Diritto e Fisco | Editoriale

Il lavoro è un diritto?

23 maggio 2018


Il lavoro è un diritto?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 maggio 2018



Esiste un diritto ad essere assunti? Quando si può rivendicare l’assunzione obbligatoria? L’Italia è fondata sulla meritocrazia?

Si sente spesso il grido di protesta di studenti e disoccupati affinché sia garantito il diritto al lavoro. Ma il lavoro è davvero un diritto? Da sempre cavallo di battaglia dei politici, caposaldo dei programmi elettorali e oggetto di continue riforme legislative, il diritto al lavoro è inevitabilmente la chiave con cui gli Stati manifestano il loro interesse nei confronti del cittadino e alle problematiche relative alla sopravvivenza. La stessa Costituzione italiana, all’articolo 4, stabilisce che «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro». Così letta, però, questa disposizione ha generato più di un equivoco e gli stessi italiani hanno spesso ritenuto che lavorare fosse un diritto, da pretendere e non da meritare. Ecco perché, se ci si chiede se il lavoro è un diritto, la risposta non può che essere inevitabilmente no! Cerchiamo di capire il perché.

I diritti del disoccupato

Se il lavoro fosse davvero un diritto, ogni disoccupato potrebbe rivolgersi a un giudice e pretendere che gli sia trovato un lavoro. Come già puoi intuire questo non è affatto vero. Difatti: 

  • nell’ambito del comparto privato, il “diritto al lavoro” riconosciuto dalla Costituzione non può incidere sulla libertà dell’imprenditore di scegliere chi assumere, decisione che può fare in autonomia (senza dover neanche procedere a concorsi), ma sulla base di una trattativa privata, di solito fondata sulle qualità e capacità dei candidati. Lo Stato non può imporre a nessuno di firmare un contratto di lavoro: né al lavoratore, né al datore (solo per i lavoratori iscritti nelle categorie protette, ossia con invalidità, sono previste delle deroghe);
  • nel comparto pubblico, è la stessa Costituzione a stabilire che ai posti nella pubblica amministrazione si accede solo tramite concorso al fine di garantire l’efficienza della PA, cosa che si ottiene solo selezionando i migliori.

Il lavoro è un diritto?

Da quanto detto è facile comprendere che il lavoro non è un diritto ma un merito. Solo chi ha le caratteristiche e le capacità tali da meritare il posto potrebbe, in teoria, esigerlo. Ma, in realtà, non è neanche così. Sia perché nel pubblico è lo Stato a decidere se e quando indire i bandi, sulla base delle proprie esigenze e possibilità finanziarie; sia perché, nel privato, il datore di lavoro resta pur sempre libero di scegliere secondo le proprie valutazioni, potendo optare magari per una persona più incapace ma di maggior fiducia. 

Qualche giudice però ha riconosciuto un vero e proprio diritto ad essere assunti in casi eccezionali:

  • nella pubblica amministrazione, è stato detto che è illegittimo il comportamento dell’ente che prima indice un bando, passa alle selezioni, designa i vincitori e poi non li assume. In tale ipotesi, scatta il diritto all’assunzione che, pertanto, può essere imposta dal giudice (leggi sul punto Se supero un concorso pubblico ho diritto all’assunzione?);
  • nel comparto privato, un’azienda che fa credere a un candidato di volerlo assumere, così determinando in lui una ragionevole aspettativa, è poi tenuta a farlo. Chiaramente la promessa non deve essere stata generica ma concreta (leggi sul punto Promessa di assunzione non mantenuta: che posso fare?).

