagato, in quanto il giornalista riferisca di un’avvenuta richiesta di rinvio a giudizio, in luogo della reale circostanza della notificazione dell’avviso di conclusioni delle indagini preliminari di cui all’art. 415-bis cod. proc. pen., non potendo detti atti reputarsi equivalenti, dal momento che quest’ultimo, a differenza del primo, non comporta esercizio dell’azione penale ed ha lo scopo di consentire all’indagato l’esercizio del diritto di difesa con la possibilità di un approfondimento delle stesse indagini”.

2.3. – Nella specie, se, da un lato, il giudice del merito si è attenuto al principio esposto, onde non ricorrono le violazioni di legge denunciate, dall’altro lato occorre ancora rimarcare che, in punto di fatto, le argomentazioni e le conclusioni cui è pervenuta la sentenza impugnata costituiscono espressione di una legittima scelta valutativa che attiene al merito e che in sede di legittimità non può essere sindacata. Onde ogni altra argomentazione di segno contrario, esposta dai ricorrenti, in particolare quanto alla identica lesività della medesima notizia, quand’anche fosse stata fornita corretta, è inammissibile, proponendo una non consentita valutazione meramente alternativa del fatto.

3. – Il terzo ed il quarto motivo, che possono parimenti essere congiuntamente esaminati attenendo alla determinazione quantitativa del danno, sono infondati.

Ed invero, la corte del merito non ha affatto ritenuto di ravvisare un danno in re ipsa, al contrario essendosi attenuta, in premessa, alla corretta regola secondo cui il danno non patrimoniale, anche quando sia determinato dalla lesione di diritti inviolabili della persona, come nel caso di lesione al diritto alla reputazione, non è in re ipsa ma costituisce un danno conseguenza, che deve essere allegato e provato da chi ne domandi il risarcimento: che, peraltro, ben può essere data con ricorso al notorio e tramite presunzioni (giurisprudenza costante: fra le altre, di recente Cass. 18 gennaio 2017, n. 1185; Cass. 13 ottobre 2016, n. 20643; Cass. 14 giugno 2016, n. 12143; Cass. 22 marzo 2016, n. 5590; Cass. 24 settembre 2013, n. 21865; Cass. 28 settembre 2012, n. 16543), assumendosi, a tal fine, come specifici parametri di riferimento, la diffusione dello scritto, la rilevanza dell’offesa e la posizione sociale della persona colpita, tenuto conto del suo inserimento in un determinato contesto sociale e professionale.

Ed è quanto ha fatto il giudice di appello nel caso specifico, allorché ha evidenziato che la consumazione del reato di diffamazione lascia presumere la particolare sofferenza morale patita, in considerazione dell’ambiente di vita e lavoro del F., essendo le vicende e la personalità di chi percorre la carriera diplomatica necessariamente di pubblico dominio, ed attesa la dimensione nazionale e la tiratura del giornale, ai fini della liquidazione del danno.

Da ciò è conseguita la valutazione necessariamente equitativa del pregiudizio subito, risultando tale criterio imposto dalla natura stessa di tale danno, che non può essere provato nel suo preciso ammontare (art. 1226 cod. civ.) e nella funzione del risarcimento realizzato mediante la dazione di una somma di denaro, che non è reintegratrice di una diminuzione patrimoniale, ma compensativa di un pregiudizio non economico.

Ciò posto, va altresì richiamato il principio secondo cui, in tema di risarcimento del danno causato da diffamazione a mezzo stampa, la liquidazione del danno non patrimoniale presuppone una valutazione necessariamente equitativa, la quale non è censurabile in cassazione, sempre che i criteri seguiti siano enunciati in motivazione e non siano manifestamente incongrui rispetto al caso concreto, o radicalmente contraddittori, o macroscopicamente contrari a dati di comune esperienza, ovvero l’esito della loro applicazione risulti particolarmente sproporzionato per eccesso o per difetto (Cass. 25 maggio 2017, n. 13153; Cass. 23 febbraio 2017, n. 4700; Cass. 2 marzo 2004, n. 4186; Cass. 28 agosto 2003, n. 12613).

Onde occorre concludere che la valutazione, nella specie operata, resta incensurabile, atteso che la somma liquidata risulta adeguata alle premesse enunciate, così come evidenziate dalla sentenza impugnata.

Quanto, infine, alla deduzione relativa all’omesso esame di una lettera di sostegno, di una rettifica e della tardiva introduzione della causa risarcitoria, si tratta di elementi che non integrano la nozione invocata di fatti decisivi.

4. – Le spese di lite seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna in solido i ricorrenti al pagamento delle spese di lite, liquidate in Euro 5.200,00, oltre ad Euro 200,00 per esborsi, alle spese forfetarie ed agli accessori, come per legge.

Dà atto che, ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, sussistono i presupposti dell’obbligo di versamento, a carico della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.


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