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Legge Merlin: cosa prevede?

23 maggio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 maggio 2018



Quando è reato di sfruttamento della prostituzione? Quando è favoreggiamento della prostituzione? Cosa sono le case chiuse?

Nel 1958, una legge ancora oggi famosissima segnò una svolta all’interno dell’Italia, non solo dal punto di vista giuridico ma anche sotto il profilo sociale: si tratta della celeberrima Legge Merlin. Il nome di questo provvedimento è legato indissolubilmente al suo contenuto, e cioè al regolamento del fenomeno della prostituzione.

Con questo articolo spiegheremo in modo semplice ed efficace cosa prevede la legge Merlin e cosa sono i reati di sfruttamento e di favoreggiamento della prostituzione.

Legge Merlin: cosa dice?

La legge Merlin [1] è nota a tutti per aver disciplinato il fenomeno della prostituzione. In particolare, il motivo per cui questo provvedimento è famoso è legato all’abolizione delle famose “case chiuse” (o case di tolleranza), cioè di quei luoghi privati ove veniva esercitata legalmente la prostituzione.

La legge Merlin, però, non si è limitata ad abolire il fenomeno delle case d’appuntamenti: essa ha anche provveduto a punire severamente le condotte di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione. Vediamo nel dettaglio quali sono i punti cardine della legge Merlin.

Case chiuse: qual era la disciplina?

Fino all’entrata in vigore della legge Merlin, la prostituzione poteva essere regolarmente esercitata in luoghi privati ad essa adibiti. Oggi può sembrare strano, ma fino al 1958 ciò era perfettamente legale: la legge [2] prevedeva soltanto l’obbligo, per chi intendesse “aprire” una casa “chiusa”, di comunicare tale intenzione all’autorità di pubblica sicurezza, in modo tale da ottenere il permesso. Senza la necessaria autorizzazione, il locale di meretricio (la legge dice proprio così) sarebbe stato abusivo e il proprietario avrebbe rischiato, oltre alla chiusura entro ventiquattro ore, l’arresto fino ad un anno.

La legge diceva che non potevano essere aperti locali destinati alla prostituzione nelle prossimità di edifici destinati al culto (chiese, ecc.), all’istruzione o all’educazione, oppure a caserme, a mercati o ad altri luoghi pubblici ove una casa di tolleranza avrebbe potuto dare scandalo.

Case di tolleranza: come si aprivano?

Aprire un locale destinato alla prostituzione, quindi, non era così difficile: bastava recarsi in questura, chiedere l’autorizzazione e attendere il permesso. Certo, la legge imponeva dei limiti: oltre a quelli già visti, le case di tolleranza potevano esercitare solamente negli orari prestabiliti; era vietata la vendita di cibi o bevande, così come la pratica di giochi o la realizzazione di spettacoli. Era altresì vietato l’ingresso ai minori di diciotto anni.

Inoltre, gli ufficiali e agenti di pubblica sicurezza avevano facoltà di procedere in qualsiasi momento a perquisizioni, anche sulle persone che vi si trovano. L’autorità competente avrebbe potuto decretare la chiusura del locale di meretricio in caso di gravi disordini pubblici, di diffusione di malattie, di esercizio della prostituzione da parte di minorenni e nel caso di ostacolo ai controlli previsti dalla legge.

Case chiuse: cosa dice la legge Merlin?

La legge Merlin ha decretato la fine delle case chiuse: il primo articolo di questa legge stabilisce in maniera inequivocabile che l’esercizio di case di prostituzione nel territorio italiano è vietata. Per tutti i locali aperti al momento della promulgazione della legge veniva dato un termine di sei mesi per la chiusura definitiva.

Ma la legge Merlin ha fatto di più: ha previsto una dura disciplina per qualsiasi tipo di luogo ove venga esercitata la prostituzione. Di conseguenza, non importa più se la struttura ospiti formalmente o clandestinamente l’attività di prostituzione: qualsiasi condotta che tende a favorire la prostituzione all’interno di luoghi chiusi è sanzionabile penalmente.

La legge Merlin punisce con la reclusione fino a sei anni chiunque:

  • abbia la proprietà, oppure solamente amministri, gestisca o diriga una casa chiusa;
  • conceda in locazione un proprio locale per farvi svolgere attività di prostituzione;
  • tolleri, all’interno del proprio locale pubblico o del locale che gestisce, l’esercizio della prostituzione (si pensi ai pub, ai night club o alle discoteche dove, in piccole alcove nascoste, le donne si prostituiscono).

In poche parole, quindi, l’esercizio della prostituzione in un luogo chiuso è sempre vietata; non sono però previste sanzioni per coloro che si prostituiscono, né per i clienti. Le sanzioni sono rivolte esclusivamente alle persone che, mettendo a disposizione un locale oppure gestendo, dirigendo o amministrando una struttura, acconsentono che in essa si svolga la prostituzione. Facciamo qualche esempio.

Il titolare di un locale a luci rosse non può permettere che al suo interno le spogliarelliste si prostituiscano, nemmeno se lui non riceve nulla dalla prostituzione. Allo stesso modo, chi gestisce un centro di discipline olistiche dove le ragazze, oltre ai massaggi, eseguono prestazioni sessuali, risponderà ugualmente secondo la legge Merlin.