Torniamo al diritto al lavoro sancito dalla nostra Costituzione. Questa norma ha creato non poco imbarazzo nel legislatore che si è trovato spesso a dover conciliare la tutela del lavoro con le ineluttabili condizioni del mercato. Sbaglia però chi crede che l’articolo 4 della Costituzione contenga un diritto inteso nel senso stretto del termine. È solo un “programma”, un proposito che il legislatore si prefigge nell’ambito dei principi generali dello Stato moderno. Ecco che l’articolo 4 della Costituzione potrebbe essere letto in questo modo: «È impegno dello Stato, nei limiti delle sue possibilità, favorire l’occupazione e combattere la disoccupazione. Fermo restando che l’assunzione resta poi una scelta individuale dei soggetti privati o pubblici». Ecco perché, quando ci si riferisce all’articolo 4 della Costituzione, si parla di una “norma programmatica”, che stabilisce solo un indirizzo di politica. Sarebbe allora in contrasto con l’articolo 4 della Costituzione una legge che consentisse alle aziende di licenziare i propri dipendenti senza una motivazione o di consentire rapporti di lavoro basati sullo sfruttamento della persona e delle energie. L’espressione diritto al lavoro è stata usata solo per sottolineare quanto la Costituzione ritenga importante il problema dell’occupazione. Ma nel nostro sistema economico, sono principalmente le imprese a creare occupazione e nessun giudice può imporre loro di assumere dipendenti di cui non hanno bisogno.

Lo Stato italiano tutela la meritocrazia?

Ritorniamo al punto di partenza: il lavoro non è un diritto ma un merito. Del resto, l’istruzione resta un caposaldo del nostro Stato e anche se la Costituzione non lo dice, lo è anche la meritocrazia che è comunque legata a una corretta formazione. Sulla meritocrazia è basata (o meglio, dovrebbe essere basata) la pubblica amministrazione cui si accede o si progredisce in carriera solo tramite pubblico concorso, ossia con un confronto tra candidati affinché vadano avanti solo i migliori. Il lavoro va conquistato ed è chiaro che, laddove vi sia crisi occupazionale, questa battaglia è ancora più selettiva e la conquista del posto difficile. Ma di questo lo Stato non può né deve rispondere. 

A confermare che il lavoro non è un diritto ma un merito, c’è anche il nuovo orientamento della Cassazione che si sta sempre più aprendo alla possibilità di licenziare i dipendenti per scarso rendimento: a dimostrazione che non basta farsi assumere per conservare il “diritto” al lavoro, ma bisogna anche lavorare in buona fede, preservando gli interessi del proprio datore di lavoro.

Del resto, a fare un confronto tra l’Italia e le altre nazioni, notiamo che non sempre il diritto al lavoro viene menzionato. Ad esempio, nella Costituzione degli Stati Uniti d’America, massima espressione del liberismo economico, non esiste il diritto al lavoro. Invece quella francese recita «Tutti hanno il dovere di lavorare ed il diritto di ottenere un lavoro. Nessuno può essere danneggiato, nel suo lavoro o nel suo impiego, a causa delle proprie origini, opinioni o credenze». Anche in quella spagnola si dice: «Tutti gli spagnoli hanno il dovere di lavorare e il diritto al lavoro, alla libera scelta di professione e ufficio». In Inghilterra – lo ricordiamo – non esiste la Costituzione.  

Cosa deve fare lo Stato per tutelare il lavoro?

Ma allora, se il lavoro non è un diritto, quali sono gli obblighi dello Stato? Lo Stato può e deve intervenire – stabilisce la Costituzione – per promuovere le condizioni che rendano effettivo il diritto al lavoro. Per esempio creando le infrastrutture necessarie allo sviluppo produttivo, aumentando la spesa pubblica in funzione antirecessiva, tenendo basso il costo del denaro in modo che sia meno dispendioso per gli imprenditori operare nuovi investimenti, riducendo la pressione fiscale sulle imprese che assumono nuovo personale (cosiddetto cuneo fiscale), ecc.

Si tratta di interventi di politica economica che gli Stati contemporanei attuano ormai abitualmente in misura compatibile con le limitazioni poste dalla necessità di controllare l’inflazione e di non dilatare troppo il deficit del proprio bilancio. 


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1 Commento

  1. Certo, allora se uno non può trovare lavoro perché a detta di quest’articolo non se lo merita o non ha le giuste competenze, deve perdere anche il diritto di vivere, rischiando così di morire di fame dopo essere stato emarginato? Il diritto ad una vita dignitosa deve prescindere dal fatto di poter lavorare oppure no, non abbiamo scelto di nascere…

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