Diritto e Fisco | Editoriale

Videosorveglianza in casa: quando viola la privacy?

30 maggio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 maggio 2018



Inquadrare un luogo ad uso comune, come il vialetto che serve due ingressi, è vietato? Per mettere le telecamere serve il permesso del vicino o del condominio?

Sei stato vittima dei ladri ed hai pensato di mettere un impianto di videosorveglianza in casa? Può darsi che il tuo vicino non sia molto entusiasta se le telecamere, oltre al tuo ingresso, inquadrano anche il suo. Che diritto hai – penserà lui – a vedere chi entra e chi esce dalla mia proprietà, a che ora vado e vengo e con chi? Che diritto hai – si domanderà ancora – a guardare gli spostamenti della mia famiglia? Quindi ti dovrai chiedere: la videosorveglianza in casa quando viola la privacy degli altri? È possibile difendersi dai malintenzionati senza turbare la riservatezza del dirimpettaio? E quest’ultimo può rivolgersi ad un tribunale per chiedere di togliere le telecamere o di orientarle in modo che inquadrino solo l’ingresso e la proprietà di chi le installa?

A tutte queste domande hanno risposto i giudici di Avellino con una sentenza [1] che mette dei paletti all’esigenza di sicurezza dei cittadini e, contemporaneamente, al diritto dei vicini di non essere, in qualche modo, spiati. Il problema si pone, soprattutto, se l’impianto di videosorveglianza inquadra una parte comune, ad esempio uno stesso vialetto che consente l’accesso a due abitazioni diverse. Secondo il tribunale campano, si tratta «di uno spazio fisico direttamente e materialmente accessibile da parte di chiunque» e, proprio per questo, non occorre «il consenso di chicchessia».

Videosorveglianza: che cosa si può inquadrare?

Il concetto per capire quando viola la privacy la videosorveglianza in casa è, in poche parole, questo: non si può riprendere ciò che non è liberamente visibile a terzi (l’interno dell’appartamento del vicino, per dire) ma si può riprendere quello a cui altre persone hanno accesso come, appunto, il viale di ingresso comune a due o più immobili. In questo caso, infatti – così hanno stabilito i giudici avellinesi e così aveva già spiegato la Cassazione [2] – non si viola la norma del Codice penale [3] che punisce con la reclusione fino a 4 anni le interferenze indebite nella vita privata altrui attraverso l’acquisizione di materiale visivo o sonoro. Il perché è subito spiegato: questa violazione viene commessa quando si «ficca il naso» in uno spazio che appartiene ad un’altra persona al quale si accede senza il suo consenso. Ma non quando quello spazio è potenzialmente visibile per chiunque.

Quindi, nello specifico. La videosorveglianza viola la privacy se metto delle telecamere che inquadrano, ad esempio, il cortile interno della villetta del vicino, alla quale si può accedere solo con il suo permesso: in nessun altro modo, infatti, ci potrebbe essere la possibilità di vedere che cosa succede in quel cortile, dove magari ha la piscina, il giardinetto dove fa il barbecue, ecc. La videosorveglianza non viola la privacy, invece, se metto delle telecamere che inquadrano il cancelletto d’ingresso in comune o, come nel caso della sentenza in commento, il pezzo di viale che serve per entrare sia a casa sua sia a casa mia. Si tratta, per l’appunto, di uno spazio che i miei ospiti vedrebbero liberamente e legittimamente ogni volta che vengono a casa mia, come i suoi ospiti quando vanno a casa sua.

Sulla stessa linea, ai pareri del Tribunale di Avellino e della Cassazione si aggiunge quello della Corte Costituzionale [4], secondo cui per violare la privacy occorre che una persona abbia preso i dovuti accorgimenti per far capire al vicino quello che non deve vedere. In altre parole: non basta dire «questa è la mia proprietà, qui non si guarda» ma bisogna anche rendere quella proprietà potenzialmente «nascosta» agli altri. Ad esempio: se non metto una siepe attorno al mio giardino e chiunque ci passa accanto dà una sbirciatina e mi vede mentre prendo il sole in costume, non viola la mia privacy. Ma se metto una siepe e qualcuno fa delle riprese o delle foto con qualche accorgimento particolare (arrampicandosi su una pianta o con uno di quei bastoni per i selfie, tanto per dire) allora sta violando la mia privacy. Lo stesso può succedere sul balcone di casa mia. Se il balcone è visibile dalla strada e mi metto in mutande a prendere il sole, non mi posso lamentare se c’è chi trova il mio gesto bizzarro e scatta una foto da far vedere agli amici. Dovrò, anche in questo caso, prendere dei provvedimenti per non far vedere potenzialmente a chiunque ciò che succede nel mio balcone.

Videosorveglianza: viola il trattamento dei dati?