Diverso, invece, è il caso di chi, proprietario di un’abitazione, la dia in locazione sapendo che l’immobile verrà utilizzato come casa di appuntamenti: secondo la Corte di Cassazione, infatti, per integrarsi il reato di sfruttamento della prostituzione è necessario che il locatore guadagni direttamente dalla prostituzione, ad esempio fissando un canone molto alto proprio in ragione dell’attività che colà verrà svolta [3].

Legge Merlin: cos’è lo sfruttamento della prostituzione?

La legge Merlin è famosa non soltanto per aver abolito le case chiuse, ma anche per aver definito i reati di sfruttamento e di favoreggiamento della prostituzione.

Per sfruttamento della prostituzione (il cosiddetto lenocinio) deve intendersi la condotta di chi tragga profitto dalla prostituzione altrui. Lo sfruttatore, detto altrimenti, deve arricchirsi grazie alla prestazione sessuale di un’altra persona. Il delitto è quindi integrato da qualsiasi condotta che tragga consapevolmente utilità dalla prostituzione altrui.

Quando è sfruttamento della prostituzione?

Ai fini della configurazione del delitto di sfruttamento della prostituzione, non è necessario che l’agente tragga i mezzi di sussistenza in modo esclusivo o prevalente dell’attività predetta, ma è sufficiente che egli, sebbene svolga un lavoro e ne spenda i guadagni, profitti del meretricio anche solo per risparmiare quanto avrebbe dovuto altrimenti spendere; il delitto si configura con l’accettazione da parte dell’agente di ciò che la prostituta si procura facendo commercio del suo corpo, così ottenendo utilità moralmente illegittime, quali ospitalità, vestiario, vitto, doni o altro [4].

La legge Merlin non richiede, ai fini della configurabilità del reato, che il soggetto che si prostituisca sia costretto a cedere i suoi guadagni: potrà aversi sfruttamento della prostituzione anche nel caso in cui la condivisione dei guadagni sia spontanea. Di conseguenza, il marito che viva sui proventi della moglie che si prostituisce incorre nel reato di sfruttamento della prostituzione, anche se il meretricio avvenga senza alcuna costrizione [5].

È invece irrilevante per escludere la sussistenza del delitto che i proventi del meretricio siano utilizzati per soddisfare le esigenze della vita in comune e siano pertanto spontaneamente ceduti dalla prostituta al convivente per mandare avanti la famiglia [6].

La convivenza con chi si prostituisce, invece, non costituisce di per sé reato, a meno che il convivente non ne approfitti per trarne guadagno [7].

La giurisprudenza esclude che il reato di sfruttamento della prostituzione abbia natura necessariamente abituale e lo ritiene integrato da qualsiasi consapevole e volontaria partecipazione, anche occasionale e per una sola volta, ai guadagni che la prostituta si procura con il commercio del suo corpo [8]. In parole povere, è sufficiente anche una sola condotta di sfruttamento ad integrare il delitto.

Un’altra sentenza della Suprema Corte ha stabilito, invece, sussistere il concorso di sfruttamento della prostituzione e di concussione in capo all’agente di polizia che, in cambio di protezione, chiedeva regolarmente denaro ad una prostituta [9].

Legge Merlin: cos’è il favoreggiamento della prostituzione?

A differenza dello sfruttamento, il favoreggiamento della prostituzione implica una condotta agevolativa della vendita della prestazione sessuale. Chi favorisce la prostituzione non necessariamente se ne arricchisce: semplicemente, semplifica il lavoro della prostituta. Anche in questo caso, l’aiuto fornito può essere occasionale, purché idoneo a facilitare la vendita della prestazione sessuale.

Quando è favoreggiamento della prostituzione?

Secondo la Corte di Cassazione, colui che abitualmente accompagna sul “luogo di lavoro” una prostituta (anche se è la fidanzata) commette il reato di favoreggiamento della prostituzione [10].

Sempre secondo la Suprema Corte, rischia il favoreggiamento della prostituzione l’inserzionista (su giornale cartaceo o sito web) che, anziché limitarsi a pubblicare l’annuncio della escort, si attiva affinché l’annuncio risulti più allettante, agevolando così l’approccio con la prostituta [11]. Allo stesso modo, incorre nel reato di favoreggiamento della prostituzione chi procura appuntamenti ad una persona che offre prestazioni sessuali.

Per la giurisprudenza, non costituisce di per sé favoreggiamento la vendita di preservativi fatta proprio sul luogo degli incontri, a meno che non si dimostri che questa attività incrementi effettivamente il lavoro delle prostitute [12].

note

[1] Legge n. 75/1958 del 20.02.1958.

[2] R.d. n. 773/1931 del 18.06.1931 (testo unico delle leggi di pubblica sicurezza).

[3] Cass., sent. n. 4571/18 del 31.01.2018.

[4] Cass., sent. del 19.10.1990.

[5] Cass., sent. n. 40841/2005 del 11.10.2005.

[6] Cass., sent. del 11.03.2003.

[7] Cass., sent. del 07.12.1982.

[8] Cass., sent. del 25.06.2002.

[9] Cass., sent. del 12.01.1993.

[10] Cass., sent. n. 28212/2016 del 07.07.2016.

[11] Cass., sent. n. 49461/2012 del 20.12.2012.

[12] Cass., sent. n. 30582/2004 del 14.05.2004.

Autore immagine: Pixabay.com

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