Altra domanda che può porsi chi installa un impianto di videosorveglianza in casa e non sa quando viola la privacy del vicino: c’è da rispettare qualche accorgimento particolare per il trattamento dei dati personali? In questo caso, secondo il giudice, no. Va ricordato, infatti, che la legge in materia di tutela della privacy [5] impone il trattamento dei dati personali solo quando questi sono oggetto di comunicazione (ad esempio a scopi pubblicitari) o di diffusione. Entrambi i casi vengono esclusi a priori dalla situazione in cui un privato mette in casa sua un impianto di videosorveglianza per uso esclusivamente personale, come può essere quello di difendersi dai ladri ed il materiale raccolto tramite le telecamere non viene ceduto a terzi.

Videosorveglianza: posso inquadrare il parcheggio condominiale?

Per lo stesso principio che abbiamo spiegato prima, si può dire che la videosorveglianza in casa non viola la privacy quando la zona inquadrata dalle telecamere tutela i luoghi di privata dimora. In questo senso, è possibile installare un impianto per controllare un parcheggio condominiale ed il relativo ingresso in cui si siano verificati episodi di furti o di vandalismo in quanto si tratta di un luogo destinato all’uso di un numero indeterminato di persone ed escluso dalla tutela richiesta dal Codice penale. Il tutto senza l’autorizzazione dell’assemblea condominiale [6].

Videosorveglianza: la privacy prevale sulla sicurezza?

Se l’impianto di videosorveglianza in casa serve a garantire l’incolumità fisica e, quindi, la sicurezza di chi lo installa, può prevalere sempre e comunque il diritto alla privacy del vicino? Secondo la sentenza in esame, i due diritti devono viaggiare di pari passo. Se una persona ha già subito un furto, una rapina o un’aggressione nella sua abitazione, deve potersi tutelare in qualche modo, anche con delle telecamere di videosorveglianza, pur non invadendo gli spazi privati dei vicini così come spiegato in precedenza. Può, dunque, inquadrare il vialetto in comune che conduce sia alla sua casa sia alla casa del dirimpettaio: se quest’ultimo lo impedisse, toglierebbe al primo la capacità di controllare chi gira nei paraggi e con quali intenzioni.

C’è un altro aspetto non indifferente sottolineato dai giudici campani. Escludere la possibilità di inquadrare un vialetto di ingresso che, come detto, non comporta una violazione della privacy di un singolo ma è accessibile anche a persone estranee alla sua sfera personale, sarebbe allargare in modo esagerato il concetto stesso di privacy. Che senso ha – si chiede il tribunale – vietare ad un cittadino di difendersi evitando di inquadrare uno spazio comune quando al giorno d’oggi si è abituati a pubblicare delle immagini e delle informazioni che riguardano chiunque attraverso i social network? Cioè, ci lamentiamo che il vicino vede chi entra e chi esce da casa nostra, percorrendo lo stesso tratto di chi entra ed esce da casa sua, e poi non esitiamo a mettere su Facebook o su Twitter le nostre foto in cucina o a letto con i figli anche piccoli (c’è chi pubblica quelle dei neonati mentre fanno il bagnetto). Abituarsi ad aprire sui social la porta di casa nostra e pretendere che il vicino non metta delle telecamere in uno spazio comune per tutelare la propria sicurezza, insomma, non è, secondo i giudici, una richiesta logica.

È interessante, a questo proposito, riflettere sulle parole pubblicate da Angelo Greco sul nostro portale nell’articolo Gdpr: il paradosso della nuova legge sulla privacy, che vi invitiamo a leggere per intero. Scrive Greco: «A parole, tutti amiamo la nostra privacy; nei fatti no. È quello che ho scritto in un post su Facebook proprio l’altro giorno. La gente pubblica sui social network ogni genere di informazione che la riguarda. Pur di giocare a Farmaville rivela chi sono i propri amici, i familiari e i rapporti di parentela (già registrati su Facebook). Per vedere un film in streaming gratis dà tutti i propri dati: dalla data di nascita all’email. Per sentire un brano in mp3 del valore di 0,99 euro scrive il numero della propria carta di credito. Si tagga ovunque va: in un centro commerciale, in un hotel, in un museo. D’estate compaiono persino semi-nudi imbarazzanti. Si lasciano tracce di sé stessi ovunque e volontariamente. Per un po’ di notorietà si è disposti a barattare qualsiasi cosa, persino le foto dei propri figli minorenni. E poi ci si scandalizza e si denuncia la lesione alla propria privacy se Google profila i gusti degli utenti per fornire loro la pubblicità!» O si impedisce – aggiungiamo noi – al vicino di difendersi con un impianto di videosorveglianza in casa.

note

[1] Trib. Avellino, sent. del 30.10.2017.

[2] Cass. sent. n. 34151/2017 del 12.07.2017.

[3] Art. 615-bis cod. pen.

[4] Corte Cost. sent. n. 149/2008.

[5] Dlgs. 196/2003.

[6] Cass. sent. n. 71/2013 e n. 14346/2012.


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